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Titolo: Il fuoco dentro

Cow-t 9, settima settimana, M5.
Prompt: “Fuoco”
Numero parole: 1836
Rating: Verde
Fandom:
The legend of Korra (non proprio)

Introduzione:
Jizu è un ragazzino come tanti adesso, ma non può dimenticare il suo passato.
Genere
Commedia, Slice of Life
Coppia: Nessuna
Avvertimenti:
Universo di Avatar, personaggi originali.

 

--- --- ---

 

Era rimasto a guardare la fiamma della candela a lungo prima di cercare di toccarla, e subito aveva ritirato la mano.

Aveva poi tentato di nuovo e di nuovo la fiammella l’aveva come pizzicato e se la prima volta gli aveva fatto male, la seconda era stata quasi… divertente.

Possibile?

La mamma gli aveva sempre detto che non doveva giocare con il fuoco, che il fuoco faceva male, ma a lui piaceva così tanto.

 

Aveva visto in strada dei giocolieri pochi giorni prima, facevano miraggi con le loro fiamme.

Ne era rimasto talmente incantato.

 

Suo papà e la sua mamma non erano dominatori, ma lui… forse.

Beh, lui un pochino lo sperava.

Infondo poi il fuoco non era tanto male. Anzi era bello, incredibilmente bello.

Vivo, questo era il temine che gli sembrava più appropriato.

Vivo.

 

Ancora allungò la mano.

No, purtroppo non riusciva a fare a meno di retrarla non appena la fiamma lo pungeva.

 

Gli occhi erano fissi sul tremolare di quel piccolo miracolo che a volte divampava quasi a rispondere alle domande segrete del suo animo.

 

Viveva nel Regno della Terra, ma la sua famiglia veniva dalla Nazione del Fuoco e ogni cosa nella sua casa, attorno a lui parlava di quell’energia pulsante. Malgrado questo però, i suoi genitori non facevano che dirgli che la fiamma era pericolosa.

 

Pericolosa.

 

Pericolosa, ripeté per l’ennesima volta nella sua testa.

Eppure sembrava che lo chiamasse.

 

Era sempre stato bravo lui.

Tutti dicevano che era un bambino disciplinato e obbediente e non aveva mai infranto una sola regola di quella casa, neanche quella di non giocare con il fuoco, malgrado a lui piacesse tanto.

Nella giornata appena trascorsa era stato particolarmente bravo, tutti a scuola gli avevano fatto i complimenti e forse… forse per una volta poteva fare uno strappo alla regola.

 

Oltretutto cosa volevano dire mamma e papà quando dicevano di non giocare con il fuoco?

Lui questo non lo capiva.

Non poteva toccarlo perché lo pizzicava e non poteva certo dare fuoco alle cose o si sarebbero rovinate.

Era piccolo, era vero, ma queste cose le sapeva.

Forse l’unico modo che aveva di giocarci era guardarlo o… portarselo in giro.

Forse dargli un po’ da mangiare.

 

Dargli da mangiare.

Sì, questo poteva essere divertente!

Non era come appiccare il fuoco, quindi non doveva rientrare tra le cose pericolose, oltretutto aveva visto il suo papà dare spesso da mangiare al fuoco nel camino e lui aveva capito come si faceva.

Bastava portare qualcosa dalla fiammella per farla divertire.

 

Farla divertire.

Se era viva come sembrava probabilmente giocava come giocava lui o il suo gatto.

Lui sicuramente si sarebbe divertito.

 

Quindi prese quella candela dalla lanterna, la portò fino in camera sua.

 

Era notte i suoi ancora dormivano, ma dato che era piccolo lasciavano sempre quella lucina accesa nel corridoio e la porta socchiusa in modo che potesse vedere quella luce e sentirsi tranquillo.

La lasciavano lì, isolata, dove non potesse bruciare nulla, lontano da cose che potevano prendere fuoco. Chiusa in una gabbia di vetro e metallo e con un unico piccolo spiraglio per l’aria sulla cima che ricordava un piccolo comignolo.

 

Era in alto. Era lì perché i suoi non volevano che la raggiungesse, ma era da un po’ che allungandosi sulle punte aveva notato che riusciva finalmente ad arrivare al ripiano di marmo dove l’adagiavano.

Infondo dicevano tutti che era un bambino alto per la sua età.

 

Aveva già aperto lo sportellino per toccarla e non era successo nulla, quindi cosa poteva accadere di tanto grave se l’avesse portata con lui in camera sua?

 

L’aveva appena liberata dalla sua prigione che vide la fiammella divampare più alta.

Doveva essere contenta, pensò lui, finalmente libera di respirare come si doveva, proprio come piaceva a lui quando usciva la mattina presto a giocare in giardino.

 

L’appoggiò sul comodino accanto al suo letto.

La guardò ancora un poco.

Si sentiva felice, tanto felice e non sapeva nemmeno lui il perché.

Chissà se anche quella fiammella era felice in quel momento.

Lui sperava tanto di sì, ma mancava ancora qualcosa: aveva promesso.

Lo aveva fatto solo nella sua testa, ma aveva promesso a quel piccolo fuoco di dargli da mangiare, ma cosa?

 

Si guardò in giro.

Indagò tra i giocattoli, ma non trovò nulla che potesse fare al caso suo. Scorse di seguito sulla cartella per la scuola e si illuminò.

Non voleva certo darle da mangiare i suoi libri o i suoi quaderni, ma c’erano quegli appunti ormai trascritti in bella che non servivano più.

 

Prese quindi il taccuino.

I fogli erano piccoli, ma non era un bambino incosciente, i suoi non l’avevano cresciuto così.

Forse stava un pochino contravvenendo ad una delle regole della sua casa, ma avrebbe fatto tutto con estrema cautela in modo che nessuno se ne sarebbe accorto.

Non era poi così difficile, no?

 

Strappò il primo foglietto. Lo fece a striscioline sottili e ne mise una sulla fiammella. Famelica passò a quel pezzettino di carta, dividendosi, crescendo e divorandolo verso l’alto, lasciandone solo la cenere e un triangolino bruciacchiato sul bordo, unico rimasuglio di dove lui teneva le dita.

 

La fiamma era stata carina, pensò, non lo aveva bruciato.

 

Ridacchiò contento. Era stato divertente, ma soprattutto facile.

Prese perciò un'altra strisciolina e ancora la fiammella della candela ebbe di che giocare e anche lui.

Era bello giocare insieme.

 

Ne aveva mangiata di carta quella piccola fiamma, mentre lui ridacchiava allegro.

 

Forse saranno state le sue risa, o forse chissà cos’altro, ma…

“Jizu?! Cosa fai?” Gridò la sua mamma all’improvviso, entrando nella sua stanza e spaventandolo.

 

Lui sobbalzò forse o scoppiò a piangere, non lo ricordava bene, fatto fu però che quella piccola fiamma avvampò.

 

Avvampò come se avesse mangiato migliaia di strizione di carta, anzi, ancora di più e poi…

Poi tutto andò a fuoco, tutto!

La casa, la sua cameretta, tutto.

Tutto, compresi la mamma e il papà.

 

 

“Jizu? Era Jizu, era la voce del suo Jizu.” Lan Chen si svegliò di soprassalto alle grida del figlio.

Scese rapidamente le scale in preda ad un panico che non aveva mai provato prima d’allora nel petto.

Jizu era sempre stato il più calmo dei suoi ragazzi e certo non urlava, non in piena notte, non in quella maniera.

 

Entrò nella stanza con il cuore in gola e trovò il ragazzino seduto sul letto, con lo sguardo spalancato fisso nel vuoto e ricolmo di lacrime.

Boccheggiava senza fiato e le ci volle un attimo per scoppiare anche lei in lacrime nel capire che non era successo nulla di grave, che era stato solo un brutto sogno.

Lo strinse forte a lei, ciondolando su se stessa, coccolandolo proprio come faceva con i più piccoli.

Jizu si voltò di scatto nel suo abbraccio affondandole il viso nel petto. Piangeva senza fiato, con i pugni serrati attorno la stoffa della sua camicia.

“Va tutto bene, sono qui, tesoro!” Disse con tono amorevole Lan Chen, accarezzandolo, ritrovando finalmente il fiato per respirare dopo la paura presa.

 

“Mamma Lan, cosa ha il fratellone?” Arrivò assonnata la voce di Li Wei dalla porta.

Il bimbo se ne stava a piedi scalzi afferrato allo stipite, nel suo pigiamino verde oliva, a strofinarsi gli occhioni ancora pieni di sonno.

“Nulla tesoro, ha fatto solo un brutto sogno”, tentò di rassicurarlo lei, mentre anche il resto dei figli accorreva.

“Lan Chen?” chiese il maggiore.

“Nulla, Kimo, solo un brutto sogno. Riporta i piccoli a letto, puoi?” rispose lei, continuando a cullare il figlio che stringeva tra le braccia.

 

“Scusa. Scusa Mamma Lan, non volevo svegliarti. Non volevo svegliare nessuno”, disse Jizu tra le lacrime, non appena il resto della sua famiglia si dileguò.

“Ahhh, non preoccuparti, io adoro svegliarmi di notte, non lo sai?” disse Lan Chen scherzosa, cercando di rincuorarlo, continuando a passare la mano con dolcezza tra i capelli neri e sottili del suo bambino.

 

Lentamente il ragazzino sembrò quietarsi e allentare la presa.

Lan Chen si asciugò le lacrime, attenta a non farsi scorgere da Jizu.

“Vuoi che rimanga a dormire con te stanotte?” Gli chiese e all’annuire del figlio riprese con fare spiritoso: “Allora fatti più in là, moccioso!”  

Sorrideva dandogli di fianco, non liberandolo però dal suo abbraccio.

 

“Mammaaaa!” Protestò Jizu, lasciandosi sfuggire una risatina, mentre Lan Chen scivolava a stendersi sul lato del letto, sopra le lenzuola, e solleticandolo al punto di farlo ridere ancora.

Anche la giovane donna rise, mollandogli un bacio sulla fronte solo una volta soddisfatta delle risa argentine del suo bambino.

“E adesso a nanna che domani mattina abbiamo la sveglia presto! Tua nonna viene a prenderti e sai quanto è…”

“Fastidiosa e petulante se le cose non sono fatte come vuole lei!” l’interruppe lui quasi fosse un ritornello ripetuto anche troppo spesso.

“Uff!” sbuffò lei, “forse l’avrò detto qualche volta di troppo, ma questo non lo rende meno vero, sai?”

Jizu, per tutta risposta, le si accomodò meglio contro.

 

“Buona notte, piccolo mio.” Un nuovo bacio si posò sulla fronte del ragazzino dagli occhi ambrati.

“Buona notte, Mamma Lan” e finalmente le mani di Jizu si schiusero, liberando la camicia della madre mostrando la stoffa bruciata sotto la sua presa.

 

 

Lan Chen aveva notato subito il copriletto bruciato sotto le mani del figlio, per questo il suo cuore aveva continuato a battere all’impazzata fin tanto non si era calmato.

Aveva sentito la pelle bruciare, ma i suoi bambini ne avevano passate tante, troppe, per lasciare che la paura o il dolore prendesse il sopravvento.

Jizu era il più gentile e premuroso dei suoi figli, la vita era stata dura per lui, più che per altri.

Non sapeva esattamente cosa avesse perso prima che lo prendesse con lei; era solo un bambino all’epoca e non ne aveva mai parlato, ma Lan Chen ricordava le ferite sulla sua schiena e anche in quel momento, mentre scorreva confortevole con la mano in piccoli cerchi contro la pelle del figlio poteva sentirne le cicatrici sotto le dita quasi fossero ricami della stoffa che indossava.

Non importava però quali e quante fossero le ferite subite in passato, Lan Chen era sicura che a tormentare il suo bambino più di ogni altra cosa fossero quei ricordi di cui non le aveva mai parlato.

 

 

Giocare con il fuoco, fu la prima regola che Jizu infranse, ce ne furono altre dopo alle quali contravvenne, per paura o per costrizione, prima che incornasse la sua nuova mamma.

Ancora non capiva con precisione in quale preciso momento Lan Chen era diventata parte della sua vita, se quando l’aveva guardato negli occhi la prima volta o quando aveva detto che lo voleva con se.

No, non lo sapeva con certezza, ma sapeva che la sua anima aveva promesso silenziosamente che il suo dominio non avrebbe mai più fatto del male alle persone che amava. E in quella notte riconfermò la sua promessa: se lui e il fuoco non potevano non esistere separatamente allora avrebbe usato la sua fiamma per difendere la sua nuova famiglia, sempre, in ogni momento, con tutto se stesso.

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Titolo: Due amici al…

Cow-t 9, settima settimana, M11.
Prompt: “Il Matto”
Numero parole: 670
Rating: Giallo
Fandom: Originale

Introduzione: Due amici chiacchierano delle disavventure amorose di uno dei due
Genere: Comico
Coppia: Ehhh… ad esserci c’è, ma… boh!

Avvertimenti: Nessuno

 

--- --- ---

 

 

È da poco passato mezzogiorno, è una bella giornata e due amici se ne stanno tranquilli, seduti uno al fianco dell’altro sulla panchina del giardino di una grande villa.

Uno dei due ha un’aria affranta e dice all’altro, dopo essersi abbandonato in un profondo sospiro:

“Ahhh, amico mio, non so davvero come ho fatto a cadere tanto in basso.”

“Non avrai tentato di nuovo di riguadagnare la fiducia dei tuoi nonni per rientrare nel testamento, spero?”

“No, no, insomma, a tutto c’è un limite.”

“Menomale, perché devo ammettere di aver trovato piuttosto inquietante la tua idea di costruir loro la tomba di famiglia proprio nel giardino della loro casa. Capisco le buone intenzioni, ma credimi era un gesto facilmente male interpretabile. A tuo nonno è venuta l’orchite a furia di toccarsi per fare gli scongiuri. Per non parlare poi del motivo per cui ti hanno tolto dal loro testamento.”

“Quello, in confronto a quanto mi è successo, è nulla, credimi. Dopo questa mi vergogno perfino a tirare la testa fuori di casa.”

“Addirittura? Dai non può essere peggio della volta che dicevi di aver bisogno di affetto e compagnia e io e gli altri ti abbiamo consigliato la pet therapy e tu hai deciso di prendere un pony, pensavano al piccolo cavallo da passeggio non a quel povero disgraziato che hai rapito dal motorino.”

“Non ricordarmelo! Ma no, questa volta è davvero peggio.”

“Peggio? Peggio di voler seppellire prematuramente i tuoi parenti anziani e sellare un povero malcapitato?”

“Credimi, ho perso sul serio la testa!”

“Guarda non stento a crederlo, ma posso assicurarti che non è esattamente da un giorno che è avvenuto.”

“Ti rammenti quando ti ho detto di essermi innamorato, ma che non potevo dirti di chi, perché era troppo imbarazzante?”

“Ah-ha!”

“Vedi è che sono innamorato alla follia. Non dormo più, non mangio più, penso solo a come potremo essere felici insieme.”

“Non mi sembra tanto grave da non poter più uscire di casa, mi sembri un po’ troppo severo con te stesso questa volta.”

“Dici?”

“Ma certo! Non continuare a torturarti così, può capitare a tutti di innamorarsi in maniera morbosa, non è un problema. Basta rendersene conto e mi sembra che tu sia già sulla buona strada.”

“Non capisci, è che... insomma da qualche giorno a questa parte mi era presa questa fissazione di avere un figlio insieme e… come te lo posso spiegare. Lei non schioda mai dal posto di lavoro, fa orari assurdi. Pensa, lavora anche di notte e io non ci ho visto più, così ho pensato di approfittare di un momento cui ero sicuro fosse sola per averla. Quindi ieri notte sono uscito di nascosto e…”

“Non dirmelo, è arrivato il suo capo o un cliente.”

“Magari fosse solo questo! Vedi il fatto è che lei lavora in piazza e…”

“Aspetta! Quale piazza? Non sarà quella bella piazza infondo alla via?”

“Sì, proprio quella.”

“Un attimo, amico, non sarai il tizio che hanno trovato con i gioielli di famiglia incastrati nello sportello del Bancomat?”

 

Un sospiro arreso da parte del malcapitato. “Ora capisci perché non posso più farmi vedere in giro? Tutti hanno visto la misura della mia passione.”

“Ok, è attestato, con te la parola imbarazzante assurge a nuovi significati!” Commentò l’altro sgomento. “Ma si può sapere come hai potuto anche solo pensare di avere un figlio da uno sportello del Bancomat?”

“Che ti devo dire, ha tutto: denaro, un’ottima posizione, vive per il lavoro, non parla molto, ma certo…”

 

“Signori, ecco a voi le vostre medicine.” Si avvicinò gentile una donna vestita di bianco, dal bel sorriso con un’adorabile cuffietta candida sulla folta capigliatura bionda.

“Grazie, cara”, rispose l’innamorato, mentre l’altro si limitò a sorridere.

“Ts, amico mio, e tu che ti lamenti, sono altri i problemi”, criticò poi, non appena la donna si fu allontanata, “guarda la povera Ilde, continua a chiamarmi signore, sono anni che la conosco e ancora non ha capito che sono un gatto.”

“Ahhh! Come hai ragione, viviamo proprio in una gabbia di matti!”

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Titolo: Il momento del bisogno

Cow-t 9, settima settimana, M12.
Prompt: “Toro”
Numero parole: 241
Rating: Verde
Fandom: Saint Seiya

Introduzione: Aldebaran e l’oroscopo.
Genere: Comico
Personaggi: Aldebaran
Avvertimenti: Nessuno (a parte che nel mio Headcanon, Aldebaran è fissato con gli oroscopi)

 

--- --- ---

  

Per Aldebaran non erano molte le occasioni durante il giorno che un uomo poteva ritagliarsi per riuscire a stare da solo con se stesso e proprio questa sua concezione rendeva quei pochi istanti preziosi e irrinunciabili.

 

Si trovava ad affrontare proprio uno di quei rari momenti giornalieri dove era essenziale che non ci fosse nessuno nei paraggi o il raggiungimento del suo obiettivo sarebbe risultato esiguo e poco gratificante, quando si rese conto che quel particolare giorno l’evento stava richiedendo più tempo e sforzo del normale. Senza contare che da qualche ora aveva preso una piega infausta che lo rendeva decisamente poco raro e la cosa incominciava a dargli qualche pensiero.

 

Proprio per questo motivo se ne stava ancora immerso, come accadeva ogni giorno, nella lettura dell’oroscopo nell’unica stanza della Seconda Casa che era esclusa a chiunque altro tranne che a lui: Il suo bagno personale.

Per carità non era l’unico bagno nella Casa del Toro e qualunque suo eventuale ospite avrebbe potuto accedere senza problemi ad uno degli altri, ma non a quello; quello era solo ed esclusivamente per le sue personali necessità.

 

“Uhm…” mugugnò affranto, dopo aver scorso rapidamente con lo sguardo le parole relative al suo segno zodiacale, decidendo fosse d’obbligo darvi un altro sguardo.

 

“Salute: malesseri in arrivo. Diffidate delle pietanze esotiche”, lesse per la seconda volta, per poi sbuffare arreso. “Me lo sentivo che avrei fatto meglio a non mangiare il Curry di Shaka ieri sera.”

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Titolo: Misopethamenos

Cow-t 9, settima settimana, M12.
Prompt: “Bilancia”
Numero parole: 187
Rating: Verde
Fandom: Saint Seiya

Introduzione: Dohko ha problemi con il dono della Dea.
Genere: Comico
Personaggi: Dohko
Avvertimenti: Nessuno (a parte che nel mio Headcanon, Dohko ha problemi coni doni della Dea)

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C’erano questioni gravose da trattare al Santuario.

Tutti i Cavalieri d’Oro erano stati convocati nella grande sala difronte alla statua della Dea Atena.

 

Nella sala gremita, dopo la veloce presentazione dei fatti, il Grande Sacerdote invitò a parlare Dohko della Bilancia, come Guardiano del Sigillo e unico in grado di stimare se la Forza avesse veramente prevalso sulla Giustizia come temevano molti tra i presenti.

 

Il Cavaliere era seduto al fianco del Sacerdote in contemplazione delle energie del luogo.

 

Dohko aprì gli occhi e, ancora prima di mettere a fuoco quanto gli avvenisse intorno, iniziò con l’informare con voce ferma e solenne: “Come detto dal Gande Sacerdote siamo qui riuniti, perché forze oscure si stanno…”

Il cavaliere bloccò il suo dire.

Era solo, completamente solo nella sala, e una brezza solitaria gli fece ondeggiare la barba castana lunga di anni.

 

“No, non di nuovo!” Soffiò esasperato, prima di affacciarsi alla balconata sul retro della grande statua e domandare ad uno strano tizio in camicia a fiori in che anno fossero.

 

Una cosa era certa, se il tempio era ancora in piedi, il pericolo era stato sicuramente debellato.

 

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Titolo: Faceva frescolino quella sera…

Cow-t 9, settima settimana, M12.
Prompt: “Ariete”
Numero parole: 500
Rating: Verde
Fandom: Saint Seiya

Introduzione: Kiki voleva fare una sorpresa al suo maestro e c’è riuscito.
Genere: Comico
Personaggi: Kiki, Mu, Dohko
Avvertimenti: Nessuno (a parte che nel mio Headcanon, Mu ha cose strane nella dispensa)

 

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Faceva particolarmente freddo, quando Kiki era rientrato dagli allenamenti, aveva necessariamente bisogno di qualcosa di caldo per tirarsi su.

Il Guardiano della Prima Casa era solito preparare per entrambi delle tisane aromatiche del Jamir, quando il clima era particolarmente rigido come quella sera.

Il suo maestro però non era ancora tornato dall’incontro con Dohko e la pietra e i marmi della casa dell’Ariete sembravano ancora più freddi del solito.

“Per una volta”, pensò il ragazzino, dirigendosi dove sapeva tenere Mu le tisane e le spezie, “sarebbe carino che fossi io far trovare al maestro qualcosa di caldo.”

Non ci mise troppo a trovare delle bustine di garza contenenti delle erbe dal profumo molto dolce. Non era sicuro fosse la solita mistura che preparava il Cavaliere dell’Ariete, ma sicuramente prometteva bene.

 

Il tempo di mettere il bollitore sul fuoco, preparare le tazze per l’infuso e il gioco era fatto.

Versò l’acqua sull’erba essiccata e tritata finemente. Aveva un colorito piuttosto scuro e l’aroma già forte di suo non appena s’impregnò di acqua bollente risultò ancora più pungente; non sgradevole, tutt’altro, ma molto, molto forte.

Il timore di aver esagerato con le dosi stava per farlo desistere dall’impresa, ma “prima di gettare via tutto, tanto vale assaggiare”, si disse.

 

 

Mu entrò nella Casa dell’Ariete a passo lento, accompagnato da Dohko, quando qualcosa apparve e scomparve repentinamente alla periferia del suo sguardo. Per le sue capacità da Cavaliere d’Oro non fu difficile scorgere in quel repentino apparire e scomparire il suo giovane allievo.

 

“Kiki? Ma cosa…?” Non fece in tempo a porsi la domanda che la risposta arrivò dolce e pungente alle sue narici insieme alla risata isterica del ragazzino.

“Maestro, maestro, maestro, maestro”, cominciò a ripetere forsennato Kiki, tra una risata e l’altra, scomparendo alla vista per riapparire in punti diversi, quasi se il suo teletrasporto fosse impazzito. Anzi, non quasi: il suo teletrasporto era completamente impazzito, o per meglio dire, sovraccaricato.  

 

“No, non può essere”, disse il cavaliere muovendosi rapido sulla scia del profumo che aleggiava nella Prima Casa.

Poco distante da dove si trova, sopra un tavolino accuratamene preparato, facevano bella foggia di loro le tazze di porcellana che usava per i suoi infusi.

 

Il giovane Kiki ancora lo chiamava comparendo e svanendo attorno a lui.

 

Una goccia di sudore scorse lungo il viso di Mu dell’Ariete, mentre sollevando una delle tazze se la portava accanto al viso.

L’odore era inconfondibile: erba psicotropa lemuriana. Per lo più innocua e utile, in piccolissime quantità, per dare una spintarella ai poteri extrasensoriali, ma decisamente esaltante se mal misurata.

 

La risata sempre più isterica di Kiki echeggiava in ogni dove tra le colonne della Casa dell’Ariete.

 

Mu si lasciò sfuggire un sospiro rassegnato, mentre pensava a come frenare quel suo intraprendente allievo, poco prima che la mano di Dohko si posasse sulla sua spalla rassicurante.

 

“C’è peggio, amico mio, di mordere una mela e trovarci un verme?” elargì nella sua grande saggezza il Cavaliere della Bilancia. “Mordere una mela e trovarci mezzo verme.”

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Titolo: Minacciato dall’oroscopo

Cow-t 9, settima settimana, M12.

Prompt: “Gemelli”
Numero parole: 303
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter

Introduzione: Harry si rende conto di aver scambiato i suoi libri con quelli di qualcun altro, ma con chi? Non fa in tempo a capirlo che qualcosa accade.
Genere: Comico, Scolastico, Fantasy
Personaggi: Harry, Draco
Avvertimenti: Nessuno

 

--- --- ---

  

Quella mattina era iniziata proprio male, per Harry. Dal risveglio improvviso per la sirena delle esercitazioni anti-qualcosa che ancora gli rimbombava nelle orecchie, all’Avifors che aveva letteralmente fatto prendere il volo al pranzo della mensa.

Non aveva neanche voglia di sospirare, né tanto meno di aprire il libro di testo alla pagina…

“Cielo!” si disse, non trovando tra le sue cose il libro richiesto.

Come faceva a trovare la pagina da consultare se non aveva nemmeno il libro con sé?

 

Alla fine quel sospiro lo fece.

 

Ad un controllo più approfondito notò che quelli non erano nemmeno i suoi libri.

La cosa da fare a quel punto era capire in che esatto momento avesse scambiato quello che era suo con quello che chiaramente non gli apparteneva.

Stava cercando di rimettere insieme tutti i pezzi, quando lo sguardo gli cadde su qualcosa d’insolito: nascosta tra i libri c’era una rivista aperta proprio sulla pagina degli oroscopi.

 

Distrattamente lo sguardo gli scorse fino al suo segno.

“Leone: qualcosa ti sfuggirà di mano.”

 

Non fece in tempo a finire di leggere il resto che Malfoy, spuntato praticamente dal nulla, gli strappò il giornale di mano dicendo: “Cosa abbiamo qui? Le solite sciocchezze di Potter?”

 

“Lascia, non è…” Harry nemmeno ci provò a contestare oltre, vedendo lo sguardo di Draco sgranarsi stupito, prima che il ragazzo diventasse paonazzo in viso e gli riconsegnasse la rivista.

 

Harry rimase qualche secondo stupito con il giornale tra le mani, osservando l’altro ragazzo allontanarsi con passo deciso e prendere la porta.

Con sguardo perplesso tornò a consultare la rivista, trovandosi a leggere, prima ancora di rendersene veramente conto, l’unica dicitura zodiacale cerchiata in rosso.

“Gemelli: se non ridarai il giornale a Leone tutti sapranno cosa hai fatto con Pesci.”

 

Un ciondolo a forma di corvo penzolava placidamente a lato della tracolla.

Il Bullo

Mar. 31st, 2019 07:46 pm
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Titolo: Il Bullo

Cow-t 9, settima settimana, M11.
Prompt: “L’appeso”
Numero parole: 6621
Rating: Verde
Fandom: Voltron: Legendary Defender

Introduzione: Keith aveva agito d’istinto, non avrebbe creduto che un pugno potesse cambiare tanto il suo modo di vedere le cose.
Note: La carta dell’Appeso viene rappresentata come una persona sospesa per una sola gamba. Ha le mani libere e non è tanto lontana da terra. Potrebbe liberarsi, ma non lo fa. Preferisci rimanere così, in stasi, quasi fosse in attesa di qualcosa. In questa storia ci sono due ragazzi appesi: Lance, fisicamente, deciso a voler essere il fautore del suo destino e Keith, interiormente, incerto su cosa stia realmente facendo alla Garrison e se quello sia davvero il suo posto.
Genere: Introspettivo, Scolastico
Personaggi: Hunk, Iverson, Keith, Lance, Shiro
Avvertimenti: Missing Moments

 

--- --- ---

 

 

Erano rimasti tutti sbigottiti dopo che Keith, senza preavviso alcuno, aveva colpito James in pieno volto. Certo non era un comportamento accettabile da un cadetto dell'esercito, benché meno dell'accademia aereospaziale, ma c'era da dire che James Griffin aveva parlato troppo e questa era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

 

Keith ne aveva mandati giù di bocconi amari durante quel periodo, ma quello... quello era stato davvero troppo: James aveva ricordato, per l'ennesima volta all'altro ragazzo, che non aveva una famiglia, che non aveva più dei genitori.
Tutti quelli che conoscevano lo, almeno di vista o ne avevano sentito parlare alla Garrison, sapevano o sospettavano che Keith fosse orfano, ma da qui a sbandierarlo proprio davanti ai ragazzi del corso che frequentava era stata ben altra cosa.

 

Keith non aveva resistito e il risultato finale era stato proprio quello: un pugno ben assestato e con tutta la forza che aveva in corpo contro il muso del compagno spocchioso.
Non passarono che pochi secondi e, prima che qualcuno potesse dire anche una sola parola, Keith scappò via, incurante degli allievi e dei professori che aveva intorno.


Sbigottiti. Erano rimasti tutti scioccati per quanto avvenuto, compreso lo stesso James. Tutti, ma c'era stato qualcuno che era sconvolto già prima di quel pugno e questo era stato Hunk.

 

Hunk era un ragazzone moro e dalla pelle scura, che frequentava lo stesso corso dei due litiganti e aveva sentito i brividi scorrergli lungo la schiena nell'udire le parole che James aveva rivolto a Keith Kogane.

Keith aveva sicuramente un brutto carattere, tutti lo sapevano e il suo comportamento durante la simulazione di volo era stato indubbiamente deprecabile, ma da questo al gettargli contro parole tanto cattive e dolorose c'era un vero e proprio abisso.

 

Ad Hunk era stato immediatamente chiaro che James Griffin voleva colpire per ferire e c'era riuscito.

Il colpo era andato a segno e aveva fatto male, terribilmente male e, come anche troppo spesso accade, la cosa si era rivoltata contro lo stesso James e quello disteso sul pavimento con il naso sanguinante alla fine era stato proprio lui.

 

Il peggio però per Hunk doveva ancora arrivare.

 

Lui e il suo compagno di stanza, Lance McClain, un ragazzino mingherlino dai cortissimi capelli castani, la pelle scura e gli occhi blu, se ne stavano passeggiando per i corridoi qualche minuto dopo il fattaccio.
Non parlavano, il ché era strano per Hunk dato che succedeva difficilmente, e assai di rado, che l'amico concedesse al mondo più di qualche attimo di silenzio quando si era in sua compagnia.

Lance se ne stava accanto a lui, manteneva il suo stesso passo, eppure aveva sul volto un’espressione pensierosa, mentre incedeva con le mani intrecciate dietro la nuca e lo sguardo rivolto al soffitto.

“Non lo so”, esordì all'improvviso, voltandosi verso di Hunk con tono meditabondo. “Forse dovremmo andare dalla preside”.
Come era prevedibile anche Lance, proprio come lui, non aveva gradito lo spettacolo a cui avevano assistito.

“Naaa”, commentò, trascinando la vocale neanche fosse il miagolio di un gatto. “Sono sicuro che ci hanno già pensato i professori. Quel pugno ha lasciato parecchi senza parole, anche lo stesso James”. Il tono di Hunk uscì anche troppo ironico sul finale. Non voleva essere cattivo, ma James per lui se l'era meritato e non era nella sua indole tenere per sé i suoi sentimenti.

“Uhm...”, mugugnò Lance a quelle parole, ancora pensieroso. “Non parlo del pugno. Parlo di quello che Griffin ha detto a Kogane.”

“E che differenza c'è, scusa?”

Lance stava per rispondere. Hunk aveva visto le parole cominciare a formarsi sulle labbra sottili, ma contrariamente a quanto il ragazzone dagli occhi scuri si aspettava, l'amico rimase semplicemente con la bocca socchiusa e lo sguardo inchiodato su qualcosa oltre le sue spalle.

 

I piedi di Lance si erano bloccati e quindi anche Hunk frenò il passo, per poi volgersi verso il punto dove il ragazzino guardava: la palestra.
La porta era aperta e, al di là degli spalti, sulle panche riservate alle squadre di pallacanestro, seduto a testa china a tenersi con una mano il polso, c'era proprio quel Keith Kogane di cui stavano parlando.
Si voltò nuovamente verso di Lance e fu un secondo: vide l'espressione del ragazzo farsi seria, sciogliere le mani da dietro la nuca, lasciarle cadere lungo i fianchi e stringere i pugni pronto a fare qualcosa.

Hunk lo sapeva, conosceva anche troppo bene il suo amico per non riuscire ad interpretare al primo cambiamento della postura cosa stesse per combinare.
Lo vide muoversi deciso verso la palestra e fu rapido a mettergli una mano sulla spalla per fermarlo.

“Ehi, ehi, ehi...”, disse, ritirandolo indietro e spostando entrambi dallo spettro della porta, facendosi forte della sua sorprendente stazza fisica. “Cosa pensi di fare? Vuoi farti ammazzare? Kogane ha già la luna girata, davvero vuoi rischiare che ti pesti come ha fatto con James? Poi diciamocelo, amico mio, tu sei tutto tranne che diplomatico”.

 

Il fiume di parole in piena che era cominciato a sgorgare dalle labbra di Hunk venne bloccato solo per un secondo dal “Ma...” di Lance, ripreso immediatamente da: “Non c'è ma che tenga.”
“La sua mano, Hunk!”
“Guarirà. Lascialo in pace. È un lupo solitario, lo sanno tutti, se ne starà un po' da solo e poi tornerà lo scontroso di sempre.”

A quelle parole Lance parve riflettere e ritornare sui suoi passi.

 

Hunk sapeva esattamente che si trattava solo di apparenza, dato che i pugni dell’amico erano ancora ben serrati. Fatto stava però che aveva ripreso a camminare; a camminare nella direzione sbagliata, ma almeno non era entrato in palestra e questo per Hunk era già un successo.



Keith se ne stava seduto su una delle panche al lato del campo da basket.

Nessuno frequentava quella palestra dopo le lezioni ed era un ottimo posto dove potersene stare da soli e in santa pace, quando occorreva.
Stringeva il polso della mano dolorante: era gonfio, bollente e pulsava come se fosse rotto, ma non lo era. Non era certo un medico, ma riusciva a muoverlo e questo doveva essere un buon segnale sul suo stato.
Provò per l'ennesima volta a ruotarlo: la fitta che gli saettò al cervello sembrava sopportabile.

Aprì e chiuse la mano e una sensazione non dissimile dalla precedente cavalcò i recettori del dolore fino a costringerlo a digrignare i denti sofferente.

Sul dorso della mano, le nocche erano percorse da un taglio superficiale che aveva smesso di sanguinare da un po’, ma che non aveva un bell'aspetto: anche questo aveva i bordi arrossati che stavano sfumando al viola e il ragazzo sentiva la pelle tirare fastidiosamente.

“Mi verrà un bel livido”, pensò. “Nota per me stesso: in una scazzottata non mirare mai più alla bocca”. L'ironia amara che aveva per un attimo allontanato il dolore dai suoi pensieri non affievolì però il peso che le parole dette da James gli avevano lasciato sul cuore.

Keith ci era andato pensate: non gli era mai capitato di colpire qualcuno con così tanta forza e desiderio di farlo, eppure non se ne sentiva pentito, solo... triste, amareggiato.

 

Amareggiato sì, perché non avrebbe dovuto permettere a qualcuno di arrivargli talmente vicino da ferirlo, nessuno avrebbe dovuto fargli così male: nessuno aveva il diritto di parlare così dei suoi genitori, di… suo padre.

Nessuno. A costo di trovarsi a dover prendere a pugni l'intero istituto.

L'assurdità vera era però che, per quanto fosse brutta la ferita e per quanto gli dolessero i muscoli, a fargli davvero male era il petto, come se qualche cosa premesse contro la bocca dello stomaco al punto da rendergli faticoso respirare.
Qualcosa però lo scosse d'improvviso, anzi qualcuno.

Uno dei ragazzini del suo corso era praticamente apparso dal nulla e, di peso, gli si era seduto accanto con una valigetta del pronto soccorso tra le mani.
La mente doveva essere davvero troppo annebbiata dal dolore e dai pensieri per non rendersi conto di quel nuovo evento e... diamine, non era da lui!



Lance non aveva voluto sentire ragioni ed adesso era lì, proprio dove il suo grande amico Hunk gli aveva detto di non andare. Ma lui era fatto così: non poteva rimanere indifferente difronte a… “Tutto”, avrebbe detto sua sorella Veronica, ma la verità era semplicemente che non sapeva immaginarsi una vita senza una mamma d'abbracciare e fratelli e sorelle con cui litigare per poi fare pace subito dopo.
No, non sapeva davvero immaginarsela e quanto ci aveva provato si era sentito soffocare e tutto “grazie” a Griffin.

 

Kogane era un rompiscatole, senza ombra di dubbio, con quel suo fare da “mangiatevi la mia polvere, idioti”, ma... era solo.
Gli faceva pena?
Certo che sì, e per quanto Lance si dicesse che fosse una brutta cosa provare pena per un persona, non poteva evitarselo. Non in quel momento almeno.

 

Era davvero un tipo irritante, quel moro dagli occhi... (“Di che colore ha gli occhi Kogane? Non credo di averglieli mai guardati”, si trovò a riflettere) ma una cosa era certa: sapeva il fatto suo quando si trattava di pilotare un caccia. Sembrava quasi ce l'avesse nel sangue, neanche fosse nato con le ali.

Si era appena seduto su quella panca, il tempo di posare di lato la cassetta del pronto soccorso che, voltandosi, aveva trovato l'altro ragazzo a fissarlo con aria smarrita.

Sì, smarrita, Lance non trovava nessun altro modo per definirla, anche se solo per un secondo, poi d'improvviso lo vide corrugare la fronte e inarcare le sopracciglia tanto da farle assomigliare alle ali di un “corvo morto in volo” (non che gli fosse mai capitato di vederne uno, ma Lance era abbastanza sicuro che se, a uno di quei grossi uccellacci, fosse preso un colpo in cielo, le sue ali avrebbero avuto sicuramente quella forma) per poi vomitargli contro con tono rude: “Non so chi ti abbia mandato, ma te ne puoi anche andare”.
Lance si limitò ad abbassare lo sguardo e guardargli la mano, per poi voltarsi ad aprire la valigetta che aveva portato con sé. Ne estrasse poche cose che posò sulle sue gambe: disinfettante, una mucchietto di garze, un rotolo di fascia normale e un altro di quella rigida e adesiva.

“Ehi, sei sordo? Ti ho detto di andartene. Vai da chi ti ha mandato e digli che si può ficcare quella valigetta in…”

“Modera i termini, ho solo 13 anni, sai?” lo bloccò lui, e lo blocco davvero, trovando nei suoi occhi uno sguardo sorpreso.
“Comunque, per la norma, ci sento benissimo e dato che non mi ha mandato nessuno non ho nessuno da cui andare a dire proprio nulla, quindi rimango. Questione chiusa” e, così dicendo, allungò una mano per prendere quella di Keith.

“Ti ho detto di andartene”, gli intimò ancora il texano.
“E io ti ho detto che ci sento, quindi smettila di ripeterti”, ribatté, riuscendo finalmente a prendere la mano dell’altro cadetto, procurandogli involontariamente una contrazione della mascella che non solo gli fece fremere i muscoli del viso, ma anche gli occhi gli si strinsero doloranti e... “Blu. No, non blu, viola... ecco sì, viola”. Gli occhi di Keith Kogane avevano una sfumatura viola adesso che riusciva a guardarli da vicino.

“Maledizione, mollami o sarà peggio per te”, ringhiò con una sfumatura di dolore, ma non retrasse la mano, probabilmente più dolorante di quanto volesse dare ad intendere.

“E cosa vuoi farmi? Picchiarmi come hai fatto con Griffin?”

A quel dire Lance ottenne il sobbalzare dello sguardo del ragazzo difronte a lui.

“Se proprio ne hai voglia accomodati, ma ti avverto, urlo come una nonnetta isterica”.

“Una nonnet-cosa?” tentò di replicare sorpreso l’altro.
“Una nonnetta. Ne ho una e so di cosa parlo!” e… gli strappò un sorriso. Una cosa appena accennata, ma... “Wow, Allora anche Kogane sa sorridere!” lo sfotté senza reale malizia.

 

“No, non voglio picchiarti”, confessò Keith a bassa voce, sorvolando sulla battuta del tizio davanti a lui.

“Allora siamo a posto, perché io non voglio andarmene. Non prima di aver finito con te”, aggiunse ancora quel ragazzino dalla pelle scura, “quindi, se vuoi davvero che me ne vada ti conviene fare il buono e lasciarmi fare”.

Keith non obbiettò oltre e come poteva?

Quel moccioso l'aveva messo all'angolo e davvero non aveva voglia di picchiarlo, malgrado i suoi assurdi pensieri di poco prima.

Osservò quel ragazzo cominciare a pulirgli il taglio sulla mano e, accidenti se bruciava!

“Se ti faccio male, dimmelo.”

“Perché in caso cosa faresti?”

“Nulla in effetti”, rispose l'altro facendo spallucce, “ma a volte basta dire che cosa ci fa male per sentire meno dolore, sai?”

Keith non commentò, ma non era sicuro che avesse ragione, fatto stette però che dopo poco “Ahi!”, sottolineò atono.

“Ottimo. Funziona?”

“Per nulla.”

“Beh, almeno ci abbiamo provato.” Ancora fece spallucce e ancora a Keith venne da sorridere, ma questa volta fu bravo a tenerlo per sé.

L'osservò finire di pulire la ferita, metterci della garza e dare qualche giro di fascia, prima di chiudere il tutto con la benda rigida.

“Non sei stato furbo. Colpire James proprio nel momento in cui rientravano i professori...”, commentò il ragazzo dagli occhi blu, sbuffando appena, continuando a lavorare sulla sua mano a testa bassa e senza guardarlo in viso. “Cosa ti diceva la testa? Probabilmente nulla, dopo come sei stato trattato”.

Già, non aveva proprio pensato, su questo quel ragazzino non sbagliava.

Non gli rispose. Non gli andava, e in fondo quel tipo sembrava particolarmente afferrato a porre domande e a darsi risposte da solo.

Rimasero per diversi istanti in silenzio, fin quando: “Ho intenzione di andare dalla preside e raccontare come sono andati davvero i fatti”, disse quell’infermiere improvvisato.

“Perché lo stai facendo, che te ne viene?” chiese Keith mentre osservava la fascia rigida che il ragazzo gli aveva avvolto e stava avvolgendo attorno alle bende e attorno al polso.

 

“Qualcuno deve pure farlo”, rispose con un'alzata di spalle, Lance. “Un amico mi ha detto che sei un lupo solitario, ma io non la penso così. Forse sbaglio, ma ritengo che tutti quando ci sentiamo feriti cerchiamo di starcene un po' da soli. Pensiamo sia la cosa migliore da fare, ma in realtà non facciamo altro che crogiolarsi nel nostro dolore. Quando sei solo il dolore non passa, sai, anzi si fa più persistente e la tristezza aumenta, perché hai con te solo l'immagine deprimente di te stesso. Quando ero piccolo e mi arrabbiavo tanto da andarmi a chiudere nella mia stanza, la mamma mi correva dietro. Strillavo e sbraitavo perché non la volevo, ma la verità era che sapevo di poter sempre contare su di lei. Sempre. E la cosa mi faceva sentire bene, perché lei era lì, non importava quanto fossi arrabbiato: lei era lì, dietro la porta, per me. Così mi sono domandato se qualcuno a te fosse mai corso dietro.”

 

Quando il cadetto dai capelli castani alzò lo sguardo dalla fasciatura, trovò Keith a volto chino, probabilmente a controllare il suo lavoro.

Non fiatava e Lance temette di aver esagerato: malgrado il ragazzo avesse accettato il suo aiuto forse non apprezzava affatto che si trovasse lì con lui e quel suo brutto vizio di parlare troppo sicuramente non piaceva ad un tipo di poche parole come Kogane.

Oltretutto Lance si era messo a blaterare storie sulla sua Mamá, ma che gli era passato per la testa?

Sapeva che Keith era orfano, quindi perché, maledizione, non faceva altro che aprire bocca e dargli fiato senza ragionare minimamente sulle relative conseguenze?

Non si stava comportando meglio di Griffin. Certo, non era arrivato al suo livello, ma senz'altro ci era andato parecchio vicino.

“Finito”, informò.

Keith, a testa bassa, ritrasse la mano e, afferrando il polso dolente, se la portò al petto.

“Mi raccomando”, aggiunse, mentre riponeva le poche cose usate nella valigetta, cercando di spostare l'attenzione dalle sue prime parole dette aggiungendone di nuove.

Non che fosse la più geniale delle idee, ma... altre non gliene erano venute in mente, quindi: “Tutto sommato non è nulla di grave, mi sono conciato in maniera peggiore lottando con i miei fratelli. Ma cerca di non sforzare troppo il polso, dammi retta, so quello che dico” e… no, non lo sapeva. Di nuovo aveva tirato in ballo la sua famiglia.

Cielo, ma quanto poteva essere stupido?

L'unica cosa da fare a quel punto, per evitare altri danni, era andarsene e farlo quanto prima.

Si alzò e, valigetta alla mano, si diresse verso il corridoio.

“Beh, ci si vede al corso”, si limitò a dire dall'uscio, votandosi appena per guardare Keith: il moro non sembrava aver voglia né di parlare, né di degnarlo di uno sguardo.

Lance se ne sentì dispiaciuto.

Mosse un nuovo passo, oltrepassando la porta della palestra, quando...

“Che te ne viene?” gli giunse la voce di Keith, paralizzandolo suo posto. “Non mi hai ancora risposto. Che te ne viene, si può sapere?” gli inveì contro.

Dal tono sembrava arrabbiato, ma... “Niente”, rispose comunque Lance, prontamente, e per paura di dire anche una sola parola di troppo si sbrigò a chiudere la porta dietro di sé.

 

Keith, appena solo, guardò la mano bendata.

Il dolore al petto era sparito.

 

 

Keith gettò il grosso sacco dell'immondizia nella pattumiera del cortile della Garrison.

Si asciugò il sudore dalla fronte.

Faceva caldo, non che in quella struttura nel deserto facesse mai una temperatura diversa a quell'ora, ma, anche sapendo che presto, con l'arrivo della sera, avrebbe rinfrescato, lavorare per dover riparare a quel pugno dato non lo metteva di buon umore.

 

Rimase qualche secondo immobile a riprendere fiato.

Fortunatamente per quella giornata aveva quasi finito, ne mancavano solo altre quattro.

A quel pensiero un ghigno divertito gli piegò le labbra: a Griffin era andata decisamente peggio. Gli era toccato un intero mese di punizione e tutto perché quel ragazzino che l'aveva medicato e il suo grosso amico erano andati a raccontare alla preside come si erano svolte le cose.

Era stato James a provocarlo, tutti l'avevano visto, ma solo quei due avevano avuto il coraggio di dire come erano andati davvero i fatti.

Certo, lui non avrebbe dovuto reagire a quel modo, ma sapere che per una volta a quel “bravo ragazzo” di Griffin erano state rotte le uova nel paniere, non poteva che divertirlo e magari per un po' l'avrebbe lasciato stare.

 

Ancora il sudore tornò ad imperlargli la fronte e il ciuffo di capelli corvini che si appiccicava sulla pelle rendeva quella situazione ancora più fastidiosa.

Aveva bisogno di bere un goccio d'acqua. Accidenti se ne aveva bisogno!

 

Per sua fortuna il cortile adibito ai rifiuti era esattamente davanti ai campi per gli allenamenti e l'acqua delle fontanelle ai lati degli spalti era decisamente la più fresca di tutta la scuola.

 

Il tempo di voltarsi, fare un paio di passi nella direzione della pista per la corsa che, accanto agli attrezzi per la ginnastica, proprio sotto il set di sbarre, vide quel ragazzino dagli occhi blu.

Ma come accidenti si chiamava?

“Uff!” sbuffò, non gli era mai interessato conoscere i nomi o mischiarsi a quei “ragazzi di buona famiglia” che frequentavano una scuola tanto prestigiosa come la Garrison, quando lui era lì solo perché Takashi Shirogane aveva garantito per lui, convinto che avesse le carte in regola per starci e lui aveva voluto credergli.

Quel pensiero lo fece rabbuiare nuovamente: che diavolo aveva mai visto Shiro in lui e perché diamine adesso, di punto in bianco, gli interessava come si chiamava quel ragazzino?

Nel porsi quell'ultima domanda la mente guidò il suo sguardo verso il compagno di corso: gli dava le spalle, mentre a testa china sembrava massaggiarsi un braccio.

Non erano affari suoi, infondo.

Scosse il capo.

La fontanella non era troppo lontana, tornò a guardare davanti a sé e tirò dritto.

 

Era solo... che diamine ci faceva tutto solo il fine settimana in accademia?

Aveva una famiglia, glielo aveva detto quel giorno in palestra, oltretutto era anche senza quel ragazzone che se lo portava sempre dietro.

Strinse le labbra e represse l'istinto di tornare a guardarlo: era arrivato alla fontanella e lui era in quel campo solo ed esclusivamente per quello: bere.

 

Si piegò sullo spruzzo d’acqua. Era talmente piacevole che ne approfittò per chiudere gli occhi e muovere il volto in modo che lo zampillo lo colpisse.

L'acqua fresca gli scorse sulla pelle, dandogli nuova vitalità mentre si sollevava dal getto, lasciando che l’acqua gocciolasse piacevolmente dai capelli bagnati, lungo gli zigomi e il collo.

Oh, andava meglio! Andava decisamente meglio.

 

Keith si voltò per tornare sui suoi passi, ma per l'ennesima volta lo sguardo gli scivolò dove solo pochi istanti prima aveva visto l'altro cadetto e era ancora lì, anche se finalmente sembrava essersi deciso a fare qualcosa oltre che a rimanersene quasi del tutto imbambolato nel nulla.

Lo vide alzare un braccio verso la sbarra media, quella giusta per uno della sua statura. L'altro braccio seguì più lento il primo, ma prima che lo distendesse del tutto lo retrasse, piegandosi su se stesso e stringendosi il fianco.

“Ma che diamine…?” Formulò la sua mente, mentre senza rendersene contò si era già mosso.

 

Silenziosamente si accostò al sostegno in metallo dell'asta e, a braccia conserte, vi si poggio contro con la schiena.

Gli occhi gli si assottigliavano, fissandosi sul volto del ragazzino: era accigliato, il volto era contratto in una smorfia di dolore, aveva un sopracciglio spaccato e un labbro tagliato e gonfio. Non sembrava essersi accorto di lui, completamente immerso i chissà quali pensieri.

Keith ci mise un solo attimo per capire cosa potesse essere successo.

“Che ci fai alla Garrison? Non hai una casa dove andartene durante le feste?” domandò con tono piatto, sorvolando volontariamente sullo stato dell'altro.

 

Lance sobbalzò, facendosi di lato e, a quel movimento improvviso, la spalla e le costole non mancarono di scatenargli una nuova fitta di dolore.

Strizzò istintivamente il lineamenti del viso, rimanendo solo con un occhio aperto a fissare il nuovo venuto.

“Accidenti! Ma da dove cavolo spunti? Non sarai una sorta di ninja, spero?” si lamentò verso Kogane, praticamente generatosi dal caldo e dal nulla.

“Idiota”, fu il secco commento di risposta dell'altro.

“Gentile come al solito, vedo!” protestò.

“La smetti di dire scemate e mi spieghi che ci fai qui?”

Lance sfarfallò un paio di volte le ciglia stupito nella direzione dell'altro ragazzo, prima di alzare lo sguardo alla sbarra sulla sua testa e riportarlo nuovamente su di questi, indicando in contemporanea in alto con un dito, per dire con fare perplesso: “Aaa...ttrezzi?”

 

“Sei tu che devi dirlo a me. Razza di...” Keith blocco quel suo nuovo inveire notando sul volto del cadetto allargarsi un sorriso divertito. Ma... si stava prendendo gioco di lui? Davvero?

Non ebbe il tempo di rifletterci troppo sopra che lo vide portarsi una mano al labbro offeso.

“Ti hanno conciato per le feste”, osservò a quel punto.

“Già”, si limitò a rispondere l'altro, tornando a posizionarsi nuovamente sotto al centro esatto della sbarra.

Di nuovo Keith lo vide allungare le mani per tornare a stringersi a se stesso, preda dell’ennesima stilettata di dolore.

Non commentò, non ancora almeno, limitandosi ad inarcare un sopracciglio.

“Quindi? Sei rimasto per farti pestare o cosa?”

Lo vide tornare ad accennare un sorriso a quella domanda, questa volta attento a non far riaprire la ferita sul labbro. “Ovvio. Lo sanno tutti che adoro essere malmenato da tre cretini del terzo anno!”

La sfacciataggine del ragazzino gli portò un moto di ilarità che trattenne, camuffandolo da rassegnazione.

 

“Non ho denaro”, riprese poi, prima che Keith potesse dire qualunque cosa. “La mia famiglia non naviga nell'oro e non posso permettermi di tornare a casa alle feste”.

Questa poi!

Keith non se lo aspettava, allora non c'erano soltanto figli di papà in quella stramaledetta scuola!

Probabilmente quel gigante del suo amico era tornato a casa e gli amichetti di James avevano aspettato che fosse solo per pestarlo.

“Una bella prova di coraggio”, pensò ironicamente, “in tre contro un ragazzino del primo anno, che schifo”.

Per l'ennesima volta lo vide tentare di afferrare la sbarra, si spinse un poco più su, ma ancora si retrasse dolorante.

“Certo che sei testardo?” protestò a quel punto, scostandosi dal palo dove appoggiava.

 

Lance non aveva ancora riaperto gli occhi dopo quella nuova fitta, quando sentì un paio di mani afferrarlo per i fianchi.

“Al mio tre, ok?”

Possibile? Davvero Keith Kogane lo stava aiutando?

Annuì, mentre il conto cominciava.

“Uno. Due e tre!” dichiarò il texano, sollevandolo di colpo.

Lance si afferrò all'asta, gettando il grosso del peso sul braccio buono. “Non lasciarmi, non ancora”, chiese di getto e l'altro sembrò accontentarlo.

Il tempo per il giovane cubano di prendere confidenza con la sua nuova condizione ed afferrare la sbarra in modo da potersi tirare su, che riprese: “Ok. A posto. Grazie”.

 

“Nulla”, rispose Keith, mentre l'osservava tirarsi seduto sulla traversa e lasciarsi andare nel vuoto fino ad arrivare a ciondolare a testa in giù con le gambe ben salde all'asta di metallo.

Keith ancora non capiva cosa avesse da fare ridotto in quello stato con quel attrezzo, ma la risposta non tardò ad arrivare: lo vide incrociare le mani dietro la nuca, incurante del dolore che lo costrinse a strizzare gli occhi ed a colorare le guance. Rimase così per una manciata di secondi.

“Il tempo di abituarsi”, pensò Keith, ed era proprio così perché dopo poco lo vide riaprire gli occhi, prendere un profondo respiro e cominciare a fare una serie di flessioni. Dapprima lentamente, poi, presa confidenza con il dolore aumentò il ritmo.

“Non dovresti. Non stai bene”, lo rimproverò.

L’altro cadetto si voltò a guardarlo, ma non si fermò. “Naaa!” gli rispose, “Ho due fratelli più grossi di me, e ti assicuro che non è niente… senza contare che… una volta sono caduto… giù per una… scogliera e…” Il dire del ragazzo era spezzettato dal fiato reso corto dall'esercizio. “Quella volta sì che… ero ridotto male. Oltretutto… mi sono ripromesso… di farne almeno tre… serie da trenta… al giorno, tutti i… giorni e le farò… cascasse il mondo!”

Sì, era decisamente testardo a quanto sembrava.

“Voglio diventare… pilota, ma per farlo… non basta studiare… devo passare anche l'idoneità fisica e… sono ancora troppo debole.” Si fermò.

 

Keith non aveva contato, ma era abbastanza sicuro che quel ragazzino appeso a testa in giù avesse finito la sua prima serie.

“Secondo me ti fai troppi problemi”, commentò, ostentando non curanza.

“E tu troppo pochi”, ribatté immediatamente a tono l’altro.

Keith si sentì scioccamente irritato da quell’affermazione e non perché non fosse vero, anzi era l’esatto contrario ed era proprio quello ad innervosirlo.

Era lì, in quell’istituto, perché una parte di lui voleva dimostrare al resto del mondo (a quel Griffin e a tutti quelli che avevano detto che non avrebbe mai fatto nulla di buono nella vita, per primi) che era in grado di essere migliore, il migliore. Ma alla fine non aveva davvero fatto un granché: era rimasto lì, appeso, proprio come quel ragazzo accanto a lui, aspettando che qualcosa intervenisse a cambiare le cose, perché in verità era lui il primo a non credere in se stesso.

Shiro gli aveva teso una mano e lui… lui cosa ne stava facendo di quell’aiuto?

 

Il tempo di prendere fiato, contare fino a venti nella sua testa e Lance riprese con una nuova serie.

Keith lì accanto si era fatto silenzioso, nuovamente gettato contro il palo.

“Sai, infondo… non sembri così… male come dicono.”

“Beh, ti sbagli!” rispose rapido e a tono il texano.

“Certo… e allora perché… sei ancora qui?”

“Perché uno stupido ragazzino non saprebbe come scendere da quest’attrezzo ridotto com’è.”

Lance sorrise: Keith si era risposto da solo, anche se lui non era sicurissimo che ci avesse fatto caso.

“Idiota!” Mugugnò infastidito proprio quel Kogane dopo un attimo.

Oh, sì! Ci aveva appena fatto caso, eccome!

 

Lance finì di contare trenta flessioni. “Finalmente”, pensò. Il dolore era quasi insopportabile, ma non lo avrebbe fermato.

“Non sei costretto a farlo. Puoi andare. Mi farò cadere in terra e striscerò dolorante fino alla mia stanza.”

 

Keith ancora si trovò a dover trattenere una risata.

“Grazie”, aggiunse quel cadetto con tono gentile, riprendendo le sue flessioni.

“Non ringraziarmi.”

“Sì… invece. Comunque… ormai l’ho fatto… non posso mica… rimangiarmi le parole… dette, no?”

Quel ragazzino sorrideva, malgrado il labbro rotto, sembrava quasi non dispiacersi della sua compagnia e questo era… strano, doloroso in un qual modo.

Le persone di solito lo sfuggivano, non lo cercavano e certo non stavano a perdere tempo in chiacchiere con uno come lui.

Giusto Takashi, anzi Shiro, come preferiva farsi chiamare, sembrava sopportarlo, ma lui era diverso, speciale. Sciocco, per alcuni versi, a credere che, presto o tardi, non lo avrebbe deluso e qualche giorno prima ci era andato davvero molto vicino: come suo responsabile, Shiro si era preso una lavata di capo dalla direttrice a causa di quel pugno.

Non era la prima volta che Keith si azzuffava con altri cadetti, ma James era un ragazzo di buona famiglia e un ottimo studente; il fiore all’occhiello per alunni e insegnanti della sua vecchia scuola e anche lì, alla Garrison, la storia non era certo cambiata.

Era stato sicuro che, dopo quanto successo, Shiro lo avrebbe allontanato; che avrebbe gettato la spugna e preso le distanze, anche lui come gli altri, ma, contrariamente a quello che credeva, gli aveva detto che non avrebbe mollato, che sapeva quanto valeva.

Ma quanto valeva davvero?

Questo Keith non lo sapeva.

 

“Finito!” Le parole di quel ragazzino lo destarono dai suoi pensieri.

“Era ora”, commentò atono, scostandosi dal palo contro il quale poggiava.

Afferrò l’altro cadetto per la vita, mentre questi, appoggiandosi sulle sue spalle, tornava con i piedi in terra.

 

Era leggero. Keith Lo aveva già notato alzandolo la prima volta, ma in quell’istante quello stato di cose gli rese ancora più assurdo il pensiero che dei ragazzi più grandi avessero picchiato un ragazzino tanto piccolo.

 

“Bene. A questo punto tolgo il disturbo. Ci si incontra in giro, Kogane!” salutò Lance pronto da andare.

Attese qualche istante, un po’ per far sì che il sangue tornasse a scorrergli nella direzione giusta del corpo, dopo tutto quel tempo rimasto appeso in testa in giù, un po’ nella speranza che l’altro ricambiasse quel saluto, ma nulla: solo il sangue aveva fatto quanto si aspettava, Keith Kogane invece era rimasto fermo a guardare il terreno.

Era stanco per attendere oltre qualcosa che probabilmente non sarebbe arrivato e forse doveva semplicemente arrendersi all’evidenza: quel ragazzo era fatto così, non sapeva salutare, pazienza!

Si voltò per avviarsi.

“Perché lo hai fatto?” gli arrivò bassa la voce di Kogane frenandolo.

“Perché salutare è buona educazione, ecco perché?”

“Perché sei andato dalla preside?”

“Ah, quello!” Lance fece spallucce. “Perché sarebbe stato il tuo terzo richiamo e ti avrebbero sbattuto fuori dalla Garrison.”

“E a te cosa importa!?” Keith alzò il volto di colpo, gettando in quello di Lance uno sguardo… ferito.

Era stato lui ad avergli fatto male? Come?

“Perché”, riprese, cercando di non far vedere quanto quegli occhi viola l’avessero colpito, “anche se non lo riesci a vedere, tu sei fatto per questo. Forse sono uno stupido, ma sei eccezionale: sembra che non te ne renda conto, ma riesci a fare istintivamente quello che molti di noi hanno bisogno di mesi di allenamento per compiere. Sei nato con le ali Keith, quelle di un caccia, ma pur sempre delle ali.”

“Guarda come ti hanno ridotto, pensi davvero che ne sia valsa la pena?” La voce del ragazzo aveva assunto una nota affranta.

“Le ferite guariscono, Keith”, rispose lui facendo per l’ennesima volta spallucce, “e sì, penso che tu ne valga la pena.”

 

Il sole stava tramontando, mentre Keith se ne stava ammutolito e confuso a guardare l’altro cadetto. Ma perché diamine gli dava tanto credito?

Non ebbe tempo di rispondersi che le labbra del ragazzino davanti a lui si piegarono in un ghigno presuntuoso, ignorando del tutto la ferita che tornava ad aprirsi.

“Anche se ti capisco”, disse a quel punto con sufficienza, “è normale. Sei intimidito dalla mia abilità. Sai che alle lunghe non hai speranza di vincere contro di me, ma tentare addirittura di farsi espellere per non affrontare la vergogna, beh, mi sembra un pochino eccessivo, anche da uno strano come te.”

“Ma che diamine dici?” sbottò Keith incredulo, difronte a tanta faccia tosta.

“Solo la verità.”

“Quindi, non eri tu il pivello che piagnucolava davanti la bacheca, l’altro giorno, perché ultimo nelle graduatorie.” Non ricordare il nome di quel moccioso non voleva dire che Keith non lo avesse notato sbuffare deluso accanto a quel gigante del suo amico.

“Ops, mi hai visto? Beh, sappi che è tutta una tattica la mia”, disse puntandosi le mani sui fianchi e sollevando il mento con fare altezzoso. “Un bravo stratega non mette subito tutte le sue carte in gioco, lo sanno tutti!”

“Sì, certo”, commentò Keith con tono piatto.

“Mancano ancora due trimestri alla fine del corso. Preparati a mangiare la mia polvere, Kogane!” gridò in ultimo quel ragazzino, volgendosi e correndo via, ridendo divertito.

 

 

Era piuttosto tardi quando Shiro rientrò alla Garrison.

Aveva avuto una giornata pesante, ma tutto sommato non era stata tanto male.

Gli sarebbe piaciuto trovare Adam al suo ritorno, ma giustamente il compagno era tornato dai suoi per passare le feste, Keith era stato punito e lui non poteva certo lasciarlo da solo.  

 

La luce nella sala comune di quel settore era ancora accesa, qualche ragazzino se ne stava ancora raggomitolato sui divanetti a chiacchierare nel suo cellulare.

Non era la consuetudine, ma erano rimasti davvero in pochi nell’istituto durante le feste per permettersi di essere troppo fiscali.

 

Si diresse verso la camera di Keith. Era tardi, questo era vero, ma il cadetto in questione non era tipo da andare a dormire troppo presto e voleva sinceramente sapere come avesse passato la giornata.

Una sciocchezza infondo, ma qualcosa gli diceva che al ragazzino avrebbe fatto piacere e anche a lui, per non trovare due muniti per farlo, malgrado la stanchezza.

 

Come tutor aveva l’accesso alla stanza e la porta si aprì senza troppi problemi anche se rimase piacevolmente stupito di trovare Keith era alla sua scrivania, chinato sui libri.

 

Le iridi scure del ragazzino si erano voltate verso di lui non appena la porta si era aperta.

 

“Scusami se non ho bussato, temevo dormissi e non volevo disturbare”, informò l’ufficiale avvicinandosi.

Keith roteò la poltroncina girevole verso di lui, sorridendogli. “Tranquillo, studiavo.”

“Vedo. Cos’è questa novità? Mi devo preoccupare? Gira qualche strana influenza tropicale di cui non sono stato informato?” Lo prese in giro lui.

“Uff!” sbuffò Keith a quel fare. “Non sei affatto divertente, sai?”

“Lo so”, continuò Shiro divertito, appoggiandosi alla parete proprio accanto a al ragazzino e prendendo il libro degli esercizi dalla scrivania: diversi erano risolti. Shiro era meravigliato anche se evitò di darlo a vedere.

Keith solitamente faceva il minimo indispensabile mentre invece da quello che leggeva non aveva semplicemente risposto, ma aveva addirittura motivato le sue soluzioni.

“Passata una buona giornata?” decise di domandare, sorvolando dall’indagare su quella stranezza e posando il libro sul piano laccato.

 

“Ahhh!” Keith, tirò su le gambe incrociandole sulla seduta della poltroncina, e per tutta risposta sospirò facendogli alzare un sopracciglio. “È che c’è questo ragazzo del mio stesso corso. È un piccoletto fastidioso con gli blu che sta sempre appiccicato ad un tizio grosso il doppio di una persona normale. Hai presente? È convinto che diventerà il migliore del corso e…”

“McClain?” lo interruppe Shiro, capendo a chi si riferisse, non essendo poi molti i ragazzini selezionati per il corso d’inserimento per i piloti da combattimento. “Ho controllato i suoi risultati, ha dei buoni punteggi.”

“Si ok, ma potresti aspettare che finisca di parlare, Shiro?” Lo riprese piccato. A quanto pareva quel discorso doveva stargli particolarmente a cuore, il che era una bella novità, in effetti. “E vorrei farti notare che il migliore nel corso sono io, non certo questo… Mc-coso?”

“Ti ha sfidato?” chiese ancora, cominciando a intuire cosa potesse essere avvenuto.

“Tz! Sfidato, come se potesse competere con me. Ha solo aperto bocca e gli ha dato fiato. Tutto qui!” Disse stizzito, voltando la testa di lato.

“Capisco, quindi è un tuo amico?” azzardò.

“C…Cosa? Sei pazzo?” rispose di getto Keith, improvvisamente paonazzo, tornando a guardarlo. “Quello è fuori di testa: non ha il fisico per reggere la pressione in alta quota, eppure si ostina a fare quello che gli dice la testa!”

“Mi ricorda qualcuno, sai?” commentò divertito.

“Sì, un idiota”, sbuffò Keith senza riflettere e incrociando le braccia al petto.

“Quindi, in definitiva, hai passato una bella giornata, giusto?” tentò ancora, intimamente divertito da quella situazione e lieto che qualcosa fosse intervenuto finalmente a scuotere quel ragazzino, tanto da prendere in seria considerazione la possibilità che gli aveva offerto.

“Sono in rigore, come posso aver passato una bella giornata, Shiro!” replicò esasperato Keith.

 

 

Lance McClain, malgrado i suoi tentativi, non riuscì ad entrare nella classe dei combattenti.

Keith Kogane sì.

   

“Kogane era il migliore, ma con la notizia del fallimento della missione Kerberos ha dato di matto. È del tutto fuori dai giochi ormai.”

“Chi altro possiamo integrare al suo posto?”

“Griffin è senza alcun dubbio il più adatto. È il secondo del corso e…”

“Uhm…” mugugnò il Comandante Iverson, interrompendo la discussione sulle disposizioni delle nuove squadre.

“Signore?”

“McClain”, annunciò senza troppi giri di parole l’uomo.

“Cosa?” domandò più di una voce.

“Lance McClain del corso cargo”, aggiunse l’ufficiale.

“Un pilota cargo, non saprei”, commentò uno degli insegnanti presenti.

“Il migliore del corso cargo”, ribatté senza incertezze Iverson. “Ha partecipato alle selezioni per i combattenti. Ottimi punteggi, ma ancora troppo piccolo per il corso superiore.”

“Mi ricordo di lui”, commentò un altro dei presenti. “Si era dimostrato più versatile degli altri nel coprire più ambiti e questo gli ha giocato in parte contro. Eravamo certi avrebbe avuto più possibilità in altri settori.”

“Se siete d’accordo vorrei dargli una possibilità”, concluse il Comandante.

 

 

“E tu chi sei?” domandò Keith al tizio spuntato dal nulla che parlava di dover essere lui a salvare Shiro e che non aveva messo K.O. solo perché non indossava un’uniforme.

“Chi sono io? Ah… Il mio nome è Lance. Eravamo nella stessa classe alla Garrison”, rispose l’altro deluso come se lui dovesse davvero sapere chi fosse.

“Davvero? Sei un ingegnere?”

“No, sono un pilota!” il silenzio di Keith spinse Lance ad approfondire la cosa. “Eravamo, tipo, rivali. Hai presente, Lance e Keith, testa a testa.”

“Ah, aspetta, mi ricordo di te”, disse Keith accigliandosi. “Tu sei il pilota cargo.”

“Non più ora. Sono nella classe Combattenti, grazie a te che sei stato espulso”, il tono del cubano arrivò irritato.

“Bene, congratulazioni”, concluse l’altro senza alcuna enfasi.

 

Keith ne era rimasto sorpreso, aveva appena ritrovato Shiro e… Quello era Lance McClain?

Davvero quel ragazzo che lo superava di mezza spanna era quel piccoletto rompiscatole?

Aveva detto cose a caso, non se lo aspettava e la tensione del momento certo non aiutata, ma come poteva non ricordare quel ragazzino?

Senza neanche saperlo lo aveva costretto a darsi una smossa, gli aveva sbattuto in faccia che se voleva dimostrare davvero chi fosse non doveva semplicemente aspettare che le cose cambiassero, avrebbe dovuto fare lui in modo che questo avvenisse.

Doveva dire che era cresciuto parecchio dall’ultima volta che lo aveva visto, una cosa però non sembrava cambiata: chiacchierava ancora decisamente troppo, per i suoi gusti.

 

“Ok, era un insulto. Ci sono arrivato!”

Keith sorrise, anche l’ironia del ragazzo era ancora tutta lì.

Non sapeva dove lo avrebbe portato quell’avventura nel deserto, ma aveva ritrovato Shiro e con McClain al seguito prometteva di rivelarsi divertente.   

 

 

Keith, contro le sue stesse aspettative, non rimase meravigliato, quando il Leone Blu che lo aveva chiamato per mesi scelse Lance.

lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: The Legend of Eiji - La cronaca, Il piccolo Avatar (cap. 10)

Cow”t 9, settima settimana, M11.
prompt: “La morte”
Numero parole: 4644
Rating: Verde
Fandom: The Legend of Korra

Introduzione: [La storia si svolge diversi anni dopo la morte dell’Avatar Korra.]
La morte, L’arcano senza nome, la tredicesima carta dei tarocchi. Rappresenta la fine, il mutamento, la rinascita. Chi meglio dell’Avatar può incarnare tutte queste caratteristiche?
Eiji e i suoi guardiani sono finalmente giunti a casa di Fen”Shu e per la vecchia Daiyu è giunto il momento che tanto temeva, quanto desiderava, rincontrare gli occhi di suo figlio, dentro il corpo del nuovo Avatar.
Genere: Commedia, Introspettivo, Sentimentale
Coppia: nessuna
Avvertimenti: nessuno

 

--- --- ---

 

 

Il piccolo Avatar

 

La serata stava passando tranquilla, mentre Fen Shu osservava fuori dalla finestra della cucina.

L’acqua per la sua tisana sembrava non volersi decidere a bollire.

Si sentiva strana, non turbata di per sè ma… perplessa, ecco, questa era la parola giusta: dopo che quello zuccone dalla pelle scura di suo cugino si era trascinato via la sua Min, lei era rimasta imbambolata a fissare la porta socchiusa, mentre sentiva i passi dei due ragazzi allontanarsi per le scale.

 

Quel comportamento non era da Jin. Suo cugino era stato piuttosto strano, considerando che era passato diverso tempo da quando avevano finito di pranzare, era impossibile che non avesse ancora finito di rassettare la cucina. No, non era davvero da lui, per questo era scesa quatta quatta fino ad arrivare a spiare dalla porta socchiusa della cucina.

Contrariamente a quanto si aspettava, però, Jin e la sua migliore amica stavano davvero lavando i piatti, o per meglio dire: Jin li lavava e Min li asciugava.

Malgrado tutto qualcosa ancora non le tornava: sul momento aveva pensato che il ragazzo, trovandosi costretto a cucinare per così tante e, oltretutto, dopo aver dovuto sistemare i danni causati dalla baruffa di Kiki e Miyuri, fosse stato semplicemente stanco.

 

Fen Si era sentita dispiaciuta. Jin stava facendo le faccende di casa tutto da solo a causa della scommessa persa, ma certo non erano stati previsti degli ospiti quando lei gliel’aveva lanciata.

Certo una scommessa era una scommessa e probabilmente se fosse stata lei al suo posto il cugino non si sarebbe fatto certo impietosire, ma Fen Shu era Fen Shu e non trovava giusto che il ragazzo si facesse carico di tutto il lavoro. Così, quando era stato il momento per Min di tornare a casa lei, con la scusa di accompagnarla, si era offerta di andare a fare la spesa al posto del cugino trovandosi già di strada.

Ahhh, quel cretino invece di essere contento, aveva avuto anche il coraggio di dirle che non si fidava e che sarebbe stato meglio che andasse anche lui per controllasse che non facesse guai.

Era stata così costretta a rivelargli che lo stava facendo proprio per concedergli un po’ di respiro, per lasciargli tempo di riposare, ma era stata ripagata appieno dalla faccia assurda che Jin aveva messo su. L’aveva preso contropiede, una cosa che capitava di rado, e Fen non aveva potuto fare a meno di gongolare di quella sua espressione meravigliata. Questo, almeno fin quando, arrivato il momento di andare, non le aveva presentato un “blocchetto” di fogliettini.

 

Fen Shu sbuffò nel ricordare con quanta scrupolosità avesse appuntato (e spiegato) ogni singola voce di quella che si era poi rivelata la lista della spesa (una assurda lista della spesa), divisa negozio per negozio e… ogni biglietto indirizzato ai vari titolari delle varie rivendite.

Il sorriso tronfio di Jin nel dirle che sarebbe bastata semplicemente che desse il foglietto chi era indirizzato e nessuno avrebbe corso rischi di sorta le aveva istantaneamente fatto venire voglia di prenderlo a borsettate li sulla soglia di casa, incurante di dare spettacolo davanti ai passanti.

 

“Ma per chi diavolo mi ha presa quell’idiota?! Per una di quelle ragazzine cretine tutte trucco e niente cervello che ogni tanto si porta a letto?” Sbottò dentro di sé mentre, spento il fornello, versava l’acqua bollente nella teiera che l’attendeva sul tavolo. “Colpa mia, non dovevo essere tanto gentile, così imparo a fagli un favore! Giuro che non ci sarà una prossima volta. A costo di impiccarmi con le mie stesse mani.”

Naturalmente Fen Shu non avrebbe rivelato mai a quell’odioso “affare” che si ritrovava per cugino, che aveva evitato la figuraccia per un soffio quando, imboccata la via di casa, si era trovata in mano il biglietto per il Signor Wong ed era tornata di corsa indietro fino alla macelleria.

 

Questo non voleva dire che fosse imbranata come credeva Jin, distratta, questo sì, ma non imbranata. Aveva percorso tutto il tratto di strada da casa sua a quella di Min sovrappensiero, mentre l’amica le faceva il resoconto della telefonata con il professore Chao Chin riguardo all’appuntamento con l’Avatar.

Era stata brava Min. Aveva riferito all’uomo che l’Avatar “le aveva lasciato detto” che si sarebbe fatto vivo l’indomani per finalizzare i termini del loro incontro, rimanendo totalmente sul vago.

 

Che vergogna!

La sua amica era così sveglia (beh, quando non c’era Jin nei paraggi) mentre lei era sempre così sbadata.

 

Non aveva più ripensato al fatto dei piatti sporchi fino a ché, rientrando per la cena, mentre Jin apparecchiava, la nonna non aveva commentato quanto fossero puliti i piatti.

“Senza neppure un alone”, aveva detto, facendo ridacchiare Fen.

“E certo, nonna. Normalmente li lava e li lascia asciugare all’aria così come vengono, mentre oggi aveva Min come asciugatrice di piatti d’eccezione”, ricordava bene di avergli detto.

La sua nonnina però l’aveva guadata stupita, chinando la testa di lato e commentando poi: “Sono diventata proprio sbadata con la vecchiaia allora, nipotina mia! Devo aver confuso un giorno con un altro, perché ero sicura, quando sono uscita per tornare in pasticceria, che Jin avesse appena finito di lavare i piatti tutto da solo, e che li avesse come al solito ordinati sul lavello perché si asciugassero da soli.”

Mentre l’anziana signora si allontanava, ridacchiando sulla sua supposta sbadataggine, Fen Shu era rimasta stupita, si era fatta poi pensierosa: Possibile che la nonna si fosse davvero confusa?

 

Nonna Daiyu aveva una memoria di ferro, checché ne dicesse quando le conveniva, non poteva essersi sbagliata. Eppure lei aveva visto chiaramente i piatti sporchi di bollito.

“Bollito?” d’improvviso le era giunta una realizzazione: i piatti erano sporchi, ma ricordava chiaramente che i loro ospiti avevano così tanto gradito il pasto di mezzodì da lucidare letteralmente i piatti. Mentre quelli che aveva visto lei erano unti come se gli fosse stato versato sopra di proposito dell’unto.

Possibile che Jin avesse lavato tutto per poi risporcarlo con gli avanzi del brodo, che aveva detto di voler conservare per l’indomani, apposta per trascinare Min di sotto in cucina?

Ma a che scopo?

 

“Oh spiriti!!! Vi prego non ditemi che ha incominciato un altro dei suoi esperimenti sociali e ci ha infilato in mezzo la mia amica!” Pensò disperata mentre si versava una bella tazza abbondante di tisana, prima di farsi scivolare lo scialle sulle spalle.

Malgrado fosse primavera inoltrata, le serate erano ancora fresche e a lei, da sempre, piaceva andarsi a sedere sulla panca del portico dopo cena, mentre si sorbiva la sua tisana.

Era un abitudine vecchia di anni: quella sotto i glicini era la panca preferita del nonno, ed era questo a rendere quella sua piccola abitudine tanto cara.

 

 

Daiyu se ne stava appoggiata alla vetrata della veranda che dava sul cortile esterno della sua abitazione, osservava incuriosita un ragazzo seduto su una moto, appena arrivato.

Per un attimo si era domandata che cosa cercasse un tizio del genere, vestito di pelle su una moto nera fiammante, proprio davanti al cancello della sua casa, quando aveva visto suo nipote uscire e andargli incontro. Quel ragazzo si era tolto il casco per salutare Jin, scoprendo il volto di quel monello di Sue, ed improvvisamente la sa mente si era concentrata sul come intervenire per evitare che il nipote salisse su quel bolide.

Purtroppo per lei, Jin, nell’infilarsi il casco che Sue gli passava e salire in sella, era stato più rapido del suo pensiero.

 

Sospirò. Jin era abbastanza grande da saper badare a se stesso, ormai. Non sarebbe stato carino da parte sua impicciarsi, anche se rimaneva sempre il suo amato nipotino.

Ok, per questa volta si sarebbe limitata a supplicare gli spiriti che, quel debosciato di Sue, non decidesse di andarsi a schiantare a tutta velocità contro un muro, proprio quando il suo adorato nipote era con lui, ma se gli spiriti non l’avrebbero ascoltata? Ahhh, cosa avrebbe fatto?

“Mai più uscite non autorizzate su mezzi più veloci di una bicicletta, parola di Daiyu”, si disse.

 

“Ehi amico, fai piano, mica stai montando su un tronco d’albero!” La voce di Sue le giunse dal vetro socchiuso della veranda.

“Non fare l’esagerato, Su, non te la rompo mica!” rispose il suo pargolo (che del pargolo, ormai, aveva davvero molto poco, ma non agli occhi di sua nonnina), scatenandole un sorriso.

“Non fare l’esagerato? Ehi, dico, ma l’hai vista bene? Slanciata, bellissima, con tutte le curve al posto giusto…”

“Stai parlando della moto, vero?” domandò Jin, perplesso.

“Chiamarla Moto è limitativo. Senti la sua voce”, disse l’altro sgassando quel minimo necessario per mandarla su di giri. “Sentila tra le gambe. È viva e adoro quando fa le fusa come una gattina.”

“Sei fuori!” se la rise Jin. “Ne parli quasi fosse la tua ragazza.”

“Eretico!” sbuffò l’altro. “È meglio di una ragazza: esegue alla lettera quello che voglio da lei, abbiamo gli stessi gusti. Pensa: adoriamo tutti e due l’alta velocità!”

Un attimo di silenzio prima che entrambi i ragazzi scoppiassero a ridere.

 

Daiyu pensò che quei due si fossero davvero scelti nel mazzo.

 

“Piuttosto come mai hai voluto che ti passassi a prendere?” chiese ancora il moro con gli occhi grigi.

“Uff!” sbuffò stancamente il nipote. “Giornata pesante, avevo voglia di distrarmi, ma un po’ meno di farmela a piedi fino al pub.”

“Interessante, quindi ha ragione tua cugina quando dice che mi cerchi solo quando ti fa comodo.”

“Non dire cretinate, ci vediamo tutti i giorni.”

“Sì, certo, insieme a miliardi di altre persone.”

“Sai, non credo che al Pub di Hoshi, c’entrino miliardi di persone.”

“Bah, una più, una meno, il concetto non cambia”, commentò Sue, facendo spallucce, mentre Jin ancora se la rideva, prima di rinfilarsi il casco e raccomandarsi: “Tieniti forte, questa bellezza, non fa solo le fusa, sa anche ruggire.”

 

“Ti faccio sentire come ruggisco io, se stasera non mi riporti a casa tutto intero il nipote.” Minacciò sottovoce Daiyu, mentre la moto con i due ragazzi si allontanava.

“Avete cresciuto dei bravi ragazzi. Hanno i vostri stessi occhi.” Giunse inaspettata la voce dell’Avatar alle sue spalle.

A Daiyu per un secondo mancò il fiato nel sentire quella voce, ma poi sorrise, socchiudendo gli occhi e volgendosi verso il ragazzo.

“Avatar Eiji”, salutò, mentre il Maestro degli Elementi si accostava a quella stessa vetrata, poggiandosi allo stipite accanto alla donna. “Fen, lei sì, ma Jin… Jin ha gli occhi di sua madre e per il resto è tutto suo padre.”

 

 

Ling, dal marciapiede che costeggiava la casa, osservò il dominatore dell’acqua salire sulla moto di quel giovane dagli occhi grigi. Per sua abitudine aveva fatto un giro di ronda all’esterno, per assicurarsi che non ci fosse nulla di strano.

“Chissà se quel ragazzo è davvero il Maestro dell’Acqua che il custode cerca da quasi sei anni ormai”, pensò tra sé e sé, arrivato ormai in prossimità dell’ingresso. Si volse verso la casa. Dietro la vetrata vide chiaramente la sua Zietta parlare con l’Avatar.

 

La sua famiglia aveva aiutato la vecchia Daiyu a scomparire anni prima e questo era un segreto che avevano tenuto per loro a lungo. Quella donna aveva meritato un po’ di pace, dopo tante sofferenze passate.

Daiyu e suo figlio erano stati tra i guardiani dell’Avatar prima che lui ed i suoi amici nascessero. Da ragazzino non aveva capito come mai i suoi genitori ritenessero tanto gravoso ritenere segreto quello che avevano fatto, ma adesso… adesso che era diventato lui uno dei guardiani dell’Avatar, aveva capito cosa volesse dire dedicarsi anima e corpo a una persona, a un ideale; non riusciva a immaginare più una vita diversa da quella che faceva e il solo pensare ad una eventualità del genere gli dava le vertigini.

Era come se, prima di aver conosciuto Eiji, lui non esistesse; non veramente almeno.

Trovarsi senza l’Avatar del Fuoco sarebbe valso come tornare ad essere la nullità che sentiva di essere stato, perché prima del loro incontro nulla aveva avuto senso, nulla era davvero stato importante rispetto a quanto stavano compiendo seguendo il destino del Custode dell’Equilibrio. 

 

Ling decise di rientrare in casa evitando di essere scorto dalla padrona di casa e dal Suo Signore: non era certo tanto difficile ritornare sui suoi stessi passi e scavalcare un muro.

Si ritrovò così sul retro della casa accovacciato sul muretto proprio all’altezza della camera di Mai.

Le luci erano spente e da quel poco che percepiva il suo senso sismico, la dominatrice stava cercando di prendere sonno. Dal battito del cuore della ragazza gli fu immediatamente chiara tutta la sua ansia.

Probabilmente l’incontro tra l’Avatar e la sua vecchia guardiana la turbava quanto lui.

In un altro momento sarebbe andato ad abbracciarla, a stringerla a sé per rassicurarla, ma… sebbene una volta fossero stati molto vicini, da quando l’avventura al seguito dell’Avatar era iniziata lei aveva preferito dedicarsi anima e corpo ai due gemelli del fuoco. E, per quanto ci fosse stata sempre nei momenti più bui, tra loro qualcosa era cambiato, si era come rotto, rovinato.

 

Sospirò pesantemente. Per assurdo, per quanto bramassero avere momenti di tranquillità, proprio come quello che stavano vivendo, una parte di loro temeva quello che avrebbero portato con loro: con la tranquillità la mente si permetteva di spaziare in verità diverse, che nell’urgenza venivano tralasciate. Verità per alcuni versi dolorose, per altri necessarie a capire meglio se stessi.

 

Si lasciò scivolare seduto su quel muretto, portandosi un ginocchio al petto, trovare stranamente piacevole il pensiero di vegliare per un po’ su quella che era stata la sua migliore amica, anche se nascosto dalle fronde dell’albero che si ergeva tra quel muro e la casa.

Ricordò di quando era lei fuori la sua finestra, in attesa che nessuno la vedesse per tirare una pietra o una scarpa, solo per attrarre la sua attenzione; per poi trascinarlo sul tetto della sua casa solamente per guardare la luna e fantasticare su cosa sarebbero diventati da grandi.

 

Si volse a guardare in cielo quella luna tanto meravigliosa quanto enorme in quel periodo dell’anno.

 

“Quanti raffreddori ci siamo presi addormentandoci sul tetto, esausti dalle nostre stesse chiacchiere, ti ricordi, Mai?” Sorrise sereno a quel pensiero. Una parte di lui era convinta che, per quanto non avessero più avuto modo di parlare dei vecchi tempi, anche lei non poteva non pensarvi con tenerezza.

 

 

“Maestra Daiyu”, saluto di rimando l’Avatar del Fuoco all’anziana Guerriera Kyoshi. “Spero di non essere arrivato prima di quanto si aspettasse.”

“A dire il vero, sei piuttosto in ritardo, ragazzino”, commentò lei con tono divertito. “Dovresti saperlo che non si fanno aspettare le signore.”

Eiji, sorrise. “Avete ragione, ma…”

“Niente ma”, l’interruppe Daiyu, passando velocemente una mano tra lei e il giovane. “Sei in ritardo, ammetti le tue colpe.” Il tono canzonatorio mal si accostava a quanto dichiarava.

Eiji abbassò il capo, allargando maggiormente il sorriso. “Ammetto le mie colpe, ma se avessi saputo dove foste, sarei giunto molto prima da voi.”

La donna sospirò, facendosi seria. “Dritto al punto, vedo.”

Il ragazzo difronte a lei annuì. “Perché non avete lasciato traccia di voi quado avete abbandonato l’Isola Kyoshi?”

“Avevo il cuore a pezzi, ragazzo mio, un marito e un figlio martoriati, un orfano da crescere.”

“A quanto pare, andare al punto non è solo una mia prerogativa.”

Questa volta fu lei a sorridere, abbandonando, almeno apparentemente, quel velo di serietà. “Ho sperato che questo giorno non arrivasse mai. Ma sapevo che, prima o poi…”

“Mi dispiace” intervenne Eiji, interrompendola.

“Non dire fesserie, sei l’Avatar, ti prenderai quello che vuoi, dicendo a te stesso che è per il bene dell’umanità e mi spezzerai di nuovo il cuore.”

“Non costringo nessuno a…”

“Zitto, signorino”, lo ammutolì, puntandogli un dito sulle labbra. “Ho servito il Loto Bianco, ho militato sotto Korra e ho cresciuto Ruri come fosse mio, dopo che il padre l’aveva abbandonato. Sono stata accanto a ben due Avatar, quindi non raccontarmi favolette. Credi davvero che non sappia come funzionino le cose, o quanto sappiate essere carismatici voi Custodi? Gli altri pensano di avere scelta, ma non ce l’hanno, sono troppo abbagliati dalla vostra luce per vedere altro.”

 

Eiji rimase a capo chino, non riuscendo a trovare le parole per ribattere a quanto la donna aveva appena detto.

Rimasero così, in silenzio, per diversi, interminabili secondi, fin quando il Custode non trovò il coraggio di dire: “Quando a sedici anni è stato rivelato il mio destino, gli Avatar che mi hanno preceduto sono piombati nella mia vita.”

 

Una pausa in quel dire costrinse Daiyu a cercare gli occhi rossi del giovane: lo vide sorridere malinconicamente mentre alzando il volto verso le luci che illuminavano quella splendida serata, aggiunse: “La prima cosa che ho fatto è stato andare all’Isola Kyoshi per cercarti, mamma.” La voce aveva assunto una nota fanciullesca, infantile.

“Ruri?” domandò, sentendosi piombare addosso tutto il dolore passato. Aveva temuto che quel momento arrivasse. “Come potevo, piccino? Come potevo rimanere. Ti ho visto morire. Ti ho visto morire due volte, non potevo sopportare di vederti crescere ancora, sapendo che saresti morto di nuovo e di nuovo.”

“Mi hai pensato almeno un pochino in questi anni, mamma?”

“Non ho smesso un solo giorno di farlo”, rispose a quel tono di voce che tanto bene conosceva, mentre le lacrime scendevano a rigarle il viso.

“Sai, ho pensato che non mi volessi più bene dopo la morte di Noraq, io non mi sono voluto più bene.”

Daiyu l’afferro di getto e se lo tirò contro, stringendolo tra le braccia. “Non pensarlo. Ho solo creduto di fare la cosa migliore per tutti.”

Eiji si piegò quanto gli era possibile per lasciarsi avvolgere dalle braccia della donna, ma non aggiunse nulla a quanto appena udito.

Lei, dopo poco, continuò tra le lacrime: “Eravamo distrutti dal dolore. Tekora aveva perso non solo te, ma anche Noraq. Era fuori di sé, non parlò per giorni. Per giorni non guardò il volto del suo bambino, non ci riusciva. Il mio amato Dewei aveva ti aveva perso, aveva perso il suo bambino, ed era ferito. Jin quella notte non perse solo una gamba, ma un fratello e il suo migliore amico. Dovevo fare qualcosa e… lasciai il Loto Bianco. Feci in modo che l’ordine perdesse le nostre tracce e ci trasferimmo qui. Chi avrebbe mai pensato che una semplice pasticciera potesse essere in realtà una guerriera del Loto. Oltretutto Dewei era nato in questa città, l’amava molto e… le sue ferite erano talmente gravi, Ruri. Sopravvisse solo tre anni, prima di chiedermi di lasciarlo andare.” La voce di Daiyu era spezzata dal pianto. “Tutt’ora Jin e Tekora non si fermano nello stesso posto per più di un anno e mio figlio maggiore, ti ricordi di lui? Beh, lui e sua moglie per anni hanno vissuto passando da una città all’altra, per evitare che ci scoprissero, fin tanto quella vita non li ha allontanati.”

“Sì, mi ricordo di lui.” Rispose a quel punto quel giovane Avatar. “Ero presente quando è nata sua figlia, è… è Fen, non è vero?”

Lei annuì ancora stretta al ragazzo. “Aveva poco più di un anno quando sei scomparso.”

“Jin è il figlio di Noraq?”

Daiyu annuì ancora.

“Lo sa. Sa che suo padre ha perso la vita nel tentativo di salvarmi?”

“I ragazzi non sanno nulla. Erano talmente piccoli… è stato il modo migliore per proteggerli.”

“Non gli hai mai parlato di me. Hai vissuto questi ultimi anni come se non fossi mai esistito.”

“Non dirlo. Te l’ho già detto, non è passato giorno…”

“Ma non sanno che il Loto ti affidò un orfano nato lo stesso giorno della morte di Korra, chiedendoti di addestrarlo perché i saggi avevano visto in lui il nuovo Avatar.”

“Ruri, io…”

“Il brutto, mamma, non è morire, è essere dimenticati. Per me erano parte della mia vita, della mia famiglia. Li ho tenuti in braccio, li ho cullati, quando…” anche la voce dell’Avatar, si fece rauca per le lacrime. “…Quando ti ho vista e ho capito. È stato come essere stato abbandonato due volte.”

Daiyu lo strinse a sé come più poteva. Non riusciva a trovare le parole per dirgli che si sbagliava e sperò che quel gesto gli infondesse il giusto valore dei suoi sentimenti e di quella scelta dolorosa, sperò più per lei che per colui che era stato il suo bambino.

“Anche papà è morto odiandomi, come il mio vero padre?”

“Smettila, ti prego! Dewei ti adorava, non poteva odiarti. Io non ti odio. Ho preso una scelta… quella che mi sembrava la migliore, l’unica, per risollevare la mia famiglia, ma non c’è stato giorno…”

“Non c’è stato giorno…” la interruppe lui, ripetendo le sue parole e accennando a un ghigno nel farlo. “…Ma nessuno di voi mi ha cercato. Ho passato anni a vegliare la mia tomba nel giorno della mia scomparsa, nella speranza di vedervi portare un fiore e avere così la possibilità di riabbracciarvi, ma… nulla. Eravate la mia famiglia e mi avete lasciato solo.”

“Mi dispiace, Ruri. So che per te è difficile crederlo, ma ognuno di noi avrebbe voluto… ognuno di noi ricordava quel giorno e… non è stato facile trovare conforto lontani da quello che erano rimasto di te, piccolo mio.”

“Siete scappati come è scappato il mio vero padre, dopo che la donna che mi aveva messo al mondo era morta. Come voi, temeva per la sua vita, rimanendo accanto all’Avatar. Proprio come voi…”

“Quindi… è questo che volevi dirmi? Che in realtà sei tu ad odiarmi per quello che ho fatto?”

Ancora piombò il silenzio mentre le braccia del ragazzo si strinsero maggiormente attorno alla donna.

“Non posso. Non potrei mai odiarti.”

“Allora, ti prego, non credere che io possa o che possano i tuoi fratelli. Se solo avessi immaginato incontro a quale tortura saresti andato, non lo avrei mai fatto… te lo giuro, piccolo mio, te lo giuro.”

 

Rimasero stretti a lungo in silenzio, tra le lacrime, fin tanto che il piccolo Avatar, stanco, non permise di tornare al nuovo Custode.

 

 

Mai si sentiva ansiosa, chiusa nella sua camera.

Conosceva la storia del piccolo Avatar e temeva che per Eiji parlare con la vecchia Daiyu fosse una prova troppo pesante da superare.

Era esausta, ma quel pensiero la faceva voltare e rivoltare tra le coperte, impossibilitata a prendere sonno.

I raggi fiochi della luna, che filtravano attraverso le tende tirate, disegnavano pallidamente i contorni della sua sagoma contro il muro.

Sorrise stupidamente nel rendersi conto di quel chiarore, ripensando a quando, da bambina, ogni volta che la luna era tanto luminosa in cielo, correva a tirare Ling giù dal letto per portarlo con sé a guardare il cielo.

Il buio le faceva tanta paura, ma luna era talmente bella. Con il suo amico la paura scompariva, era come se accanto a lui tutto fosse migliore, anche la notte diventava bellissima con la sua trapunta di stelle.

“Quando abbiamo smesso di arrampicarci sui tetti e sognare?” Chiese un po’ a sé stessa un po’ all’assenza del suo enorme amico. “Non lo ricordo, ma nulla è destinato a durare per sempre. Ne sono successe tante. Sono stata costretta a scegliere tra realizzare i miei sogni o vegliare sull’Avatar. Ma nessuno potrà mai portarmi via quei ricordi.” Quel pensiero, malgrado la riempisse di nostalgia le regalò un sorriso; un sorriso che, almeno per pochi istanti, allontanò l’agitazione dal suo cuore.

 

 

Eiji era stato chiaro: voleva parlare da solo con la padrona di casa.

Ma Fumio aveva visto il fratello mutare troppo repentinamente i suoi atteggiamenti da quando aveva riconosciuto la persona di Lady Daiyu nella nonnina di Fen Shu.

Eiji si era fatto silenzioso e attento, Fumio sapeva che qualcosa aveva cominciato a roderlo da dentro e non si trattava solamente della possibilità di apprendere il domino dell’acqua dal nipote dell’anziana signora.

No, era qualcosa di più atavico, qualcosa di più profondo che albergava dentro di lui.

Fumio era un membro del Loto Bianco e se c’era qualcosa che doveva conoscere più dell’arte della spada e del dominio del fuoco, era la storia dei Custodi dell’Equilibrio.

 

L’Avatar che aveva preceduto Eiji era stato addestrato dalla donna in questione e cresciuto in grembo alla sua famiglia. Questa, insieme al figlio minore erano poi divenuti suoi guardiani: una guerriera Kyoshi e un giovane Dominatore della terra addestrato nell’arte dei guerrieri Dai Lee. A chiudere il gruppo c’era stata poi una dominatrice della palude e quello che era il suo compagno, un abile dominatore delle energie fredde. Ancora non erano stati designati i maestri del fuoco e dell’aria al giovane Avatar che venne richiesto il suo intervento affinché le lotte tra le Tribù dell’Acqua terminassero e, seppure non fosse pronto, non fu in grado di sottrarsi al suo destino, così rispose a quel richiamo d’aiuto. Rispose, ma non tutti volevano la pace. Non tutti volevano sottostare al verdetto del Consiglio delle Tribù e di quello che per loro era poco più di un moccioso. Organizzarono un attentato: erano in molti e bene armati. Poco poterono fare, solo quattro persone e il giovane Avatar contro un esercito.

Aveva 13 anni, l’Avatar Ruri, quando abbandonò questo mondo, solo tredici anni. Si racconta che i lamenti degli spiriti echeggiarono sofferenti per giorni attorno ai portali e che il grande albero nella palude perse gran parte delle sue foglie a causa di quell’atto abominevole.

 

Quanto ci fosse di legenda, o quanto di verità, in quella storia, Fumio non lo sapeva, ma era certo che se esisteva qualcuno che conoscesse quella storia meglio di ogni altro, quello era sicuramente il suo gemello, l’Avatar.

 

Aveva promesso di non intervenire, ma la sua indole lo tormentava e non lasciò passare molto che quasi senza accorgersene si ritrovò affacciato verso il cortile interno della casa nel tentativo di accertarsi che Eiji stesse bene.

Purtroppo per lui l’Avatar non si trovava lì, ma scorse sotto il pergolato, infagottata e seduta su una panca di legno, la ragazza dai capelli rossi.

 

Sospirò, osservandola gustare del liquido caldo dalla tazza che teneva tra le mani.

Forse quella ragazza sarebbe potuta essere un buon diversivo, un modo per evitarsi di cedere alla sua esagerata iperprotettività e lasciare al fratello il tempo che desiderava.

 

 

Fen se ne stava raggomitolata nel suo scialle, a godersi ancora qualche minuto di quella splendida serata, quando un ticchettare di unghiette accanto a lei l’incuriosì, costringendola a voltarsi.

Il topino bianco dell’Avatar si era arrampicato su quella panchina e nel momento in cui si era voltata si era come paralizzato fissando attento i suoi occhi e annusando curioso l’aria.

Ora che poteva guardarlo bene era di un bianco candido con due occhi rossi brillanti come rubini. Al collo portava un nastro scarlatto con un ciondolo dorato che rappresentava il simbolo stilizzato della Nazione del Fuoco.

 

 

Fumio arrivò in prossimità della nipote della vecchia Daiyu, quando vide quel mostriciattolo di Kiki, arrampicarsi sulla panca dove questa sedeva.

Sorrise divertito: quel topo, proprio come suo fratello, non sapeva rispettare le regole, poco contava che Eiji gli avesse intimato di non uscire dalla stanza, lui aveva preferito rischiare di incrociare la grossa gatta bianca di quella casa piuttosto che sottomettersi.

Sospirò arreso. L’intervento di quel topino, involontariamente, gli aveva dato il tempo di riflettere meglio su quella situazione ed a capire se Fen Shu aveva deciso di starsene da sola in veranda, probabilmente era perché aveva qualcosa a cui pensare.

Lui e il restante del suo gruppo erano ospiti in quella casa, quindi perché dare a quelle persone un ulteriore fastidio?

Fece spallucce. Sarebbe tornato a cercare di quietare quella sua sciocca preoccupazione nella stanza che avevano assegnato a lui e al fratello. Si soffermò solo qualche istante per ripensare alla scena che si era trovato davanti prima che arrivasse quel bianco disturbatore. Davvero un bel quadretto infondo. Una ragazza persa nei suoi pensieri che osservava il cielo, gustandosi una tisana fumante, avvolta in un calda stola, sotto un pergolato di glicini bianchi.

 

Sorrise ancora, era finalmente pronto a ritornare sui suoi passi.

Chiamami

Mar. 31st, 2019 07:36 pm
lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: Chiamami

Cow-t 9, settima settimana, M6.
Prompt: “Blu”
Numero parole: 608
Rating: Verde
Fandom: The Legend of Korra

Introduzione: [Coffeshop!AU] Asami è entrata in quel caffè quasi per sbaglio, ma quel giorno la vita per lei aveva in serbo una sorpresa.
Genere: Romantico, Fluff
Coppia: Asami/Korra
Avvertimenti: Yuri, AU

 

--- --- ---

 

Asami era lì, di nuovo, seduta al tavolo della caffetteria.

Osservava attraverso i vetri la finestra del suo ufficio, al quarto piano del palazzo di fronte.

Sospirò appena. Quella situazione era assurda: erano giorni che andava in quel locale, sempre alla solita ora, si sedeva, ordinava il caffè alla cameriera, lo beveva e poi tornava nel suo ufficio.

Giorni, esattamente da quando quella caffetteria era stata aperta, e dire che all’inizio non voleva neanche entrarci poi una collega le aveva chiesto di accompagnarla, aveva accettato e… l’aveva vista e le si era bloccato il cuore.

Korra, questo era il suo nome, a dire dell’etichetta sulla divisa. Pelle scura, un caschetto color cioccolata che le incorniciava il viso e faceva risaltare due incredibili occhi blu.

Non aveva mai visto un blu come quello nel suo sguardo, così limpido e caldo da far impallidire il cielo, così intenso da mozzarle il respiro.

Occhi che brillavano come gemme preziose e… preziosi lo erano davvero. Preziosi e splendenti come il sorriso che le dedicava ogni mattina. Quel sorriso del quale sentiva di non poter più fare a meno e che l’aveva costretta a domandarsi come avesse fatto a vivere senza, prima d’allora.

E dire che non aveva mai creduto ai colpi di fulmine, invece… invece… eccola, seduta in quella caffetteria di domenica mattina, cotta di una ragazza che nemmeno sapeva il suo nome.

La cercò con lo sguardo tra i tavoli, ed eccola, bellissima, sorridere ad alcuni ragazzi.

Quei tipi sembravano corteggiarla, lei invece non riusciva a chiederle un bicchiere d’acqua senza balbettare. Avrebbe voluto parlarle davvero, invece d’osservarla di nascosto, mentre non guardava, come in quel momento.

Un sospiro le sollevò le spalle, mozzato dallo sguardo di Korra.

Quegli incredibili occhi blu si erano gettati nei suoi senza preavviso.

 

Korra le sorrise.

 

Asami deglutì a vuoto, ma… come poteva essere diversamente?

Distolse lo sguardo intimidita, tornando ad osservare fuori. 

Passò solo qualche minuto, quando…

“Scusami se ti ho fatta aspettare.” Korra era accanto a lei: posava sul tavolo una tazza di caffè e una bella fetta di torta.

Asami sfarfallò le lunga ciglia nere, stupita: non aveva ancora ordinato.

“Lungo, schiumato e con un pizzico di cannella, proprio come piace a te!” aggiunse Korra, mandandole le guance a fuoco.

“Gra… grazie”, balbettò, ricevendo in cambio quel sorriso che le ricordava perché fosse bello vivere.

“Grazie a te!” Korra abbracciò il vassoio e si voltò per andare.

“E… la torta?” domandò Asami.

L’altra ragazza le fece l’occhiolino da sopra una spalla. “Offre la casa, per l’attesa”, spiegò, prima di allontanarsi.

Asami osservò il liquido caldo ondeggiare nella tazza tra le sue mani.

Sorrise come una sciocca: Korra conosceva i suoi gusti. Era il “solito”, ma... lei non era certo l’unica cliente della caffetteria.

 

Era ora di pagare. Si accostò alla cassa.

“Bolin, faccio io. Ci penso io alla signorina!” Korra arrivò trafelata, scostando il cassiere.

Il ragazzone alla cassa, batté le palpebre sorpreso, ma la lasciò fare.

Asami porse il denaro alla ragazza incapace di proferire parola.

“Asami giusto?” le chiese.

Lei sgranò gli occhi, mentre il cuore perse un battito: conosceva il suo nome.

Annuì in leggero ritardo, ma almeno annuì.

“Non credevo lavorassi anche di domenica.”

“No… io… volevo un caffè.”

Che razza di risposta era?

Korra sorrise, porgendole il resto. “Ho il pomeriggio libero. Se ti va, chiamami”, disse. Le guance le si arrosavano appena.

 

Asami fuori dal locale aveva dovuto ricordare ai suoi polmoni di riprendere a respirare.

“Chiamarla! Mi ha chiesto di chiamarla”, il cuore le batteva all’impazzata, mentre lo sguardo scendeva sulla mano serrata attorno al bigliettino che la ragazza le aveva passato insieme al resto.

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Titolo: “Ritorno a Motu Nui”

Cow-t 9, settima settimana, M5.
Prompt: “Acqua”
Numero parole: 3933
Rating: Verde
Fandom: Moana/Oceania (Disney - classici)

Introduzione: è passato del tempo, ma nel cuore di Moana è ancora vivido il ricordo della sua avventura con Maui.
Genere: Romantico, Introspettivo, Fluff
Coppia: Moana/Maui
Avvertimenti: Nessuno (tranne: acqua tanta acqua da per tutto XD)

Note: Tantissimi auguri di buon compleanno a Donnasole, a cui è dedicata questa storia! Auguriii!!!

 

--- --- ---

 

La conchiglia, col tempo e la salsedine, si era cementata al resto delle pietre deposte da ogni singolo capo, diventando un tutt’uno, proprio come ogni isola era tutt’uno col mare: Moana era tornata.

Era sulla vetta che sovrastava il piccolo villaggio e la foresta, la più alta di Motu Nui. Erano passati dieci anni, ma la sua isola sembrava ferma nel tempo a parte… Distolse lo sguardo dall’altare delle memorie della sua gente con lo stupore, mai perso crescendo, di quanto l’immensità azzurra fosse seducente; lasciò che scorresse oltre la spiaggia, oltre il mare calmo, oltre il Reef, e accarezzò la vastità oceanica perdendosi verso l’orizzonte; quella vastità finalmente tornata a essere la loro casa, la sua casa. Tutto era partito da lì, dal momento in cui il suo popolo aveva riavuto indietro l’oceano.

 

«Ho trovato la mia strada, nonna», raccontava la giovane donna al mare. Era seduta sulla spiaggia, poco lontano dal bagnasciuga. Il sole era tramontato da poco e ancora il cielo era percorso da sfumature viola e blu che sembravano volerne delimitare i confini con gli abissi. «Sono il capo adesso e sono orgogliosa di esserlo. Il nostro popolo sa finalmente chi è, chi è stato e non teme cosa sarà. Abbiamo ritrovato le nostre radici e aperto una nuova via verso il futuro. Sono tornata per celebrare tutto questo. Per celebrare il momento in cui abbiamo riavuto indietro la nostra storia, il nostro orgoglio di navigatori.»

Un baluginio lontano tra le onde le diede la calda sicurezza di essere ascoltata.

Sorrise dolcemente, quasi qualcuno la sfiorasse e le cingesse le spalle nel tepore di un abbraccio. Sospirò coccolata da quella sensazione e dal suono sibilato dell’andirivieni delle onde contro la sabbia.

«Sono tornata, ho compiuto il mio destino, ma allora… perché? Perché sento che manca ancora qualcosa? Cosa c’è di sbagliato in me?»

 

«Moana!» Un richiamo spezzò la bolla di nostalgia che l’avvolgeva, riportandola alla realtà.

Non troppo lontano, due giovani donne trasportavano cesti di frutta, facendole cenno di avvicinarsi. «Vieni? Abbiamo finito, possiamo fare due chiacchiere, prima della festa.»

Moana sorrise loro, ma dissentì col capo. «Grazie, vi raggiungerò più tardi, ho ancora delle cose a cui pensare», rispose con voce gentile ed era vero, doveva riflettere: non avrebbe mai creduto, se glielo avessero detto, che tornare nella sua isola avrebbe potuto scuoterla tanto.

 

Appena le donne si allontanarono, lei si gettò all’indietro: sdraiata sulla sabbia, le braccia incrociate dietro la nuca e lo sguardo fisso, scrutava le stelle alla ricerca del segno che, tanto, tanto tempo addietro, le aveva indicato la via da seguire.

Stava per cedere alla nostalgia, ma si ritrovò a sorridere nell’udire un becchettare conosciuto che si faceva sempre più vicino.

Socchiuse gli occhi, soffiando dalla bocca rassegnata, prima di voltare il capo verso la fonte di quel suono: HeiHei III le si stava avvicinando, ingoiando conchiglie come fossero semenza.

«Non posso sperare di rimanermene un po’ in pace, vero?», chiese con una nota d’ironia nella voce, tirandosi nuovamente a sedere, mentre il polletto le razzolava attorno. «Sei stordito esattamente come il tuo antenato», commentò mentre l’animale, incurante delle sue parole, continuava quel banchetto a base di… nulla. Nulla di commestibile, quanto meno.

«HeiHei sì che era un avventuriero, mica come te!», riprese, sollevandosi e seguendo il giovane pollo. «Mi ha accompagnata in viaggio per recuperare il cuore di Te Fiti con…», si bloccò, abbassando uno sguardo sconsolato, «…Maui.»

 

Chissà dov’era finito quello ragazzone tutto muscoli e… poca voglia di rimettersi in gioco?

Ritrovò il sorriso a quel pensiero: solo a lei poteva venire in mente di chiamare “ragazzone” un semidio… e senza che glielo avesse mai concesso, chiaramente.

Scoppiò a ridere, per poi riportare l’attenzione sul polletto.

«Se ti vedesse così bello in carne ti mangerebbe in un boccone, lo sai?», lo canzonò riprendendo a ridere talmente di gusto che si ritrovò piegata su sé stessa a tenersi la pancia.

Cielo, da quanto non rideva così?

Si asciugò una lacrima, mentre quietava il riso.

Un riso strano, in grado di trasportarla indietro nel tempo; un riso misto a tenerezza e malinconia, sensazioni che l’avevano invasa e non volevano saperne di abbandonarla.

 

Sollevò lo sguardo alla ricerca di HeiHei. Fece in tempo a vederlo continuare a beccare lungo il ponticello di legno poco più avanti e domandarsi come avesse fatto a non cadere tra un’asse e l’altra, distratto com’era, che lo vide tirare dritto fino all’acqua.

«HeiHei!», gridò, gettandosi preoccupata in mare per recuperarlo.

 

La luna si mostrò splendente in cielo, proprio nel momento in cui il pollo vi si stagliò contro, riemergendo dell’acqua, tenuto per il collo dalla mano della giovane donna.

Moana riprese fiato, emergendo a sua volta, rivolgendosi a HeiHei apparentemente stecchito, «Che ti chiamo a fare? Non sai nemmeno riconoscere il tuo nome!», disse, facendo spallucce per poi sbuffare contro una ciocca bagnata che le ricadeva davanti al viso, scostandola il giusto per ritrovarsela, l’attimo dopo, spiaccicata a dovere contro il naso.

«Ahhh!», sospirò arresa, alzandosi e tornando verso la verso la spiaggia. Il tempo di poggiare il pollo sulla sabbia che questi, trovatosi all’asciutto, rinvenne istantaneamente, spalancando gli strabuzzanti occhi a palla e sfuggendole di mano.

«Ma che di…», stava per inveire contro l’animaletto, se non fosse che, in quell’esatto momento, la periferia del suo sguardo venne catturata da una scia luminosa che squarciò le acque scure dell’oceano, mentre si avvicinava alla riva.

«Nonna Tala», pensò voltandosi: la sua nonnina doveva averla davvero sentita e stava arrivando in forma di manta per confortarla, per spiegarle cosa non andasse in lei.

Spinta dall’euforia, mosse qualche passo verso la luce, prima di lanciarsi in una corsa.

Un paio di passi veloci, fin quando HeiHei non decise di tagliarle la strada.

Moana schivò per miracolo il pollo, ritrovandosi a incespicare sui suoi stessi piedi, tentando di recuperare equilibrio, barcollando incontrollata sul bagnasciuga, per inciampare infine su una roccia semi nascosta nella sabbia e cadere in acqua con il didietro all’aria.

 

HeiHei III continuava a beccare in terra, inconsapevole di quanto gli fosse appena avvenuto attorno.

 

Moana sollevò la testa dall’acqua, sbuffando, ritrovandosi nuovamente bagnata dalla punta dei capelli a quella dei piedi e con una meravigliosa vegetazione d’alghe tra i capelli.

Si lasciò andare seduta, gridando: «Accidenti HeiHei, vuoi stare un po’ più attento!»

Parole al vento, il polletto dal DNA stordito aveva preso a banchettare, o almeno ci provava, con una grossa noce di cocco rotolata sulla sabbia.

 

Distratta dall’accaduto, con i capelli davanti agli occhi e apparentemente dimentica del bagliore tra le onde, si sentì sollevare di peso e rimettere in piedi.

«Carina, è l’ultima moda di Motu Nui? Direi che fa molto… ehm… abissi!»

Quella voce spavalda le giunse ovattata dall’acqua nelle orecchie.

«Fammi indovinare, tu sei il simpaticone del villaggio, giusto?», rispose lei, chinando la testa a destra e a sinistra e tormentandosi l’orecchio di turno come per farne uscire l’acqua.

«Simpati-cosa? Ehi, sono io», rispose a sua volta quella voce con tono offeso. «Io. Quanti eroi conosci che salvano donzelle dal mare?»

 

«Maui?!», la mente della giovane stentò a crederlo eppure... il tempo, da parte del semidio, di scostarle da un occhio una ciocca farcita d’alga, e se lo ritrovò davanti.

Il cuore mancò un battito, mentre il ragazzone, in posa plastica, continuava incessante il suo blaterare: «Comunque, anche un semplice “Ciao” poteva andare, certo, sarebbe stato meglio un “Wow, bel fustacchione ti vedo in forma”, ma pazienza», aggiunse in falsetto, per poi riprendere: «Il punto è che passavo da queste parti e…»

Mentre Maui era intento a toglierle, una dopo l’altra, le alghe dai capelli, quel folle monologo improvvisato, troppo serrato per permetterle d’intervenire, non poté che scatenarle un moto d’allegria mista a sollievo.

Era lì! Il suo amico era lì, davanti a lei, entrambi con i piedi a mollo, ma era lì.

 

Il Mini-Maui tatuato sul pettorale dell’eroe bussò per richiamarne l’attenzione, riuscendo a bloccare quel farneticare.

«Uh?», uscì interrogativo dalle labbra del semidio, mentre voltatosi a guardare il piccoletto si colpì di seguito col palmo in fronte. «Ah, sì giusto! Quasi dimenticavo», esordì a quel punto, tirando fuori dall'acqua un’enorme zampa di crostaceo, continuando poi: «Per la zuppa. Sapevo della ricorrenza. Insomma è oggi, giusto? Ho pensato fosse forte festeggiare con gli amici o… beh, almeno con parti di loro. Non era necessario portarlo tutto, vero? Quanti hai detto che siete nel villaggio?»

 

Moana seguiva quel soliloquio, annuendo, ancora in parte incredula che quello davanti ai suoi occhi fosse proprio quel folle di un semidio, ma… era vero, doveva essere vero, perché le cose sembravano sempre un po’ fuori posto quando s’incontravano, nulla era mai perfetto eppure, riuscivano a stare bene insieme; lei stava bene, malgrado il bagno improvvisato, le alghe e i piedi ancora a mollo. Doveva davvero esserci della magia per riuscire a star bene anche quando le cose erano tutto tranne che perfette o probabili. “Magia”, questo doveva essere quello che Maui aveva portato con sé sull’isola, perché improvvisamente Moana non sentiva più quella strana malinconia che da tempo le si era annidata nel cuore.

L’allegria aveva preso il posto di quel sentimento grigio, scuotendole le spalle tanto costringendola a ridacchiare, divertita da quel fiume di parole in piena: malgrado il tempo passato, Maui era sempre lo stesso.

 

«Ehi, non starai ridendo di me, ragazzina?», sbottò lui, puntando entrambi i pugni sui fianchi e mettendo su un’espressione offesa.

Il tatuaggio lo riprese di nuovo, colpendolo con un pugnetto sul pettorale, come a ricordargli di comportarsi a modo.

Il tempo per Moana di ricomporsi, cercando di nascondere il riso dietro una mano, e dire «Povero Tamatoa», che il ragazzone, petto in fuori e sorriso smargiasso, dichiarò soddisfatto: «Vedo che lo hai riconosciuto. Non sai che storia! Ha del mitologico e, se te lo dico io che sono un mito, puoi crederci». Un occhiolino, prima di continuare: «Mi trovavo a passare per le acque attorno all’ingresso del Lalotai, il Regno dei Mostri, quando…»  

Ancora il piccoletto sul suo petto l’interruppe, piegando la palma tatuata e tirandogli un cocco, ehm… tatuato, appunto, contro una spalla.

«Ahi! Ehi, ma cos…?», protestò Maui, massaggiandosi la parte colpita, «Che c’è? cosa c’è che non…»  

Il tatuaggio, riottenuta la sua attenzione, tornò a interromperlo, battendo un piede sul posto e mostrandogli una mappa con un grossa “X” al centro.

«Ok, ok, forse non ci sarò finito proprio per caso, ma non puoi dire che io non sia stato fantastico!»

Ancora il Mini-Maui ebbe da ridire sul come si erano svolte le cose, mutandosi in una sorta di crostaceo stilizzato che scuoteva una sua versione ancora più mini, tenendola per il collo tra le sue chele.

«Va bene, va bene, forse non è stata esattamente una passeggiata, ma non puoi dire che non abbia mostrato grande valore nel…»

Ancora il piccoletto, tornato alla sua forma originale, gli fece cenno di rallentare con le mani, prima di mimare il gesto di raccogliersi i capelli e acconciarli.

«Giusto!», esordì Maui, battendosi il pugno sulla mano, il tutto davanti a una Moana attenta, e soprattutto, divertita come non capitava da anni.

«Dove diamine l’ho ficcato!»  Aggiunse ancora l’eroe degli uomini e delle donne, ovviamente, cominciando a cercare tra le foglie sempre verdi del suo gonnellino, blaterando ad alta voce i suoi pensieri: «Da non credere quanta roba ci si perda oggigiorno tra le foglie di… Eccolo!», finì entusiasta, tirando fuori un fermacapelli di un intenso color… ehm… crostaceo.

Prima che Moana potesse mettere a fuoco la situazione, il piccoletto tatuato batté nuovamente sul petto dell’eroe, indicandogli la ragazza.

Maui guardò il tatuaggio.

Guardò la ragazza.

Guardò il pettinino.

Tornò a guardare la ragazza e, afferrandola per la vita, l’alzò di peso per posarla sul pontile al loro fianco e salirvi di seguito con la facilità, grosso com’era, con cui si sale un gradino poco più alto del normale; ritenendo, probabilmente, che quanto avesse da dire sarebbe stato più conveniente dirlo con i piedi fuori dall’acqua.

 

Senza dare il tempo alla ragazza di pronunciare una sola parola, le porse il fermaglio.

«Un regalo per la Mia fan numero uno!», dichiarò strizzandole l’occhio.

Moana sorrise prendendo l’ornamento che le porgeva e rimanendo un secondo a osservarne i decori floreali in rilievo, prima di pronunciare: «Ricorda il guscio di Tamatoa.»

«No, non è che lo “ricorda”: “è” il guscio di Tamatoa. E, come ti ho detto, o per meglio dire, ho provato a farlo, si tratta di una storia impressionante. Ha davvero dell’incredibile come ho pareggiato le zampe del mio ex-amico, barra mostro, barra crostaceo gigante. Immagina, io ero lì che mi…» Maui ripartì a blaterare, ma si bloccò senza fiato non appena la vide raccogliersi i capelli e indossare il suo regalo.

Gli sfuggì un «Wow! Sei bel… cioè: ti sta davvero bene, accidenti!», si riprese in tempo, mollandole un pugnetto delicato su una spalla, almeno così credette, pensando di risolvere il tutto scoppiando poi in una sonora risata.

 

Il piccoletto tentò di rimetterlo, per l’ennesima volta, in carreggiata, scuotendo il capo rassegnato e facendogli volare un nuovo cocco contro il mento.

Maui stava per inveire ancora contro il tatuaggio, quando Moana, arrossendo appena, interruppe ogni bellicosità sul nascere, dicendo: «È molto bello, grazie.»

«No. Tu sei bella», disse lui, facendosi d’improvviso troppo serio. Impreparato a quella valanga di emozioni, cercò alleggerire la situazione: «Piuttosto, dimmi: ti sono mancato?», per continuare, come sua abitudine, con un «Pts! » e, facendo il gesto di spolverar via “chissà cosa” da una spalla, si rispose da solo: «Ovvio che ti sono mancato: io sono Maui, mica uno qualunque. La domanda giusta è: quanto ti sono mancato? E… Ti sono mancato più io o i miei splendidi capelli? A me puoi dirlo, mica mi offendo». Ammiccò al suo riflesso nell’amo. «Eh già, non c’è storia, bello!», disse ancora, lanciando un bacetto.

 

Il tatuaggio sul suo petto tentò inutilmente d’impiccarsi a una palma.

 

Moana, trattenendo a stento una risatina, bloccò gli strani entusiasmi del Semidio, afferrandogli una mano con le proprie e rispondendogli: «Gli amici mancano sempre.»

«E noi… siamo questo? Siamo solo amici?», ribatté lui a bruciapelo.

 

Per una manciata di secondi tutto sembrò fermarsi, mentre Moana, si trovava priva di parole, con lo sguardo fisso negli occhi scuri del gigante.

Un secondo ancora, poi, afferrato un pensiero fugace che la tormentava da prima che lei stessa se ne rendesse conto, socchiuse le labbra pronta a parlargliene, quando… «Mamma!», chiamò disperato un bimbo, correndo sulla spiaggia.

Moana non fece in tempo a voltarsi, sussultando a quel richiamo, che il piccolo, vedendola, le corse incontro, gettandosi senza fiato tra le sue braccia.

«Anapa», lo chiamò lei, abbassandosi quanto serviva per accoglierlo nel suo abbraccio.

Il bambino sussultava scosso dai singhiozzi, col viso nascosto contro il petto della giovane.  

«Non piangere, ci sono io qui, ora», tento di rassicurarlo, carezzandogli la testolina scapigliata.

Il piccolo non sembrava però intenzionato a smettere.

Moana gli sollevò li visetto con attenzione, in modo da poterlo guardare in quegli occhioni ricolmi di lacrime: «Lo sai chi è questo signore qui con me?»

Il bimbo dissentì con il capo, tirando su con il nasino.

«Lui è Maui, mutaforma, semidio del vento e del mare, eroe degli uomini», l’informò a quel punto, proprio come Maui stesso aveva tenuto a sottolineare anni addietro, sapendo cosa significasse il ragazzone per quel bimbo.

 

D’improvviso lo sguardo del bambino si fece più vivace. Rapidamente si asciugò i lacrimoni col braccino e voltandosi verso il semidio, chiese: «Sei davvero Maui?»

«In carne e ossa, ragazzino», rispose il gigante, mandando indietro la chioma fluente e mettendosi in posa.

«Sei il mio eroe, so tutto di te, sai? La mia mamma mi racconta sempre tante storie su te e le tue avventure», asserì il bambino, emozionato.

 

Maui sorrideva spavaldo alle lusinghe del piccolo fan, nascondendo la sua sorpresa e decidendo di fare buon viso a cattivo gioco; si rendeva conto, forse per la prima volta, che la vita era andata avanti per tutti, anche per Moana. Era stato uno stupido a credere… a credere cosa?

Scacciò via quel pensiero troppo pesante, provando nel petto un misto di dispiacere e gioia per la ragazza; un sentimento strano per il Maui egocentrico ed egoista che mostrava al mondo, ma il tempo non era passato solo per lei. Moana non era la sola ad aver fatto i conti con quello che era e quello che altri volevano che fosse, anche lui era stato costretto a cambiare e sapeva benissimo quando quel cambiamento era cominciato…

Si sfiorò distrattamente un orecchio mentre, ridendo, mostrava al bambino i suoi muscoli, lasciandolo ciondolare da un braccio.

…Era stato nell’esatto momento in cui aveva incontrato Moana di Motu Nui.

 

«Dì, hai visto mai tanti muscoli su un uomo solo?», domandò l’eroe di tutti al bambino che dissentì entusiasta con il capo, prima di lasciarsi cadere e tornare con i piedini in terra.

Moana guardava la scena con un sorriso gentile e una mano posata sul cuore, tanto era il calore che questa le provocava.

Anapa rideva entusiasta alle parole del semidio, fin quando notò l’enorme zampa del crostaceo posata sul pontile. «E quella?», chiese.

«Ahhh», disse Maui indicando con il pollice da sopra la sua spalla, «quella sì che è una gran bella storia, ragazzino.»

Il bambino lo guardava emozionato e attento.

«Ero nel grande mare a sud dell’entrata per Lalotai», iniziò con aria drammatica, «quando mi è suonato un campanello d’allarme e mi sono ricordato che “Accidenti, sono dieci anni da quando ho riportato il cuore di Te Fiti, bisogna festeggiare”, e con chi potevo festeggiare se non con gli amici, mangiando una buona zuppa di granchio gigante? Mi arrampicai quindi, incurante del pericolo, fino alla vetta. Fino alla porta che recava i simboli terrificanti del Regno dei Mostri, porta che solo gli dei, o chi è stato scelto da loro, possono aprire. Una volta aperta mi gettai nell’abisso scuro che racchiudeva. La discesa infinita si infranse contro la bolla che racchiudeva quel tenebroso reame e…»

La suspense cresceva sotto gli occhi attenti del piccolo, quando Moana scosse la testa divertita, avvicinandosi ai due: si stava facendo tardi e aveva una ricorrenza da celebrare.

«E… come mai invece sei qui tutto solo, Anapa?», chiese, interrompendo il racconto del semidio.

Il bambino sussultò, ricordandosi improvvisamente cosa l’avesse spinto fino alla spiaggia. «Cercavo la mamma. Tu sai dove si trova, Capo Moana?»

La giovane donna, fingendo arrendevolezza, ma non lesinando un sorriso, indicò al bimbo la direzione presa dalle due donne incontrate non troppo tempo prima.

 

Quindi quel “cosetto” non era più figlio di Moana?

 

Il bambino fece per avviarsi, ma si trattenne, invaso da un moto d’indecisione: lì c’era il suo eroe.

Di corsa si gettò addosso a Maui, attaccandosi saldamente alle foglie del suo gonnellino e, guardandolo con occhi supplichevoli, disse: «Ti prego, non andare via!»

«Ehi, ehi, ehi, calma ragazzino!»

«Ti prego, ti prego, ti prego, rimani per la festa!»

«Ma certo che sì. Sono venuto per la festa e rimarrò per la festa, ovvio!», Rispose l’eroe stranamente più lieto che mai, «No Maui. No party!», concluse, ammiccando.

 

Il bambino allargò un sorriso entusiasta e corse via contento.

 

Maui lo guardò andare con aria soddisfatta, prima di voltarsi verso lo zampone di Tamatoa; a quel punto non gli restava che preoccuparsi del granchio per la zuppa.

Si piegò per sollevare il pezzo di crostaceo, quando Moana lo abbracciò di getto, senza alcun preavviso.

«Non sai quanto sia felice che tu sia qui!», gli confessò finalmente, stringendolo come non ricordava di aver mai fatto.

Il ragazzone nuovamente e incredibilmente serio, le sollevò il viso per guardarla negli occhi.

«Anche tu mi sei mancata e non poi immaginare quanto.»

Improvvisamente tutto era perfetto: il vento leggero che scompigliava loro i capelli, il dolce suono della onde che si perdevano sulla spiaggia, quella luna tanto grande quanto luminosa in cielo e quegli occhi… quegli occhi scuri e profondi in cui perdersi in un modo che nessuno dei due aveva mai pensato potesse essere tanto dolce.

Una mano della giovane si aggrappò alla nuca del semidio, mentre i volti di entrambi si avvicinavano l’uno all’altro. Le loro labbra erano così vicine da sentirsi coccolati dal respiro tiepido che sfiorava loro la pelle. Sapevano cosa stava per succedere e nessuno dei due aveva voglia di spezzare quella magia.

 

Il piccoletto tatuato sul corpo del semidio fremeva, con il cuore che gli pulsava letteralmente fuori dal petto.

 

Mancava così poco, troppo poco per non essere un sogno; eppure erano lì, Maui e Moana, soli, su quel pontile.

 

«Eccoli!», gridò la vocina allegra di Anapa di ritorno alla spiaggia, accompagnato da una folla inneggiante che, avvertita dal bimbo della presenza dell’eroe sull’isola, non poteva non accorrere e rendere Maui partecipe dei festeggiamenti.

 

Gli uomini del villaggio sollevarono di peso i due eroi, portandoli in trionfo, senza accorgersi di averli strappati l’uno all’altra.

Moana rise divertita dall’ennesima interruzione della serata; entrambi risero, trascinati da quella processione festante, mentre mani abili li agghindavano per la festa.

 

 

Lentamente l’orizzonte schiariva: era l’alba ormai, la festa era finita e con questa era tornato il silenzio su tutta Motu Nui.

Moana e Maui, una vicino all’altro, sedevano sulla spiaggia, esausti, ma soli finalmente.

Nessuno dei due parlava, non che ne mancasse la voglia, no, solo… cosa c’era da dire?

Erano stati così vicini a dire e a fare qualcosa che avrebbe potuto cambiar loro la vita…

 

Il semidio però non era fatto per il silenzio: non era riuscito a starsene zitto neanche quando era rimasto relegato in solitudine su quel sasso in mezzo al nulla e… «Certo che la zuppa è stata una vera prelibatezza!», disse con una nota d’orgoglio nella voce, «Chi lo avrebbe detto che Tamatoa potesse essere un amico tanto delizioso.»

Moana accennò un ghignetto a quella battuta anche troppo scontata, ma del tutto in linea con l’eroe accanto a lei.

«Non credere che sia stato facile, trovare l’ingrediente principale. Ho dovuto scontrarmi non solo contro il mio ex collega di scorribande, ma anche con la ciurmaglia di cocchi indemoniati che ha adottato, barra assoldato, per non so cosa e che volevano farmi la pelle in non si sa quanti modi diversi. Li ho affrontati uno dopo l’altro, senza risparmiarmi e loro… oh, per tutti gli dei! Loro non si sono certo esonerati da colpi bassi e assurde infamie sulle mie frequentazioni più intime. Uhm… sai, credo che abbiano fatto anche delle allusioni su di te, ti credono un ragazzino capellone, o un crostaceo di terra, beh… il mio Kakamorese non è mai stato il massimo, ma propendo per la prima. Comunque, ero lì che rispondevo a colpi con colpi, mutando di volta in volta in quanto il mio genio illimitato proponeva per superare ogni nuovo ostacolo che quella congrega di piccoli e infernali pirati mi parava davanti quando lui, Tamatoa, squallido e sleale, si insinuò nel combattimento, afferrandomi con le sue aguzze chele e…»

Moana sorrise, posandogli un dito sulle labbra, zittendolo all’istante.

«Dunque, sei andato nel Lalotai, le hai suonate a Tamatoa, pareggiandogli le zampe, per poi filare via prima che chiamasse rinforzi. È andata così, no?», riassunse lei i fatti come immaginava fossero andati veramente.
Il tempo di togliere il dito dalle labbra dell’eroe che questi sbuffò arreso. «Più o meno», disse, dandole di spalla, immediatamente ricambiato, prima che scoppiassero a ridere entrambi.

 

Erano stati così vicini al dire e al fare qualcosa che avrebbe potuto cambiar loro la vita…

No, non “avrebbe potuto”, “l’aveva” cambiata. Si erano finalmente ritrovati e non sarebbero tornati indietro, non volevano e non potevano tornare indietro.

 

All’orizzonte una manta saltò maestosa nell'oceano, scagliandosi contro i primi raggi del sole.

Fratelli

Mar. 31st, 2019 07:12 pm
lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: Fratelli

Cow-t 9, settima settimana, M5.
Prompt: “Spirito”
Numero parole: 3260
Rating: Verde
Fandom: The Legend of Korra

Introduzione: Rohan non capisce perché debba starsene seduto meditare tutta la mattina.
Genere: Generale, Slice of Life
Personaggi: Ikki, Jinora, Meelo, Rohan, Tenzin.
Avvertimenti: nessuno

 

--- --- ---

 

 

Era una bella giornata, veramente una gran bella giornata, una di quelle in cui scappare per correre a piedi nudi sull’erba fino alla spiaggia, per poi gettarsi in mare. Questo pensava Rohan, sbirciando con un occhio solo il lido dell’Isola dell’Aria, dall’alto della veranda a pagoda che il padre aveva adibito a luogo di meditazione per lui e gli altri Erranti dell’Aria.

 

“Rohan, concentrati”, giunse il primo richiamo del padre che lo portò a richiudere quel suo unico occhio aperto.

 

I raggi di sole che arrivavano fin sotto il pergolato e accarezzavano le gambe del piccolo monaco erano caldi e piacevoli e una brezza leggera, passando attraverso il boschetto di conifere, portava con sé il profumo della resina rubato agli alberi più giovani.

Rohan si lasciò sfuggire un sospiro.

 

“Rohan”, ed ecco un nuovo richiamo.

 

Chiudere gli occhi non era servito a molto. Tutto in quella giornata sembrava lo chiamasse, dal cinguettare degli uccellini allo squittire dei lemuri dell’aria dalla coda anellata che li osservavano curiosi dagli alberi più alti del giardino e che si affacciavano a lato di quella veranda.

Al bambino venivano in mente mille cose da poter fare, sicuramente più divertenti che stare lì, seduto composto accanto ai suoi fratelli a cercare di non pensare a nulla, quando invece fantasticare era la cosa più bella del mondo, dopo correre a perdifiato, respirare a pieni polmoni l’aria mattutina, bighellonare e giocare.

 

Sbuffò quasi senza accorgersene e “Rohan, riesci a stare concentrato almeno per un secondo?” arrivò alle sue orecchie, più dura delle volte precedenti la voce del padre.

 

“Ma papà”, aprì gli occhi, voltandosi verso il genitore, nel tentativo di spiegare le sue ragioni.

“Che devo fare con te? Guarda i tuoi fratelli, dovresti prendere esempio da loro”, rincarò Tenzin portando stancamente le dita a stringere la base del naso.

“Beh, scusami se non ho la testa vuota come loro”, sfuggì alle sue labbra senza che quasi se ne accorgersene.

“Rohan!” Il padre lo guardò con disapprovazione.

A quel nuovo richiamo, più alto degli altri, i suoi fratelli e il resto dei monaci si voltarono verso di lui.

 

Il bambino non voleva davvero offendere nessuno, ma quell’atteggiamento del padre e gli occhi accusatori con i quali lo stava guardando in quel momento gli avevano fatto, e gli stavano continuando a far perdere la pazienza e saltare i nervi.

 

“Rohan, Rohan, Rohan, sempre Rohan”, urlò scattando in piedi. Le gote in fiamme per la rabbia e per gli sguardi che sentiva puntati su di lui. “Sai che c’è papà? Non sono perfetto come i miei fratelli. Sono solo quello che vedi: una terribile delusione. Una totale perdita di tempo, tanto vale che mi lasci stare.”

 

“Ma Roh…” Tenzin non terminò la sua frase; il bambino si era voltato ed era fuggito via prima che potesse fare qualunque cosa, rimase così imbambolato, immobile per alcuni secondi.

 

Un vociare sommesso cominciò a dilagare tra i presenti, più o meno sconvolti dall’acaduto.

 

L’espressione di Tenzin si fece d’un tratto più severa, cominciando a camminare nella direzione verso la quale era fuggito il figlio.

“Continuate con la meditazione”, disse ai suoi allievi, arrivato ai gradini del patio.

Una mano sulla spalla però lo costrinse a frenarsi e voltandosi, trovò ad attendere il suo sguardo gli occhi castani di sua figlia maggiore.

Jinora lo guardava con dolcezza e con un sorriso rassicurante sul viso, dietro di lei anche Ikki e Meelo sorridevano seppur con la loro solita e indomita strafottenza.

 

“Lascia fare a noi”, gli disse la ragazza.

“Parlo per esperienza, papà, se ti dico”, intervenne Meelo, puntandosi un pugno contro un fianco e assumendo un’aria saccente, “che in questo momento sei l’ultima persona che ascolterebbe.”

Tenzin si ritrovò ad abbassare lo sguardo pensieroso e preoccupato.

Annuì qualche attimo dopo, lentamente, arreso a quell’evidenza.

“Vi rendete conto?” Se la ghignò divertita Ikki, portandosi entrambe le mani alla vita, “quel moccioso ci ha dato delle teste vuote”, fece una breve pausa prima di illuminare lo sguardo e portare e intrecciate le mani tra loro accanto al viso, “Sta diventando grande!”

 

In effetti Rohan stava davvero crescendo, stava valutando con occhi diversi e una curiosità crescente tutto quello che aveva attorno e, sopra ogni cosa, rimaneva un dominatore dell’aria, uno spirito libero e il suo animo non faceva che ricordarglielo attimo dopo attimo, momento dopo momento, costantemente.

 

 

Il bambino aveva cessato la sua fuga sulla cima della rupe più alta dell’isola, che precipitava a strapiombo sul mare. Se ne stava seduto, raggomitolato su se stesso, abbracciandosi le ginocchia. Davanti a lui il promontorio di Citta della Repubblica e la magnificente cupola di vetro dello stadio di Dominio Sportivo dominavano il paesaggio, ma nei suoi occhi c’erano solo lacrime e delusione.

 

“Ehi mostriciattolo!” arrivò inaspettatamente la voce di Meelo che si lasciava cadere seduto accanto a lui pesantemente e senza alcuna premura. Il tono era divertito. “Chi sarebbero le teste vuote?”

 

Rohan sobbalzò appena all’arrivo del fratello, cercando di non darlo a vedere, tirando su con il naso e stringendosi di più alle ginocchia. Nel mentre anche le sue sorelle gli si sedevano accanto, dal lato opposto a quello di Meelo e sicuramente con un’accortezza maggiore, non che in effetti ci volesse molto ad essere più delicati del fratello.

 

“Non lo penso veramente”, bofonchiò con tono remissivo, asciugandosi gli occhi umidi di pianto.

“Lo sappiamo”, arrivò calda la voce di Jinora.

Come sempre, la sua sorellona era gentile con lui e lui aveva ripagato quella sua dolcezza dandole della testa vuota. Il solo pensiero gli imperlò nuovamente gli occhi di lacrime.

“Mi dispiace”, disse ancora sul filo del pianto, mentre Jinora scattava ad abbracciarlo teneramente, costringendolo ad abbandonare ogni resistenza, facendolo scoppiare così di nuovo in lacrime.

“Papà mi odia”, mugugnò tra le braccia della ragazza.

“Naaa, papà non odia nessuno, al massimo un po’ lo zio quando fa lo sciocco, ma certo non te”, spiegò Meelo, gettandosi sdraiato sull’erba, incrociando le braccia dietro la testa solo per osservare il cielo.

 

Lentamente il pianto del bambino sembrò quietarsi.

Jinora lo liberò dal suo abbraccio quando lo vide pronto a spiegare le sue ragioni.

“Mi dispiace tanto, io non voglio far arrabbiare papà, ma… mi irrita così tanto. Non vuole capire che io non sarò mai come voi”,

“Come noi?” domandò Ikki perplessa.

Il bambino annuì. “Non sono fatto per sopportare tutta questa disciplina, non mi riesce di starmene seduto impalato, mentre…”

“Mentre fuori è una così bella giornata”, lo anticipò Meelo.

Rohan si voltò trovandosi ad annuire istintivamente al fratello.

Meelo era sdraiato placidamente, ma mostrava un sorriso divertito in volto.

“Io non sarò mai come voi”, riprese con fare accorato Rohan, portandosi una mano al petto, “non sono intelligente come Jinora, elegante come Ikki o forte come te, Meelo.”

 

Ikki non riuscì a trattenere una risatina. “Quindi pensi che io sia aggraziata? Ti rivelo un segreto”, intervenne, abbassando la voce con fare circospetto, “alla tua età ero goffa come un sacco di patate.”

“Ed io”, aggiunse Meelo, sollevando le gambe per poi darsi lo slancio necessario a tornare seduto di colpo, “non facevo che addormentarmi durante gli esercizi di meditazione.”

“Era un asso, in questo”, intervenne Jinora con un risolino, “riusciva a dormire rimanendo nella perfetta la posizione del loto e credimi non è cosa da tutti!” La sorella gli fece l’occhiolino, prima di continuare: “Ed io, sai Rohan, non facevo che fare la saccente. Ritenevo tutti degli idioti.”

“Vero, eri la migliore in quello, sorella!” La prese in giro Meelo.

“Davvero?” chiese il bambino con fare meravigliato, asciugandosi il viso con la manica della tonaca.

“Parola di sorella maggiore!” esclamò Jinora, sorridendogli.

“Io credevo agli unicorni, alle pentole d’oro alla fine dell’arcobaleno e agli amori a prima vista!” aggiunse Ikki, incrociando le braccia al petto.

“Ehi, gli amori a prima vista sono una cosa seria, non scherziamo!” commentò rapido Meelo.

 

Rohan sfiorò con lo sguardo uno per uno i suoi fratelli, prima di abbassare il capo amareggiato.

“Cosa c’è adesso?” chiese Jinora alla quale quel gesto non era passato inosservato.

“Come… come avete fatto? Come siete riusciti a diventare così bravi?”

“Bravi?” esordì Meelo, accennando un ghigno e tornando a intrecciare le dita delle mani dietro la nuca. “Avete sentito, sorelline? Dice che siamo bravi?”

Ikki sorrise e rispose per prima. “Basta avere le giuste motivazioni.”

 

“Ma che motivazioni ci possono essere per riuscire a farti stare seduto immobile per ore”, brontolò Rohan con rassegnazione.

“Come quali?” intervenne Jinora, “Entrare in contatto con il nostro io interiore, con il nostro spirito, papà non fa che ripelo.”

“Sì, va bene, ma… che vuol dire? Insomma che cambia se entro o meno in contatto con lo spirito?”

I fratelli ridacchiarono divertiti dopo essersi scambiati uno sguardo d’intesa.

 

“Che c’è da ridere?” sbottò il bambino, intrecciando le braccia energicamente e sbuffando dal naso.

“No, no, non ridiamo di te, ma di papà”, arrivò la spiegazione di Jinora, “non fa che ripeterlo, non fa che ribadire che dobbiamo ampliare le nostre capacità, lasciare fluire l’energia attraverso i Chakra, ma in effetti non è mai stato troppo chiaro neanche a nessuno di noi quando eravamo bambini.”

“Quindi?” soffiò Rohan.

 

Per l’ennesima volta i fratelli si guardarono tra loro.

 

“Da dove possiamo cominciare, vediamo…” prese la parola Jinora, sollevando lo sguardo al cielo terso e ticchettandosi un dito sulle labbra. “Le pratiche meditative servono per dominare lo spirito.”

“Dominare? Come un elemento?”

“In realtà, Rohan, lo spirito è proprio questo: un elemento.” Il bambino guardava la sorella con occhi sorpresi. “È energia, come ogni altro dominio, ma un’energia più sottile e gentile. Talmente gentile da poter essere utilizzato da chiunque lo voglia conoscere, ma così tanto sottile e impalpabile che raggiungerlo a volte più difficile del dominarlo.”

“Non ho mai sentito parlare di dominatori dello Spirito. Di spiriti sì, ma non di dominatori dello spirito, no no!” la interruppe Rohan, dubbioso.

“Jinora”, intervenne Meelo, “a volte parli più complicato di papà!”

La ragazza guardò malissimo il fratello, ma dovette sospirare arresa notando l’espressione interrogativa che aleggiava sul volto di Rohan.

“Va bene, vediamo se riesco a farla più semplice”, riprese. “Tutti possono dominare lo spirito con un po’ di pratica, compresi i non dominatori. Essendo accessibile a tutti e non elitario, non crea un’eccezione quindi…”

 

“Te la faccio io veramente semplice”, disse Ikki, bloccando la spiegazione della sorella maggiore che sbuffò infastidita. “Tutti usiamo le mani, ma questo non ci rende dominatori delle mani. Lo spirito fa parte di noi, proprio come mani, piedi, occhi, naso, bocca e capelli. Per chi ce li ha chiaramente! Capito?”

Il bambino annuì. “Ma a che serve dominarlo?”

 

“Nei non dominatori li aiuta ad ampliare le loro capacità. I loro sensi vengono aumentati così e la loro resistenza. Nei dominatori avviene lo stesso”, tornò a spiegare Jinora, ricercando parole più semplici. “Noi dominatori, in quanto tali, possediamo un dominio specifico, che sia questo l’aria, la terra, L’acqua o il fuoco. Il domino è parte di noi, proprio come mani e piedi, di conseguenza anche questo, come tutto il resto, ne viene ampliato.”

“Cioè?” chiese Rohan improvvisamente attento.

“Per i Dominatori dell’Aria come noi”, disse Meelo, “non solo ci aiuta a potenziare e perfezionare le nostre tecniche, ma con la giusta pratica ci permette di entrare in forma spirituale, di trascendere la nostra esistenza fisica e viaggiare nei piani dello spirito.”

“Senza passare dai portali?” domandò ancora il bambino.

“Già, proprio senza passare dai portali.”

“E gli altri dominatori?”

“Gli altri, vediamo…” si fece pensieroso Meelo per poi occhieggiare la sorella maggiore.

 

Jinora rispose a quello sguardo con sufficienza, ma non riuscì ad esimersi a quella chiamata in campo. “I dominatori dell’acqua usano il connubio con l’energia spirituale per curare ferite e malattie. Non a caso intervengono sui Chakra per farlo.”

“L’energia spirituale è sia dentro che fuori di noi e i punti d’accesso e di uscita sono i nostri Chakra”, spiegò Ikki. “Un po’ come delle porte, ma bisogna aprirle e la chiave per farlo è la concentrazione.”

“Uhm…” mugugnò il bambino, riflettendoci sopra.

 

“I dominatori del fuoco, tramite l’unione con lo spirito, come ogni altro dominatore possono scagliare colpi più temibili, ma questo permette loro anche di controllare al meglio le loro funzioni fisiche”, tornò a spiegare la sorella maggiore. “Possono regolare la loro temperatura corporea tramite di Chi, guarire più velocemente di altri e rigenerare le ferite con altrettanta velocità…”

“I Chi?” l’interruppe il più piccolo, “Come i bloccanti?”

“Ecco, questo è un buon ragionamento”, costatò Jinora. “I bloccanti non sono dominatori, ma intervengono sui punti di pressione proprio come i dominatori dell’acqua. In pratica fanno l’esatto contrario di quello che cerchiamo di fare noi con la meditazione. Noi apriamo i nostri Chakra, loro li chiudono.”

“Non è una bella cosa e ti posso assicurare che non fa per nulla bene”, commentò Meelo. “Il dominio per un dominatore è al pari di uno dei cinque sensi, è come ritrovarsi improvvisamente, monco, cieco o sordo. È terribile.”

“Già”, riprese Jinora, “è violento e terrificante. Chiudendo anche solo uno dei Chakra il flusso di energia ne viene influenzato. Lo spirito è l’energia su cui cavalca il dominio, se perdiamo la connessione con lo spirito, perdiamo anche la connessione con il dominio.”

“Mi sto perdendo. Cosa vuol dire questo?” Rohan guardò la sorella perplesso. “Io uso il mio dominio da sempre senza utilizzare lo spirito.”

“Questo lo credi tu, Rohan. Lo spirito è dentro di noi, fuori di noi, dentro ogni cosa. È l’energia allo stato puro, essenziale, e tutti lo utilizziamo inconsciamente. Dominarlo però è tutt’altra cosa.”

“Forse comincio a capire”, disse il bambino, “in pratica è come se i bloccanti mettessero le manette alla nostra energia, è questo vero?”

“Esatto!” esultò Jinora orgogliosa.

 

“Però! Mi sa che Rohan è più sveglio di te alla sua età, sorella”, commentò divertito Meelo.

“E tu che ne sai, eri solo un poppante”, replicò stizzita la sorella maggiore.

“Qualcuno qui ha la coda di paglia!” ribatté volutamente fastidioso Meelo.

 

“E i dominatori della terra?”  La domanda di Rohan arrivò tempestiva, prima che la discussione tra i due fratelli sfociasse in bisticcio.

 

“Vero, ci dimenticavamo dei dominatori della terra”, sottolineò Meelo, battendosi il pugno su un palmo.

Jinora sorrise e fece per aprire bocca quando la vocetta acuta di Ikki la precedette. “Lo spirito”, disse la sorellina, “permette ai dominatori della terra di avere un controllo quasi totale sul territorio. Concentrandosi sul loro elemento riescono a percepire qualunque vibrazione sul e nel terreno all’interno del loro raggio d’azione.”

“Forte!” esordì Rohan.

“Forte, è vero!” Sorrise Ikki.

 

Per una manciata di secondi tutti e quattro i fratelli scivolarono con lo sguardo sulle acque che circondavano la loro isola, prima di respirare a pieni polmoni.

“È davvero una gran bella giornata!” disse Ikki.

“L’estate è arrivata, finalmente”, commentò a sua volta Meelo.

“Devo ammettere che mi era mancata”, concluse Jinora.

Rohan non disse la sua, limitandosi a sorridere per poi sdraiarsi sull’erba a guardare il cielo.

I tre ragazzi sembrarono accogliere quel consiglio non detto, facendo lo stesso.

 

Le nuvole rade si inseguivano nel cielo, spinte da un vento quieto e gentile.

“Già, è proprio una bella giornata!” ripeté Ikki, chiudendo gli occhi, coccolata dal sole caldo di mezzogiorno.

 

“E Korra?” arrivò improvvisa la domanda di Rohan.

“Cosa?”, “Che?”, “Eh?”, domandarono all’unisono le voci dei fratelli.

“Korra”, ripeté il bambino, “è l’Avatar e l’Avatar è il Ponte tra gli Spiriti e gli esseri umani, questo vorrà pur dire qualcosa, no? Oltretutto controlla tutti e quattro gli elementi. Come usa lo spirito, Korra?”

 

“Ahhh!” esordì eccitato Meelo, utilizzando il suo dominio per balzare in piedi, in maniera tanto scenica quanto spericolata. “È una vera forza! Hai mai sentito parlare dello Stato di Avatar?”

“Quando le diventano gli occhi bianchi?”

“Esatto, fratellino!” gli disse, strizzandogli un occhio e indicandolo con entrambi gli indici sparati nella sua direzione per enfatizzare quel piccolo successo.

“Non mi sembra una gran forza, però!” commentò Rohan. “Insomma, diventa più forte è vero, ma… boh!”

“Boh? Boh? Come sarebbe a dire boh?” ribatté Meelo con sgomento. “Guarda che non diventa solo super mega fortissima, ma entra in contatto con le coscienze degli Avatar precedenti. Uhm… ok, questo magari prima che li perdesse e ricominciasse il Ciclo dell’Avatar, ma questa è un’altra storia. Fatto sta però, che entra in contatto con Raava, lo spirito di luce, che è uno spirito talmente vecchio che non le si contano le rughe e…”

“Non si contrano, cosa?” chiese perplessa Jinora.

“Lascia stare. Linguaggio giovanile. Sei troppo vecchia per capirlo”, la liquidò atono Meelo, scacciando via l’aria davanti al volto con una mano, prima di tornare a guardare Rohan e riprendere: “Poi c’è quella cosa dell’Unione con l’Universo, vuoi mettere?”

 

A Jinora tremava un sopracciglio, irritata dall’essere stata messa all’angolo dal fratello.

 

“Unione con l’Universo?”

“Già. Tu eri troppo piccolo, per ricordarlo”, intervenne Ikki, scattando seduta, “ma durante lo scontro con Vaatu, Korra meditò nell’Albero del Tempo, un luogo mistico nel Mondo degli Spiriti, riuscendo ad entrare in contatto con la parte più profonda dello spirito. Divenne tutt’uno con l’energia spirituale dentro e l’energia cosmica fuori di sé. Raggiunse uno stato mistico assoluto che proiettò la sua essenza gigantesca nel Mondo degli Uomini, nella nostra realtà, e gli permise di recuperare Raava dal petto di Vaatu e riportare la pace. Raccontata così sembra una favola, ma… è accaduto davvero, sai?”

“E non solo”, aggiunse Meelo, “c’è da dire che Korra non sarebbe riuscita a fare tutto quello che ha fatto senza l’intervento della nostra sorellona.”

“Cosa?” domandò il piccolo.

Jinora sorrise: Meelo sapeva essere tanto odioso quanto adorabile, a volte.

“Proprio così! È apparsa davanti a lei in forma spirituale, dicendole di non mollare, che non poteva esistere l’oscurità senza la luce e… Tutto è bene quel che finisce bene!” concluse Meelo con un inchino.

“In pratica una lotta tra spiriti eterni, combattuta con l’aiuto dell’energia spirituale e vinta proprio grazie a questa.”

“Ancora esatto! Wow, sei un genio, fratellino!” commentò nuovamente Meelo divertito. “Non dovrò cominciare a preoccuparmi, vero? Ce ne basta una di secchiona in famiglia.”  

Jinora sbuffò arresa, mentre Rohan rise allegro.

 

Ikki si sollevò da terra, stirandosi verso l’alto come un gatto.

“E se ce ne andassimo in spiaggia?” propose.

Meelo fu rapido a richiamare il suo dominio, abbassando il baricentro e roteando le mani fino a formare sotto di sé una sfera d’aria che lo alzò neanche fosse un fuscello. “Chi arriva ultimo è un mollusco!” Dichiarò, cavalcando il suo domino e lanciandosi verso la spiaggia.

“Cosa? Sei partito prima, così non vale?” gli gridò dietro Ikki, facendo vorticare a sua volta l’aria sotto di sé, lanciandosi rapida all’inseguimento del fratello.

 

Jinora si alzò dall’erba con tutto comodo, andare alla spiaggia non era una brutta idea, ma lei aveva il suo modo di fare le cose e quello usato dai fratelli non era esattamente quello che le ci confaceva di più in quel momento. Senza contare che le sarebbe bastato richiamare il suo dominio e planare direttamente da quella cima fino alla spiaggia sottostante per vincere quella gara.

Osservò Rohan guardare immobile nella direzione dei suoi fratelli con un sorriso sereno in volto, finalmente.

“Che c’è, non vai con loro alla spiaggia?” chiese, posandogli una mano sulla spalla.

“Naaa”, rispose il fratellino. “Ho delle scuse da fare e una lezione di meditazione da recuperare.”

“Molto saggio da parte tua”, commentò la ragazza. “Ma adesso scusami”, continuò con tono furbetto, “ho una gara da vincere!” e senza pensarci su due volte, si lanciò dalla rupe sciogliendo i ganci della sua tuta alare e godendo della piena libertà del suo elemento.

Zuccona

Mar. 31st, 2019 07:06 pm
lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: Zuccona

Cow-t 9, settima settimana, M2.
Missione: “Struttura Ciclica”
Numero parole: 3527
Rating: Verde
Fandom: Miraculous - Le storie di Ladybug e Chat Noir

Introduzione: Zuccona attacca Parigi e Alya viene a conoscenza di verità impensabili sulla sua amica del cuore.
Genere: Avventura, supereroistico
Coppia: accenno alla Chat Noir (Adrien)/Ladybug (Marinette)
Avvertimenti: Spoiler (2° stagione)

 

--- --- ---

 

 

“È forse un male?” Disse Marinette, sollevando appena lo sguardo su Alya.

La ragazza rimase senza parole: possibile che fosse davvero quello che sembrava? Possibile che la sua amica Marinette avesse rinunciato del tutto al bel Adrien?

Si appoggiò pesantemente contro il cofano della macchina cappottata che lei, Marinette e Queen Bee stavano usando come riparo, mentre Chat Noir combatteva contro il super cattivo di turno. Probabilmente era tutto fuorché il momento giusto, ma aveva bisogno di fare mente locale. Non sapeva se esserne felice o meno, aveva parlato con Marinette proprio quella stessa sera e, se quella era la sua idea per tirare su il morare a Chat Noir, le sembrava fosse decisamente più rischioso e complicato di quanto l’amica avesse pianificato.

“Calma Alya.” Si disse, gettando uno sguardo sul gatto nero che roteava il suo bastone respingendo così i colpi del nemico. “Una cosa per volta. Procediamo a piccoli passi e il primo è capire cosa aspettarci adesso da Ladybug e cosa fare, dopo penseremo a Marinette e al suo improvvisato e affasciante gattone.”

Non ebbe però troppo tempo per pensarci: Chat Noir piombò tra lei e Marinette.

 

“Coprimi le spalle, Regina” disse il supereroe alla compagna di lotta, afferrando lei e la sua amica per la vita e sollevandole di peso, prima di balzare a diversi metri di distanza.

Un colpo da parte del nemico, più potente di altri, face l’letteralmente a pezzi quello che fino a quel momento era stato il loro riparo.

“Poi contarci, Chat Noir, ma sbrigati, il mio Miraculous ha i minuti contati”. Chloè, alias Queen Bee era scattata a coprire la loro fuga, deviando con il vorticare del filo della sua trottola parte dell’esplosione.

“Appena in tempo. Speriamo che Ladybug arrivi presto!” Si lasciò sfuggire il gatto nero, apparentemente pensieroso. “Voi due signorine, rimanete qui, il tempo di aiutare Queen Bee con questa grossa zucca lancia semi esplosivi che sarò nuovamente da voi.”

“Fai con comodo, micetto, ti aspettiamo!” rispose Marinette con un tono e un sorriso decisamente troppo solari, data la situazione nella quale si trovavano.

Chat Noir si attardò per un baciamano. “Mi raccomando fai la brava, Fiorellino, non metterti nei guai in mia assenza”, la voce dell’eroe si era fatta morbida e dolce, mentre i suoi occhi erano inchiodati in quelli di Marinette, come se quel momento tra loro due fosse al di fuori del tempo e assolutamente indifferente al suono delle esplosioni che imperversavano su Parigi.

 

“Possibile?” tuonò ancora nella mente di Alya. “Possibile che Marinette abbia davvero fatto il passo più lungo della gamba?”

Alya aveva la netta sensazione che tutta quella storia fosse sfuggita di mano alla sua amica e che adesso Marinette si trovasse invischiata in qualcosa di terribilmente sfacciato, attraente ed eroico.

Più che qualcosa, qualcuno in effetti, qualcuno che, oltretutto, stava maledettamente bene in pelle nera.

 

Una nuova esplosione fece letteralmente sgretolare la piramide di vetro del Louvre, poco distante dal loro nascondiglio, distraendola ulteriormente dai suoi pensieri e costringendo sia lei che l’amica al suo fianco a richiudersi istintivamente su loro stesse.

 

“Alya”, la chiamò Marinette, sollevandosi dopo quel boato e sbirciando nella sua borsetta, ritrovando assurdamente il sorriso. “Mi è venuta un idea per aiutare Chat Noir e Queen Bee, ma devo andare…”

“Marinette, hai sentito, Chat Noir…”

“Sì, ma sono in difficoltà, non possono farcela da soli e Ladybug ancora non si vede.”

Marinette scattò in avanti, Alya si protese per afferrala.

“Ma Marin…” una nuova esplosione la fece sobbalzare, permettendo alla sua migliore amica di allontanarsi.

Sempre la solita Marinette, sempre pronta a dare una mano, anche a costo di farsi del male, muovendosi tra le vie di Parigi durante l’attacco di uno dei super cattivi di Papillon.

Sospirò rassegnata, portando di nuovo lo sguardo ai due supereroi che combattevano.

Ah, quanto avrebbe voluto in quel momento vestire i panni di Volpe Rossa, ma Ladybug sapeva cosa faceva e se non aveva scelto lei per quella missione questo voleva solo dire che non era la supereroina più adatta in quel frangente e Alya si fidava cecamente della paladina di Parigi e delle sue decisioni.

 

“A proposito di Ladybug”, anche lei si era comportata in modo strano, non solo Marinette, diverso dal solito. Era stata terribilmente aggressiva e arrabbiata, Alya non avrebbe saputo come altro definirla.

“L’unico modo per capirci davvero qualcosa è ripartire dal punto in cui tutto è incominciato”, ragionò la ragazza.

 

Alya si trovava a casa di Marinette quella sera quando era arrivato Chat Noir.

La sua amica si era sbrigata ad informare il supereroe della sua presenza e ad Alya era sembrato che cercasse di evitare che lui potesse dire o fare qualcosa di cui entrambi si sarebbero potuti pentire.

La cosa l’aveva insospettita, senza contare che si era domandata, e si domanda tuttora, cosa fosse andato a fare Chat Noir da Marinette.

Stano, tutto molto, molto strano.

 

Il Gatto Nero dopo averla salutata aveva raffazzonato scuse, dicendo che era passato solamente per vedere come stesse Marinette, aveva salutato poi e si era dileguato alla stessa velocità con la quale era apparso.

Alya non ricordava che Marinette avesse avuto qualche malessere o si fosse fatta male in qualche modo e, anche se fosse stato, come faceva a saperlo Chat Noir?

Si era quindi rivolta all’amica e aveva cominciato a bersagliarla di domande, alle quali questa aveva risposto mettendo insieme frasi per lo più senza senso, ma finendo col dire che Ladybug non si stava comportando affatto bene con Chat Noir.

Anche quel concetto sarebbe potuto passare inascoltato insieme a tutte le altre sciocchezze borbottate da Marinette, non fosse che nell’esprimerlo si fosse scurita in volto, mostrando uno sguardo davvero molto triste.

A quel punto Alya aveva deciso che doveva smettere di domandare e ascoltare cosa avesse da dirle l’amica.

“Sai, Alya, quel gattone non è poi tanto male come sembra. È gentile e… vorrei tanto che si dimenticasse di lei.”

Il sospiro di Marinette che aveva accompagnato quelle parole l’aveva indotta a ironizzare, dandole di spalla: “Uhm… qui sembra che una certa moretta si stia dimenticando del suo adorato Adrien?”

Alya, aveva sperato che così facendo, scherzandoci un po’ sopra, avrebbe alleggerito la situazione, ma Marinette, nel minuto immediatamente successivo, l’aveva spiazzata.

“E…” le aveva detto titubante con la voce ridotta a un sussurro e con lo sguardo basso, “…se fosse davvero così?”

“Marinette…” Alya era rimasta senza parole, era riuscita solo a chiamare il suo nome, mentre aveva visto quegli occhi blu rattristarsi sempre di più.

“Io, non penso che…” aveva provato ad accennare, ma non era realmente sicura di sapere cosa pensare, desiderava tanto tirare su il morale alla sua amica, ma non sembrava esserci riuscita un granché.

Non tanto per la mancanza di parole, a dire il vero, ma per l’arrivo di quel primo enorme boato: Papillon aveva Akumizzato l’ennesimo malcapitato.

 

Alya era giunta sul luogo dello scontro, con l’intento di filmare quanto avveniva, in tempo per vedere Ladybug arrivare in aiuto di Chat Noir che si trovava già sul posto.

Quell’esplosione non era troppo distante dalla casa di Marinette e Il Gatto, infondo, si era allontanato solo da pochi minuti.

“È la signora del banco della frutta”, aveva informato Chat Noir.

“Hai un’idea su cosa può essere successo?” domandò l’eroina.

Il Gatto dissentì. “So solo che è troppo veloce e che è troppo difficile avvicinarsi mentre lancia quei semi.”

 

La battaglia si era susseguita a colpi di liane ed esplosioni da parte del mostro a forma di Zucca ed a rapide schivate e parate da parte dei due supereroi di Parigi, che sembravano non riuscire davvero ad avvicinarsi al loro obbiettivo.

“Non ti hanno avvisato che Halloween è già passato?” aveva commentato Chat Noir costretto ad abbarbicarsi su un comignolo pur di evitare l’ennesima frustata, mentre Ladybug approfittando della distrazione della Zucca era riuscita a lanciarsi, appesa al suo fidato Yo-Yo, ed a colpire il bersaglio con un calcio dritto nel mezzo all’enorme testone arancione.

Per qualche attimo, il mostro aveva barcollato e la sua intera figura era sembrata instabile, Alya non avrebbe saputo trovare un altro termine per definirla: era stata come percorsa tra un fremito e in quel tremare aveva perso parte della sua massa che era caduta in terra sotto dorma di frutta e verdura, e da quell’istante, seppur di poco, era sembrata più piccola.

“Ci serve un’idea, insettina?” aveva aggiunto ancora Il Gatto. “Sembra, comunque, avere difficoltà a ripararsi dalle tue acrobazie aeree, se distratta.”

“Ho notato. Oltretutto, sembra diventare più piccola quando viene colpita”, aveva constatato

La Coccinella raggiungendo Chat Noir.

“Quindi che si fa?”

A quella domanda Ladybug aveva sorriso sicura e, lanciando verso l’alto il suo Yo-Yo, aveva invocato il suo Lucky charm, ritrovandosi poco dopo tra le mani quella che sembrava una trottola.

“Sai già cosa farci?” aveva chiesto Il Gatto e dopo qualche secondo di perplessità il viso dell’eroina della città si era illuminato.

“Direi… che ci sta dicendo che abbiamo bisogno d’aiuto.” Il tempo di formulare quella frase che Zuccona aveva costretto i due eroi a dividersi, bersagliandoli con una pioggia di semi esplosivi.

“Ce la fai a resistere senza di me, Gattino?” aveva domandato poi Ladybug.

“Non lo sai che i gatti hanno nove vite?”

A quel dire La Coccinella si era allontanata, facendosi trascinare dalla sua fune tra i tetti di Parigi.

 

Poi era cominciato il brutto, non che fino a quel momento lo scenario fosse dei migliori, ma ad un certo punto quell’enorme zucca aveva smesso di lanciare semi esplosivi, o per meglio dire, aveva smesso di lanciare semi che esplodevano, perché a lanciare semi li lanciava, ma contrariamente agli altri questi affondavano nel terreno per poi emergere come rampicanti viventi: attaccati al suolo, ma in grado di avvolgere e frustare chiunque fosse a loro portata, compresa Alya.

 

Chat Noir aveva colpito appena in tempo il tentacolo verde che si era lanciato contro di lei, urlandole di fuggire e alla svelta, per poi però finire lui intrappolato tra i tentacoli del vegetale.

Quella maledetta pianta aveva stretto il supereroe in una morsa straziante al punto da fargli mancare il fiato, mentre a occhi sgranati digrignava i denti pur di resistere al dolore. Un rivolo di sangue era colato dalle labbra del Gatto, fino al collo, mentre aveva tentato di richiamare il suo Cataclisma, ma inutilmente.

Viticci più sottili erano serpeggiati fino alla mano di Chat Noir con l’intento a portargli via il suo Miraculous.

 

Alya si era sentita morire, Chat Noir era in quello sto per colpa sua, per averla salvata. Era scoppiata a piangere disperata, ma proprio in quell’istante.

“Lascialo andare!” il grido di Ladybug era risuonato furioso tra le vie di Parigi tanto da azzittire il fastidioso frusciare delle liane che strisciavano sul terreno. 

Zuccona e le sue creature si voltarono verso La Coccinella in picchiata e con lo sguardo che non prometteva nulla di buono.

 

Ladybug si era trovata a schivare una nuova pioggia di semi esplosivi, non riuscendo a raggiungere l’obiettivo, ma era proprio quello il suo obbiettivo? Anche se forse sarebbe stato più corretto dire il loro.

Queen Bee, in contemporanea, si era lanciata dal lato opposto da dove era giunta Ladybug e aveva scagliato la sua trottola, avvolgendo la base delle radici che imprigionavano Chat Noir. Era stato un secondo, non di più: quei tentacoli erano stati letteralmente affettati dal filo lanciato dall’eroina e Il Gatto era stato liberato.

 

“Come va, Chat Noir?” aveva domandato l’Ape Regina.

“Decisamente meglio, ora che siete qui!” Aveva risposto con un ghigno, ripulendosi le labbra dal sangue versato.

Ad Alya, però, non era sfuggita l’espressione dolorante e la mano che l’eroe si era portato al fianco, malgrado quel solito sorriso beffardo dipinto sul volto.

 

Con l’arrivo dell’Ape la situazione era migliorata decisamente: Chat Noir distraeva il nemico, mentre le due artiste della corda aerea si alternavano con attacchi repentini riuscendo così a raggiungere il bersaglio.

Quel mostro era diventato sempre più piccolo dopo ogni attacco, fino ad arrivare a lasciar scorgere parti della donna avvolta in quella bizzarra armatura di verdure fuse tra loro.

 

“Ci siamo quasi, un ultimo sforzo” aveva richiesto Ladybug con un sorriso, accovacciandosi accanto al Gatto Nero rannicchiato su un tetto e ansimante per il perpetrarsi del combattimento.

Questi le aveva annuito per rilanciarsi nella mischia, proprio quando gli orecchini di Ladybug avevano cominciato a tintinnare l’ultimo minuto di trasformazione che le era rimasto.

“Devo andare”, era stata costretta ad annunciare a quel punto, con il dispiacere nel cuore.

“Fai in fretta!” le aveva gridato Queen Bee, mentre Chat Noir le annuiva confortante, assestando un nuovo colpo ad un tentacolo che, staccato dalla pianta svaniva letteralmente nel nulla.

 

“Com’è andata, poi?” continuò a riflettere Alya.

 

Il combattimento si era spostato verso il Louvre e lei era stata costretta a seguirlo per necessità di schivare quei maledetti rampicanti, non per volontà. Era accaduto in quella sua marcia forzata che si era scontrata, letteralmente, con Marinette.

Il suo “Cosa ci fai tu qui?” era stato accantonato con un “Attenta!” dell’amica che l’aveva spinta di lato per evitarle di essere investita dalla furia dell’ennesima frusta vegetale. Successivamente si erano lanciate di corsa verso uno spazio ancora libero dai rampicanti in modo da non ritrovarsi ad essere un complicazione nella lotta dei paladini di Parigi.

Avevano corso veloce, ma purtroppo però non veloce quanto realmente serviva.

 

Uno dei viticci di quelle piante malefiche era riuscito ad avvinghiarsi alla gamba di Marinette, mentre per l’ennesima volta scostava Alya di lato per evitarle di essere colpita.

 

La trottola di Queen Bee era arrivata rapida ad avvolgere la liana, mentre, con un balzo, Chat Noir era arrivato accanto alle due ragazze ed afferratele le aveva portate al riparo dietro una grossa automobile rovesciata.

 

“Marinette, ma cosa ci fai qui?” aveva chiesto il gatto alla sua amica, non appena le aveva riposate entrambe con i piedi in terra.

“Io… stavo tentando di fuggire dai rampicanti e…” aveva cercato di spiegare Marinette, mentre Zuccona, ora che gli attacchi si erano in parte placati, aveva cominciato a recuperare massa e mole.

“Maledizione!” era arrivata la voce di Queen Bee, e tutta Queen Bee, a cercare anche lei riparo accanto a loro, nel mentre diversi semi esplosivi erano detonati contro la carrozzeria di quella povera vettura.

 

“A quanto sembra”, aveva detto Marinette, “più piccola è Zuccona, meno potenti sono i suoi colpi.”

“Già, ma se ti prendono fanno comunque male!” aveva risposto, ostentando tranquillità Queen Bee.

Alya aveva intuito che l’eroina, malgrado il suo solito fare scostante, non era realmente serena come aveva voluto dare a vedere fino a quel momento, ma questa non era stata l’unica cosa che la ragazza aveva notato. Quello che aveva catturato il suo sguardo era stato il braccio di Chat Noir che non aveva abbandonato ancora il fianco di Marinette.

 

La cosa non sembrava essere sfuggita neanche a Chloè dato che dopo uno sguardo ai due aveva soffiato stizzita: “Questa poi?”

“Già, questa poi?” aveva ripetuto anche Alya nella sua testa e davvero una cosa del genere non se la sarebbe mai aspettata; come non si era aspettata lo sguardo che Il Gatto rivolgeva ancora alla sua migliore amica e la carezza che questa posò sul volto ferito dell’eroe.

“Tutto bene?” aveva detto Marinette con una preoccupazione che Alya non aveva mai scorto prima d’allora negli atteggiamenti della ragazza.

Le dita di Marinette avevano accarezzato lo zigomo livido fino ad arrivare a sfiorare il labbro spaccato con delicatezza come se avesse temuto di potergli fare più male di quanto gliene fosse già stato fatto.

Chat Noir, dal canto suo, aveva piegato il volto verso quella carezza, appena, ma sufficiente per permettergli di baciarle il palmo.

“Sono solo un po’ ammaccato, Fiorellino”, aveva risposto lui senza schiodare gli occhi da quelli di Marinette.

“Tz!” aveva sbuffato nuovamente Queen Bee. “Appena tornerà Ladybug sistemerà tutto con il suo Lucky charm e anche il Gattastro tornerà nuovo come prima e vi potrete andare a sbaciucchiare dove meglio credete. Ma adesso, che ne dite di smetterla di guardarvi come due piccioncini innamorati e di tornare a dare attenzione a questa zuppa di verdure ambulante?”

 

Il rossore era arrivato immediatamente a colorare le guance di Marinette.

Alya non era riuscita a credere ai suoi occhi: Marinette, la sua amica Marinette stava davvero arrossendo per le allusioni di quella arpia di Chloè?

 

Le parole di Queen Bee erano arrivate tempestive come l’ennesima mitragliata di semi da parte della zucca; mitragliata, questa volta, decisamente più potente.

 

“Sta riacquistando forza, non possiamo permetterlo!” era giunto il commento di Chat Noir che, sollevandosi e strizzando un occhio a Marinette, si era lanciato tra il fumo delle esplosioni pronto di nuovo a dar battaglia.

Queen Bee aveva annuito. “Così si fa, gattino, ma non credere di rubarmi la scena, sono io la Regina”, aveva detto e rapida, come si era gettata dietro quell’automobile, aveva scagliato la sua arma tra i tetti per lanciarsi al volo nel vivo della lotta.

 

Alya aveva visto Marinette cercare tra i vapori delle esplosioni i due combattenti, ma l’unica cosa che era potuto scorgere in quegli istanti erano sagome scure e tentacoli in lotta tra loro.

Quando quella coltre scura aveva cominciato a dipanarsi, Alya era riuscita finalmente a vedere i due supereroi.

 

“Attenta!” Chat Noir con una spallata aveva allontanato l’Ape Regina dalla traiettoria del mostro, rimanendone però avvinghiato nei tentacoli.

Le mani di Marinette si erano strette a pugno a quella scena. Un fremito lungo la schiena aveva suggerito ad Alya che l’amica fosse stata sul punto di lanciarsi a soccorrere quel Gattino, a costo di usare solo denti e unghie pur di farlo.

 

“Questa zucca comincia davvero ad irritarmi!” aveva protestato Queen Bee e, prima che Marinette avesse potuto fare qualunque cosa, aveva colpito quel tentacolo, come aveva già fatto con altri prima, per distruggerlo. Quello però non solo non si era staccato, ma aveva avvolto con forza maggiore il Gatto Nero nelle sue spire.

“Ma cosa…? Maledizione!” aveva ringhiato Chloè più irritata che mai.

A quanto sembrava i tentacoli di Zuccona erano più resistenti di quelli delle sue creature, ma non sufficientemente da far desistere l’Ape dai suoi intenti.

“Veleno!” aveva dichiarato a quel punto, infilzando il suo pungiglione paralizzante nel groviglio di liane che stritolava il Gatto.

Quei tentacoli erano parsi perdere istantaneamente vitalità, sciogliendosi privi di energia e cadendo in terra.

“A quanto sembra non è la tua giornata fortunata, Chat Noir?” aveva commentato Chloè, stranamente gentile. “Resisti ancora un po’, Ladybug ritornerà presto, vedrai?”

“Non ne sarei troppo sicuro”, aveva risposto il supereroe, asciugandosi con un braccio il sudore dalla fronte e riprendendo fiato. “Il suo Kwami ha bisogno di tempo per riprendersi e ritramutarla.”

“Beh, tu vedi di non mollarmi prima che arriv…” Le parole di Queen Bee erano state troncate dall’arrivo di una nuova tentacolata che, come una frusta, li aveva investiti e scaraventati a lunga distanza.

 

“Com’è possibile?” aveva detto allibita la Regina, sollevandosi dalle macerie del muro contro il quale erano stati lanciati. “Non dovrebbe muoversi, ho usato il mio Veleno.”

“Guarda!” Chat Noir, barcollando per riprendere equilibrio nel sollevarsi a sua volta, le aveva indicato il tentacolo avvelenato, digrignando i denti dalla rabbia.

 

Anche gli occhi di Alya si erano mossi nella medesima direzione: le creature generate da Zuccone avevano troncato la liana colpita dal pungiglione di Queen Bee, che era caduta in terra, sgretolandosi in una miriade di frutti e ortaggi, liberando così quel super cattivo dall’incantesimo dell’Ape Regina.

Il mostro aveva ripreso immediatamente ad attaccare per non dar loro un attimo di respiro.

 

Lo sguardo della ragazza era sgranato e incredulo, mentre quella Zucca stava preparandosi a lanciare nuovamente i suoi semi.

Un nugolo scuro si sollevò verso il cielo per poi ripiegare verso il basso, verso… Loro due?

Lei e Marinette, perché?

 

Fortunatamente i due supereroi non si fregiavano di questo titolo a sbaffo: rapidamente Queen Bee si era lanciata, tornando accanto a loro, roteando il filo della sua trottola sopra le loro teste.

I dardi esplosivi di Zuccona avevano esaurito la loro potenza contro quello scudo rotante, mentre Chat Noir, approfittando di quella distrazione del mostro, allungando la sua asta, era riuscito a colpire quella sua grossa testa arancione.

Zuccona era stata così spedita indietro di diversi metri, perdendo tanti di quei vegetali dal suo corpo da scatenare sul volto del Gattone un ghigno soddisfatto.

“Questo e per aver attaccato le mie amiche”, aveva minacciato.

 

“Amiche è questo!” aveva pensato Alya, quel mostro aveva capito che Chat Noir e Queen Bee non avrebbero mai permesso che accadesse loro qualcosa.

 

“Sì, certo, amiche!” aveva commentato sarcastica Chloè, lasciando scivolare lo sguardo su Marinette con un ghigno saputo, prima di tornare al compagno di lotta. “Dimmi un po’, Micione da quando ti sbaciucchi con questa Antipatica?”  

“Da quando ti interessa cosa faccio con la mia ragazza, Queen Bee?” Aveva risposto Chat Noir con un sorriso divertito e senza nessuna incertezza, bloccando con colpi precisi una serie di tentacoli diretti verso l’automobile.

 

Alya, si era voltata istintivamente verso Marinette, intenta a guardare chissà cosa nella sua borsa. “Ragazza? Quindi… state insieme? Tu e Chat Noir?

 “È forse un male?” Era stata a quel punto la sua risposta.

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Titolo: “Un fine settimana rilassante”

Cow-t 9, settima settimana, M2.
Missione: “Struttura Ciclica”
Numero parole: 972
Rating: Verde
Fandom: Voltron: Legendary Defender

Introduzione: [La storia non prende in considerazione gli eventi dell’8° stagione] Lance pensa che ai suoi amici faccia bene staccare un po’ la spina, ma il suo intento di farli rilassare gli sfugge un pochino di mano. Una campeggio in montagna si tramuta così in una sfida e lui ed Hunk sono gli avversari da battere.
Genere: Comico
Personaggi: Lance, Hunk
Avvertimenti: nessuno

 

--- --- ---

 

Lance voleva un fine settimana rilassante per lui e i suoi amici.

Da quando erano tornati sulla terra si erano dedicati esclusivamente a rimettere a postole le cose, non si erano fermati neanche sconfitto il nemico, anzi appena guariti dalle ferite della battaglia si erano rimessi all’opera con più determinazione di prima e anche lui non si era certo risparmiato. Seppure questo, però, fosse stato tutto molto lodevole, i segni della stanchezza e del nervosismo si erano fatti sempre più evidenti sui loro volti e noi loro atteggiamenti: dovevano staccare per un po’, anche poche ore sarebbero bastate, ma dovevano staccare la spina o ne sarebbe andata della loro sanità mentale.

 

Dopo diversi tentativi, Lance era riuscito a convincere i suoi amici ad andare in campeggio.

Non un campeggio come gli altri, ma una vera e propria prova di sopravvivenza o almeno così l’aveva fatta sembrare. Aveva dovuto per forza metterla su quel piano, perché altrimenti trascinare Keith e Shiro sarebbe stato praticamente impossibile.

“Ammetti che non vuoi partecipare, Mullet, perché sai di non avere nessuna possibilità. Non puoi vincere contro di me, non quando gioco in casa”, questo aveva detto a Keith e la discussione che ne era seguita, per una volta, era stata musica per le sue orecchie.

Senza che se ne rendesse conto, l’attuale Paladino Nero, ci era cascato e il resto era venuto da sé.

 

La sfida?

Avrebbero gareggiato a coppie. Lui ed Hunk, Pidge ed Allura e naturalmente Keith e Shiro.

Avrebbe vinto la coppia che sarebbe arrivata alla mattina di lunedì senza aver tentato di tornare prima a quelli che riteneva i suoi doveri.

 

Lance era convinto che il tutto si sarebbe risolto con passeggiate all’aria aperta, chiacchierate intorno al fuoco, qualche canzone e, ovviamente, marshmallow. Tanti marshmallow!

Spezzare un po’ la routine avrebbe giovato a tutti, a lui per primo, ma purtroppo i suoi amici erano da sempre competitivi, troppo competitivi, e quello che il ragazzo sperava potesse essere un fine settimana da passare insieme piacevolmente era diventata una gita a due.

 

Per prima cosa, contrariamente alle sue aspettative, ogni coppia si era separata dalle altre assecondando l’idea di Allura di estrarre a sorte il luogo dove mettere le loro tende, tanto per rendere la cosa più frizzante.

A lui era Toccato un bel rettangolino di radura nel bosco poco distante dal fiume.

 

Non erano esattamente quelli i suoi piani, diciamo che non lo erano per nulla, ma almeno erano tutti in quel parco, lontani dai loro doveri e, cosa più importante, c’era Hunk con lui.

Se esistevano due persone in tutto l’universo che andavano perfettamente d’accordo e si capivano al volo, Lance ne era certo, quelle erano senza ombra di dubbio lui e il suo grande amico Hunk.

 

Malgrado questo però, avrebbe dovuto avere sentore che le cose non sarebbero andate esattamente come desiderava da quando Pidge, mentre lui illustrava la sua idea, aveva chiesto: “È una competizione, giusto, e in una competizione è tutto lecito?”

“Beh, non proprio tutto”, aveva risposto lui, sottovalutando la cosa, “è una sfida amichevole, nessuno si deve fare male!”

Aveva creduto che quella semplice spiegazione potesse bastare, ma non aveva tenuto conto di quali ignobile nefandezze fossero disposti a fare i suoi compagni pur di vincere e il primo bene essenziale per la sopravvivenza in campeggio a pagare le conseguenze di quella sua svista furono i marshmallow.

Spariti, senza lasciare alcuna traccia dietro di loro, nel tragitto dalla Jeep al campo, ne era sicuro.

 

Il cuore di Lance ancora piangeva intimamente quella terribile perdita: quarantotto ore senza marshmallow da arrostire sul fuoco era qualcosa di impensabile, ma avrebbe resistito, era finalmente riuscito a portare i suoi amici in quel bosco per un fine settimana rilassante e l’avrebbero avuta anche a costo di perdere il secondo bene essenziale del vero campeggiatore: le bibite gassate.

E… le persero, accidenti!

Esattamente due ore dopo aver posizionato la tenda.

Lance non aveva visto nessuno avvicinarsi questo a riprova che, quando volevano, i suoi amici sapessero essere dei veri e propri Ninja.

 

“Uhm… piccole impronte!” aveva dedotto, osservando un’orma lasciata nel fango accanto al fiume. Avrebbe indagato oltre non fosse che la voce di Hunk, accompagnata dall’odore di wurstel arrostiti al fuoco (terzo bene essenziale), lo avesse richiamato all’attenti.

 

Il dopo cena era andato alla grande, i racconti dei campeggi passati di Hunk erano stati spassosi quanto i suoi ed erano entrati in tenda per dormire che si era fatta una certa ora ormai.

Lance si era destato però qualche ora dopo: era ancora notte fonda, eppure qualcosa davanti ai suoi occhi lo turbava terribilmente. Aveva battuto un paio di volte le palpebre, nel tentativo di riuscire a capire bene cosa fosse, ma, ancora poco convinto, aveva deciso di svegliare Hunk che dormiva accanto a lui.

Aveva dato così di gomito all’amico, fintanto questi non aveva aperto gli occhi. “Hunk, non volevo svegliarti, ma… vedi il cielo?”

Hunk, ancora assonnato, si era stropicciato gli occhi per bene, prima di guardare in alto, fisso davanti a sé. “Sì ed è tempestato da miriadi di stelle.”

“E… questo cosa ti fa pensare?”

“Dal punto di vista astronomico, mi dice che ci sono milioni di galassie e miliardi di pianeti. Dal punto di vista astrologico, osservo che Saturno è nella costellazione del Leone. Dal punto di vista temporale, deduco che sono circa le quattro e mezza del mattino. Dal punto di vista filosofico, posso sostenere di sentirmi piccolo ed insignificante rispetto a tutta questa immensità. Dal punto di vista metereologico, è facile presumere che domani possa essere una bella giornata. Tu invece Lance cosa ne pensi?”

“Cavolo, Hunk, penso che ci hanno fregato la tenda!”

 

Lance voleva un fine settimana rilassante per lui e i suoi amici (malgrado si fossero rivelati dei malefici gremlins assetati di prevalere) e l’avrebbe avuta, anche a costo di dormire all’agghiaccio.

 

Il regalo

Mar. 23rd, 2019 10:58 pm
lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: “Il regalo”

Cow-t 9, sesta settimana, M1.
Prompt: “Parità”
Numero parole: 5000
Rating: Rosso
Fandom: Voltron: Legendary Defender

Introduzione:[La storia non prende in considerazione gli eventi dell’8° stagione] Keith non ama il giorno del suo compleanno. I ragazzi della Voltron Force vogliono festeggiarlo comunque, ma a modo loro e a qualcuno la cosa sfugge un po’ di mano.
Genere: Erotico (ma, neanche tanto)
Coppia: Keith/Lance
Avvertimenti: Yaoi

 

--- --- ---

  

“Eccoci al giorno fatidico”, proclamò Shiro con fare solenne davanti alla Voltron Force riunita in… uno sgabuzzino, non altresì ben definito, ma ampio a sufficienza da contenerli tutti.

Tutti, tutti sì, tranne uno: Keith.

“Dunque truppa, sono giorni che ci prepariamo per questo, gli inconvenienti sono stati molteplici e in molti, moltissimi istanti abbiano sfiorato il fallimento, ma siamo qui oggi, ad un passo dal nostro obbiettivo e tutto, ripeto tutto, adesso deve procedere come stabilito. Non avremo un’altra chance, non prima di un anno almeno, quindi...” fissò la squadra in fila. “Coran, tra quanto avremo il pezzo?”

“Tra duecento tik, signore”, rispose l’interpellato battendo i tacchi.

“Perfetto! Hunk, Pidge a che punto siete con le riparazioni?”

“Basta inserire il pezzo mancante e possono dirsi concluse”, informò Hunk.

“Anche questa è fatta, bravissimi”, si complimentò il comandante dell’Atlas.

Pidge sospirò profondamente. “Non posso credere che lo stiamo facendo. Per carità… lo voglio quanto voi, ma… serve davvero a qualcosa organizzare tutto in questa maniera?”

“Non proprio”, rispose Shiro, “ma è divertente!”

“Si, infatti!” commentò il resto dei presenti.

Pidge sbuffò, roteando gli occhi: “Siamo la Voltron Force, non dovremo preservare almeno l’apparenza?”

“Certo”, “Ovvio”, dichiararono più di una voce.

“Per questo facciamo le nostre riunioni super segrete in un ripostiglio”, puntualizzò entusiasta, Romelle.

“Ecco! Mi ricordate perché abbiamo fatto decidere a Lance il luogo per gli incontri?”

“Nessun altro ha proposto idee migliori”, intervenne Allura.

“Sì”, “Già”, “È vero”, commentarono più voci, mentre Lance gongolava del suo successo.

Pidge alzò le mani arresa. “Ci rinuncio!”

“Bene, ora che anche questo è stato chiarito, torniamo a noi”, riprese Shiro. “Ripassiamo il piano: Romelle userà il colore alimentare per fare delle chiazze sul manto di Kosmo. Coran andrà a prendere il pezzo mancante, mentre Keith sarà distratto da Allura che gli chiederà perchè Kosmo ha quello strano colorito rossastro e… mi raccomando Kosmo, questa volta non leccare il colorante, devi aspettare che Keith ti veda, intesi?”

Un “Woff” indicò che il Lupo cosmico stava ascoltando, non che fosse concorde, ma… almeno stava ascoltando.

“Speriamo bene!” commentò Pidge, subito ammonita da una spallata di Lance e dal “Shhh!” di Hunk sibilato troppo vicino alle sue orecchie.

“Ahi!” protestò, guardando male i Due.

“Niente insubordinazioni, ragazza mia”, disse Coran, “abbiamo lavorato tanto per arrivare fin qui, non possiamo rischiare tutto proprio ora!”

“Quindi”, riprese Shiro, richiamando l’attenzione dei presenti, “Romelle colorerà Kosmo. Coran prenderà il pezzo e lo consegnerà ad Hunk e Pidge, mentre Allura e Kosmo distrarranno Keith. Terminate le riparazioni, io assegnerò Keith il più lontano possibile dai nostri traffici e Lance dovrà assicurarsi che non termini l’incarico troppo velocemente. Pidge, non appena io le darò il via libera, porterà l’oggetto X da Allura che lo impacchetterà a dovere. Una cosa importante Allura, Keith adora il dorato e le coccarde.”

“Tanto oro e una bella coccarda, capito”, dichiarò sicura l’alteana.

“Ottimo”, riprese Shiro, “A questo punto Romelle ripulirà Kosmo. Allura consegnerà il regalo a Lance e ognuno di noi potrà ritenersi libero di fare quel che desidera tranne Lance, appunto, ed Hunk. Tu Hunk avrai il compito di controllare il forte. Keith non riterrà strano vederti preparare qualcosa nella cucina che dà sulla Hall. Non appena lo vedrai uscire, cosa che sappiamo farà come sempre in questo giorno, avviserai Lance. Lance tu dovrai chiudere il cerchio. Keith non tornerà prima che questa giornata sia conclusa, quindi hai tempo fino a mezzanotte per posizionare il regalo dove possa trovarlo al suo ritorno. Ricordati che nei giorni passati, Keith ha assunto atteggiamenti particolari e non sappiamo cosa troverai nella sua stanza, quindi preparati al peggio.”

Lance annuì deciso. “Non vi deluderò.”

“Perfetto!” riprese il comandante, “a quel punto e, solo a quel punto, potremo dire la nostra missione conclusa. Tutto chiaro?”

“Sì, comandante!” dissero all’unisono.

“Bene, chiudiamo la riunione e diamo il via all’operazione Regalo.”

 

“Un… un attimo!” intervenne Pidge, improvvisamente agitata, dopo aver ripassato mentalmente le fasi del piano. “Il biglietto. Ci stiamo dimenticando il biglietto!”

Un’ombra di puro terrore calò sui presenti.

 

“Ok, non disperiamo…” cercò di placare gli animi Shiro, mentre un vociare sommesso dilagava nello sgabuzzino.

“Non disperiamo?” Esordì nervosissimo Coran, impallidendo, tenendosi il volto tra le mani. “Come possiamo non disperare? Un regalo non è un vero regalo senza un biglietto.”

“Lo farò io. Posso farcela!” dichiarò Romelle decisa, portandosi una mano al petto, “lo farò prima che Allura incarti il regalo.”

“No! Non va bene, tu devi necessariamente sistemare Kosmo. Se fa da solo rischiamo che gli prenda un’indigestione, ti ricordi nelle prove? Meglio pulire Kosmo che il pavimento dalla… ehm… roba di Kosmo”, fece notare Hunk, portandosi le mani tra i capelli. “Non ce la faremooo!”

“Oltretutto, Romelle, tu non conosci così bene Keith e dobbiamo fare in modo che non pensi sia il suo regalo di compleanno, anche se in effetti è il suo regalo di compleanno, ma non deve pensare che vogliamo festeggiarlo, o per meglio dire vogliamo festeggiarlo, ma non festeggiare il suo compleanno. Se non spieghiamo bene le nostre ragioni in quel biglietto, Keith si arrabbierà terribilmente e otterremo il risultato contrario a quello che desideriamo. Cavolo è complicata, ragazzi!” commentò Lance, demoralizzandosi sempre più, pian piano che il discorso procedeva.

“Fermi”, tornò a parlare Shiro, “Hunk e Lance hanno ragione. C’è solo una cosa da fare: ci penserò io. Conosco Keith e ho tutto il tempo per scrivere un biglietto dopo aver assegnato gli incarichi. Lo consegnerò a Lance dopo che Keith sarà uscito, metteremo insieme il tutto e il gioco sarà fatto.”

“Ok”, “Sì”, “Sembra una buona idea”, “Può funzionare”, commentò la truppa, tirando un sospiro di sollievo.

 

“Ultima domanda”, disse ancora Pidge, alzando la mano.

Shiro le fece cenno di parlare.

“Se tutti noi siamo qui, Keith non si domanderà che fine abbiamo fatto?”

A quel dire, nuovo terrore imperversò nello sgabuzzino.

 

Fortunatamente, Keith stava allenandosi e non notò la loro assenza.

Il tempo che il ragazzo impiegò per tornare in stanza e farsi una bella doccia, che il piano ebbe inizio.

 

“Speriamo davvero che vada tutto bene”, si fece sfuggire Pidge che, con Allura, attendeva che Romelle terminasse di sistemare Kosmo.

“Tranquilla”, le sorrise la principessa, posandole una mano sulla spalla, “Vedrai, non solo andrà bene, ma benissimo!”

Lei le sorrise di rimando. “Hai ragione, solo… ci tengo davvero molto, sai? So che posso essere sembrata l’uccello del malaugurio, ma è proprio perché desidero che sia tutto perfetto. Se lo merita.”

“È quello che vogliamo tutti.”

“Il fatto è che… è davvero dura riuscire a far felice Keith o capire cosa gli piace davvero. Da quando è tornato, abbiamo ha fatto il possibile per rimediare a quanto è avvenuto in passato. Ha fatto di tutto per tenerci uniti. Certo, non sempre era la cosa giusta, ma non ha mai mollato e…”

“…Ed è giusto ricambiare.”  

“Già, ma non solo. Shiro non fa che ricordarci quanto tutti siamo importanti per la squadra, che se anche uno soltanto di noi dovesse vacillare, ne risentirebbero tutti; che siamo sullo stesso piano, in perfetta parità, e… Keith, pur non essendo esattamente un tipo sociale, non ha mai saltato uno dei nostri compleanni. Non solo ha aiutato, ha fatto il massimo per renderli speciali. Magari poi è stato in disparte, ma… è giusto fare altrettanto, non solo per ricambiare il favore, ma per dimostrargli che ci teniamo, che è importante per noi.”

Allura annuì convinta. “Malgrado gli alti e bassi del esserci trovati costretti a vivere insieme, siamo ancora tutti qui e ognuno ha fatto, e fa, la sua parte. Alcuni come Keith e… come te, Pidge, hanno dovuto fare uno sforzo maggiore, trovandosi a dover cambiare totalmente le proprie abitudini, a dover rivoluzionare i loro progetti. Non è stato facile mettere da parte l’orgoglio per lavorare insieme, trovarsi a seguire le priorità del gruppo a discapito di quelle personali. Accantonare i dissapori e dare fiducia a coloro che, almeno inizialmente, erano perfetti estranei. No, non è stato facile per nessuno, ma alla fine siamo diventati una famiglia e in una famiglia tutti sono importanti, tutti devono essere rispettati e devono sapere quanto li amiamo, anche quel testone di Keith con l’assurda fobia per il suo compleanno.”

Pidge sorrise amaramente. “Non è poi tanto assurda sai? La data del suo compleanno si è sempre accostata a situazioni poco piacevoli. Ho costretto Shiro a parlarmene e non con le buone”, specificò, ritrovando un po’ d’ironia. “Ma anche non fosse così, Keith non ama festeggiare il suo compleanno e non è giusto costringerlo a farlo. Lo conosciamo, sappiamo che non ne sarebbe felice, per questo sono tanto preoccupata. Ci stiamo muovendo su un campo minato, ma… è anche vero che, se siamo stati tutti d’accordo nel fare questo regalo, è perché non abbiamo molte occasioni per dimostrargli quanto lo amiamo. Keith non vuole festeggiare e non lo festeggeremo, ma deve sapere che ci siamo sempre per lui, che pensiamo a lui anche quando non vorrebbe. Non so se sono riuscita a spiegarmi.”

Allura le sorrise con dolcezza. “Sicura di non voler scrivere tu il biglietto per Keith? Anche solo con la metà di quello che hai detto, verrebbe eccezionale.”

 

Pidge sfarfallò gli occhi, intimidendosi alle parole dell’amica, quando…

 

“Allora, che ne dite?” domandò Romelle, arrivando con un Kosmo, totalmente… rosa. “Forse mi sono fatta prendere un po’ la mano, ma… non è adorabile?”

“Solo forse, Romelle?” commentò Pidge, quasi senza respiro.

 

A Keith sarebbe preso un colpo!

Altro che regalo, dopo questo, per farsi perdonare, avrebbero dovuto impacchettargli direttamente le loro anime o prendere in seria considerazione di cambiare nomi e lineamenti.   

 

E… a Keith un colpo prese davvero.

Per un attimo Allura temette di essersi fatta partecipe della morte prematura del ragazzo: Keith, ad occhi spalancati, aveva boccheggiato senza fiato e qualcosa le aveva suggerito che avesse perso almeno un paio delle sue nove vite, ma… il resto procedette a meraviglia.

Regalo sistemato e impacchettato, biglietto pronto e, puntuale come un orologio, Keith uscì poco prima di cena.

 

Rimaneva solo da portare il regalo in camera e sistemarlo in modo che lo trovasse una volta tornato, ma non tanto velocemente da avere ancora i vestiti indosso e decidere che fosse una buona cosa andare a fare a tutti loro una lavata di capo ancora prima di leggere il biglietto; questo compito, come pattuito, spettava a Lance.

 

Lance non poteva sbagliare, aveva studiato quella parte alla perfezione.

Doveva entrare, sistemare il pacchetto e andare via.

Cinque minuti in tutto.

Una passeggiata, mica come quello che aveva sofferto quel pomeriggio!

Gli era toccato inventarsi di tutto per evitare che Keith (un Keith furioso, talaltro!) finisse prima il suo incarico, dopo che Romelle aveva colorato Kosmo di rosa.

Un bel punto di rosa, questo doveva ammetterlo!

 

Non appena ebbe pacchetto e biglietto tra le mani, Lance li portò in camera di Keith.

Tutto come da programma, tutto. Bastava accendere la luce e… qualcosa mandò, letteralmente, Lance a gambe all’aria, mentre cercava l’interruttore.

Aveva fatto un solo passo all’interno della stanza da quando la porta si era chiusa; uno solo, oltre il rettangolo di luce che poco prima illuminava il pavimento. Un passo, ma sufficiente a farlo inciampare.

 

Arrancò fino l’interruttore, trovandosi di tutto sotto le mani: oggetti di diversa consistenza e non esattamente profumati.

E dire che Shiro l’aveva avvisato!

 

Accese la luce.

I vestiti di Keith erano sparsi un po’ ovunque sul pavimento.

Normalmente il capitano era estremamente ordinato, tanto che la sua stanza appariva quasi asettica, ma ogni anno intorno a quella data, qualcosa in lui cambiava.

Lance non sapeva quali ferite affliggessero Keith, ma una cosa era certa, non stava bene e tutto quel disordine era solo uno dei sintomi.

 

Abiti puliti e sporchi, mischiati alla rinfusa, erano abbandonati dove capitava e lo stesso valeva per scarpe, cinture, qualche lattina di birra e alcuni cartoni della pizza non del tutto vuoti. Perché c’era anche questo da considerare: ovvero, da una settimana circa, prima del ventitré ottobre, Keith cominciava a comportarsi nuovamente da asociale. Diceva di essere stanco, di volersene stare per conto proprio (“questo” quando parlava e non grugniva), tanto da smettere di mangiare con la squadra, preferendo starsene chiuso in camera.

 

“Ci credo che Kosmo preferisce stare da Hunk in questi giorni!” Commentò con amarezza.

 

Vedere tutto quel disastro gli fece male, perché, inutile girarci intorno, Lance e Keith si erano avvicinati molto, troppo per considerarsi ancora solo colleghi.

Avrebbe fatto davvero di tutto per lenire il dolore che affliggeva Keith. Temeva però che parlarne potesse peggiorare la situazione, ferirlo più di quanto già non fosse, e questa era l’ultima cosa che Lance voleva.

 

Fece un profondo respiro: non era il momento di amareggiarsi, aveva una missione da compiere. Una missione che sperava portasse un sorriso su quel muso lungo.

 

Inciampando, il regalo gli era sfuggito di mano e per prima cosa doveva ritrovarlo.

Era abbastanza sicuro che con tutti quegli indumenti in terra non potesse essere successo nulla al pacchetto, ma… si sbagliava.

Quel presente aveva ben pensato di rotolare proprio dentro un cartone di pizza: non solo si era sporcato, diventando appiccicaticcio all’inverosimile, ma la confezione si era spaccata.

 

“Almeno biglietto e coccarda sono salvi”, disse privo d’entusiasmo: non poteva certo consegnarlo in quelle condizioni.

 

I suoi amici ci tenevano tantissimo che tutto fosse perfetto e… anche lui.

Doveva rimediare: rimpacchettare il regalo, questo doveva fare, evitando che il resto della squadra se ne accorgesse.

 

Per fortuna mancavano ancora diverse ore alla mezzanotte e Keith non era mai tornato prima: sembrava desiderasse affogare i suoi dispiaceri lontano da tutto e tutti, in completa solitudine. Se negli anni passati questo aveva riempito il cuore di Lance di amarezza, questa volta avrebbe giocato a suo vantaggio.

Oltretutto, quanto poteva metterci Lance a trovare un’altra scatolina, altra carta regalo e… adesivi a forma di gatto?!

Ok, questa era la riprova che non era saggio lasciare che una ragazza confezionasse il regalo per un ragazzo!

Almeno non era cosparso di cuoricini rosa.

Se Keith avesse visto qualche altra cosa “rosa” in quella giornata, probabilmente sarebbe impazzito del tutto!

 

 

Keith era seduto al bancone del bar con un liquore tra le mani e poca voglia di guardare altro, oltre al suo bicchiere.

Non ricordava da quanto fosse lì, ma dovevano essere passate diverse ore visto che lo stomaco cominciava a farsi sentire. Il proprietario del locale tollerava ancora la sua presenza perché era un cliente abituale, anche se non c’era mai andato da solo prima e, soprattutto, non aveva mai bevuto tanto. Forse prendere qualcosa da mangiare non sarebbe stato male, quanto meno l’avrebbe fatto apparire meno… disperato; perché era abbastanza sicuro che fosse proprio l’immagine di un tizio sciatto e disperato quella che gli rimandava lo specchio dietro il bancone.

Malgrado tutto però non aveva troppa voglia di mangiare.

 

“Mal d’amore?” domandò il barista dopo avergli riempito di nuovo il bicchiere.

Keith si limitò a rilanciargli un sorriso tirato, senza guardarlo veramente.

 

La verità, però, era un’altra: quello era il giorno del suo compleanno e lui non amava quel giorno. Quando era piccolo, gli altri bambini festeggiavano con la loro famiglia e anche lui avrebbe voluto fare lo stesso, ma Keith aveva solo il papà. La sua mamma, lei… non c’era. Lo aveva lasciato solo con suo padre quando era ancora in fasce.

Da bambino credeva che sarebbe tornata, che tra tutti giorni dell’anno avrebbe scelto proprio il suo compleanno: sarebbe arrivata, gli avrebbe fatto gli auguri e gli avrebbe detto che sarebbe rimasta per sempre e quello… quello sarebbe stato il regalo più bello di tutti.

Poi, anno dopo anno, aveva cominciato a maturare l’idea che non solo sua madre non sarebbe tornata, ma che, se era andata via, doveva essere stato proprio a causa sua. Forse per il suoi strani occhi o per quei capelli che non avevano un verso, forse per la voce acuta che aveva da piccolo, non poteva saperlo con esattezza, ma era certo che le era bastato uno sguardo: l’aveva visto e l’aveva tanto nauseata che aveva preferito scappare lontano piuttosto che essere costretta a stargli accanto.

Era avvenuto così che il giorno della sua nascita era diventato il giorno che la mamma aveva deciso di abbandonarlo.

Scioccamente aveva lasciato crescere i capelli così che avessero una forma, in modo che nessuno potesse notare i suoi occhi viola sotto la lunga frangia nera e aveva iniziato a parlare sempre di meno fino ad arrivare ad esprimere solo l’essenziale.

Magari chissà, in qualche modo sua madre avrebbe saputo quanto era cambiato e… era solo un bambino infondo e, malgrado tutto, sperava ancora che lei tornasse.

Festeggiare non era però così terribile all’inizio: alla fine c’era sempre la torta, tante cose buone da mangiare, tanti, tantissimi regali da scartare e, cosa più importante di tutte, c’era sempre il suo papà.

Il suo papà che faceva di tutto per non fargli sentire la mancanza della mamma.

Poi però, anche suo padre lo aveva lasciato. Se ne era andato e nel modo più brutto: era morto, se ne era andato per sempre.

Così quel giorno cominciò a ricordargli anche che non c’era più suo padre a rendere quella giornata felice. Non c’era più il suo papà a farlo sentire speciale, a ricordargli che non era solo; a dirgli che quello era il giorno più bello della sua vita, il giorno in cui si erano visti per la priva volta.

Solo il cielo sapeva quanto Keith avrebbe voluto avere la forza di festeggiare quello stesso motivo, ma… il dolore era troppo.

Troppo da affrontare da solo.

Troppo per riuscire a dividerlo con altri.

 

No, non amava il suo compleanno, non faceva che sbattergli in faccia tutto quello che aveva amato e che gli era stato portato via.

 

Rifare il pacchetto aveva fatto perdere a Lance più tempo del previsto: a quanto sembrava non esisteva più nessuna carta dorata in tutta la base. Era dovuto andare fino in città per trovarne. Alla fine l’aveva ottenuta, ma ci aveva messo davvero un eternità tra andare e tornare.

 

“L’ultimo tocco ed è fatta!” disse, terminando di decorare il regalo con la coccarda sopravvissuta. “Perfetto!” concluse, rimirando il suo lavoro, infilando tra i nastri il biglietto di Shiro.

Poteva andare, mancava più di un’ora a mezzanotte, ma… meglio non rischiare.

 

Si fiondò rapido fuori dalla porta e…

“Ciao Lance, come è andata? Sistemato il regalo?”

Per un soffio riuscì a nascondere il pacchetto sotto la giacca.

“Ovvio!” mentì spudoratamente ad Hunk, ma… che altro poteva fare?

“Piuttosto, cosa fai in giro a quest’ora? Non vorrai farti vedere da Keith, vero?” domandò, sicuro che bastasse a spaventare l’amico ed a farlo fiondare in camera.

“Già, ma… sai, non ho sonno e sappiamo che Keith non rientrerà prima di mezzanotte. Sempre che rientri…” davvero? Hunk non temeva di mandare tutto all’aria… possibile? “Ricordi? Un paio di compleanni fa, quando siamo andati a ripescarlo la mattina dopo su… come si chiamava quel pianeta?”

“Protesser”, rispose, “ed era una luna.” Pensare a Keith, normalmente tanto forte, spaesato al punto da non sapere dove fosse finito, gli strinse lo stomaco.

Hunk stiracchiò un sorriso, prendendo il latte dal frigo. “Mi dispiace, sai? Penso non gli faccia bene starsene da solo. Dovrebbe distrarsi, riuscirebbe ad affrontare meglio la cosa, qualunque cosa essa sia, ma…”

“È un testone, Hunk. Un terribile testone e non possiamo farci nulla. Possiamo solo sperare capisca che… ci siamo e ci saremo sempre per lui, anche quando si comporta da perfetto idiota, come in questo caso.”

“Gli abbiamo fatto quel regalo proprio per questo, no?”

Ancora Lance si trovò ad annuire, sentendo più impellente la necessità di svincolare da quella conversazione e portare il pacchetto dove avrebbe già dovuto trovarsi.

“Comunque, Lance… tu? Che ci fai in giro?”

Gli occhi del cubano si spalancarono. “Io? Dici a me?” disse indicandosi.

Hunk sollevò un sopracciglio. “Vedi altri Lance da queste parti?”

“No, ovvio?” tentò di riprendersi, avvicinandosi all’amico. “Ero sovrappensiero. Tutta questa storia: Keith, il regalo, Deringer…”

“Deringer?” Domandò Hunk perplesso.

“Der… no, Protesser? Dai, è una luna e sta lì vicino. Mi sono confuso di poco.”

“Non mi sembra così vicina, ma…”

“Ok, ho sbagliato, vuoi uccidermi per questo?” incrociò le braccia con fare stizzito, prima di sentire il regalo scivolare. Infilò la mano nella tasca della giacca appena in tempo. “Volevo prendermi qualcosa da bene e tornarmene in stanza, proprio come te. Perché… sei qui per questo, no?” domandò ancora, prendendo del succo d’arancia dal frigorifero, cercando di non sembrare troppo agitato.

“Sì, effettivamente. Volevo mandarti un po’ nel panico, ma… sei più teso di quanto pensassi. Capisco essere nervosi, dopo tutto quello che abbiamo fatto, ma… hai ancora la giacca addosso, sembri essere appena tornato da un giro in moto?”

“Un gir… cosa? Ti sembro uno che ama andare in moto?”

“Lance, amico”, disse, posandogli una mano sulla spalla, “non vorrei essere io a dirtelo, ma tu adori andare in moto. Vatti a riposare, sei davvero troppo agitato.”

“Già. Bevo questo succo e ti seguo a ruota.”

Hunk annuì soddisfatto e si diresse verso la sua stanza.

Lance attese che la porta si chiudesse, prima di rinfilare la bottiglia nel frigo con l’intenzione di lanciarsi poi verso la stanza di Keith.

 

“Sicuro che non fosse Garbin?”  

“Ihhh!” squittì Lance, neanche fosse uno scoiattolo, sobbalzando e dando di testa contro un ripiano del frigo.

Hunk si era riaffacciato, facendogli scoppiare il cuore.

“Protesser. Era Protesser ti ho detto!” rispose affannato, fuori di sé per lo spavento.

“Ok, non c’è bisogno che ti arrabbi”, lamentò Hunk, rientrando nella stanza.

 

Lance attese qualche secondo in più, attento al più piccolo rumore, prima di accostarsi alla porta di Keith ed entrare.

Accese la luce prima di muoversi.

Ma… che diamine aveva?

Era bassa, soffusa rispetto a qualche ora prima. Probabilmente Keith l’aveva programmata in modo che non infastidisse lo sguardo durante la notte, se ne avesse avuto bisogno.

Poco contava infondo, l’importante era che fosse sufficiente a vedere dove mettere i piedi.

 

Schivò vestiti, cartoni, lattine e… qualcosa che (non ne era sicurissimo) gli ricordava la carcassa di un triceratopo (cucciolo naturalmente), almeno dall’odore. Non che Lance avesse mai annusato la carcassa di un triceratopo, ma era abbastanza sicuro che dovesse puzzare proprio come la biancheria sporca di Keith (o forse era davvero un mucchio di panni sporchi).

 

Arrivò al letto.

L’idea era di metterlo da quelle parti, così che Keith lo trovasse prima di andare a dormire.

Il posto migliore era sicuramente sotto il cuscino. Senza rifletterci troppo, sollevò il guanciale, mise il regalo e riposizionò tutto com’era prima, quando un dubbio lo raggiunse: e se Keith fosse crollato appena messa la testa sul cuscino?

Non avrebbe visto il regalo.

Non poteva rischiare: meglio metterlo sopra.

 

Tirò il regalo da sotto il cuscino, troppo nervoso per metterci qualche premura e si ritrovò in mano il pacchetto perfetto, ma… senza coccarda. 

Si maledisse in tutte le lingue che conosceva.

Tentò di sistemarla, ma senza successo: l’adesivo era andato.

Non c’era nulla da fare: non aveva un’altra coccarda e non sapeva dove cercarla a quell’ora.

Sospirò tristemente. L’unica cosa che poteva fare era farla sparire e, per evitare di dimenticarla nella stanza, se l’incastrò sull’orecchio.

 

Doveva calmarsi, non voleva rovinare di nuovo il pacchetto: per evitare altri incidenti lo posò tra le cianfrusaglie sul comodino. Avrebbe controllato la situazione e sistemato il regalo una volta deciso dove metterlo.

 

“Forse avrebbe fatto meglio mangiare davvero qualcosa”, pensò Keith, dopo l’ennesimo bicchiere.

Cominciava a sentirsi un po’ brillo (anzi, togliamo il po’), meglio non esagerare, non voleva ritrovarsi come quella volta in cui i ragazzi erano andati a riprenderlo su un satellite di Gordian. No, meglio tornarsene a casa, prima che dimenticasse da che parte fosse.

 

Lance stava riprendendo fiato, quando sentì la porta aprirsi.

Non fece in tempo a realizzare la cosa che si trovò davanti all’unica persona che non doveva essere lì.

“Keith”, salutò, sudando freddo. “Tornato prima?”

Doveva trovare una buona scusa?

 

Keith corrugò la fronte. “Che ci fai in camera mia?”

“Beh, vedi… c’era questa puzza, no?” cominciò a raffazzonare scuse. “E ho pensato: cavoli, e se Keith fosse morto da giorni…”

“Ci siamo visti stamattina, Lance”, l’interruppe lui, inizialmente atono, “come potevo essere morto da giorni e… è una coccarda quella che hai tra i capelli?”

 

Era fregato! Proprio in testa se la doveva mettere quella cavolo di coccarda?

 

Sospirò rassegnato. “Ok, inutile girarci attorno. Non ami festeggiare, ma ci tenevamo tutti a farti un regalo, e… anche io”, spiegò dispiaciuto. “Quindi… eccolo!” concluse facendo spallucce e volgendo appena lo sguardo verso il comodino.

 

Keith sollevò un sopracciglio. “Sul serio?” l’assalì senza volere: possibile che Lance stesse davvero dicendo quello che… sembrava stesse dicendo?

 

Lo sguardo di Lance sussultò. “Non arrabbiarti. Volevo che tutto fosse perfetto, solo… sei arrivato prima.” Prese un profondo respiro. Sorrise, sperando che fosse sufficiente a farlo desistere dal fare scenate e, tentando di rimediare, l’esortò: “Cosa aspetti, non scarti il tuo regalo?”

Gli occhi di Keith si assottigliarono, squadrò Lance dalla testa ai piedi, prima di tornare a fissarlo in viso e muoversi verso di lui.

Più di un brivido percorse la schiena di Lance. L’istinto gli suggerì di fuggire. Non voleva e non lo fece, ma si ritrovò ad inghiottire a vuoto, sentendosi illogicamente una preda, quando Keith gli fermò vicino. Troppo vicino, mentre quegli occhi incredibili indagavano nei suoi fino a scrutargli nell’anima.

Lo vide accennare un ghigno, fare spallucce e… fu un attimo: gli affondò una mano tra i capelli, lo tirò a sé e lo baciò.

Colto alla sprovvista, Lance rimase imbambolato. Lasciò che quel bacio lo invadesse, mentre Keith gli faceva scivolare la giacca dalle spalle, cominciando a… scartarlo.

 

Quando lo stupore si affievolì, l’errore fu chiaro: il regalo sul comodino doveva essere invisibile dalla visuale di Keith.

 

Aveva un buon sapore Lance, pensò Keith, mentre lo baciava.

Perché lo stava facendo?

Si sentiva male, ecco perché. La tristezza si era fatta largo in lui, giorno dopo giorno, e aveva desiderato di non pensare. Era così stanco di stare solo e… Lance si era offerto, non gli dispiaceva il genere e, quando non faceva il cretino, non era affatto male.

 

No, non andava bene!

Keith era brillo e, probabilmente, non si rendeva davvero conto di chi avesse tra le mani e… accidenti proprio a quella mano sotto la maglietta che sembrava sapere esattamente come toccarlo per… no! Lance doveva fermare quella cosa.

Era assurdo, troppo assurdo, ma… era il compleanno di Keith e forse era un po’ colpa sua se si trovavano in quella situazione. Doveva risolverla, ma senza litigarci, non quel giorno almeno.

 

La prima cosa da evitare era starnazzare come un’oca isterica.

Era solo un bacio, infondo, poteva gestirlo.

 

“Keith…” tentò di spiegare tra un bacio e l’altro, “il regalo… non…”.

“Il regalo… giusto”, sussurrò l’altro sul filo delle labbra, prima di sfilargli la maglietta e scivolargli lungo il collo con piccoli morsi.

“Sì… il regalo… sul comodino…” provò ancora, mentre le dita di Keith cominciavano a sbottonargli i jeans.

“Non mi piace sul comodino, preferisco il letto.” Lo spinse contro il materasso, mentre la mano scivolava ad accarezzarlo sotto la cintura, tanto mozzargli il respiro.

“Keith... non…” cercò di protestare, azzittito da un nuovo bacio.

La mano che scorreva il suo membro tra le dita ottenne l’effetto desiderato, rubandogli un gemito soffocato.

“Lance…” chiamò eccitata la voce di Keith mentre lo spingeva tra le coperte.

Le labbra di Keith scesero lente sulla sua pelle e le mani non sembravano volersi fermare.

“Keith… c’è… un grosso… m…”

La lingua di Keith scivolò a saggiargli l’addome, soffocando ogni suo intento in un lamento eccitato.

“Notevole… in effetti!”

A Lance sfuggì quell’ironia, mentre Keith tornava a leccarlo. Scese con la lingua lungo la sua erezione, tanto da strappargli un nuovo gemito.

 

Abbassò lo sguardo. “No, Kei…” tentò ancora, sentendosi mancare la voce. Sgranò gli occhi nello scorgergli le labbra chiudersi intorno al suo membro, nel sentirlo scendere, prendendolo in bocca e cominciando a succhiarlo.

La gola liberò un lamento troppo intenso per essere trattenuto.

Era davvero in tempo per fermarlo?

Voleva fermarlo?   

“…Non”, sospirò, posandogli una mano tra i capelli, accompagnandolo in quella carezza, “non… così… veloce…” sussurrò compiaciuto, prima di perdersi del tutto nelle premure dell’altro.

 

Si sentiva ancora un po’ stordito, Keith, quando si svegliò.

Il ricordo della notte passata arrivò intorpidito dalla sensazione morbida dell’appagamento.

Era lucido in quel momento più della sera prima, ma… non si sentiva pentito di quanto avvenuto.

Era stato bene, questa era la verità

 

La sveglia, come sempre, si destò dopo di lui.

Quel Bi-bip fastidioso, lo distrasse dal suo pensare.

Lance ancora dormiva e si sbrigò a zittire la suoneria. Non voleva disturbarlo: aveva abusato parecchio del suo regalo di compleanno quella notte.

 

Ritrasse la mano dalla sveglia e lo sguardo scovò un pacchetto con un biglietto e… “Il regalo… sul comodino”, scandì la sua mente, non così annebbiata la notte prima da non ricordare quelle parole.

Gli piombò addosso la consapevolezza che doveva esserci stato un piccolo malinteso.

 

Lance si mosse tra le coperte.

No, non c’era nulla di piccolo in quanto era successo.

Il danno era fatto: avrebbe dovuto inventarsi qualcosa d’assurdo per farsi perdonare da Lance, o… avrebbe potuto benissimo continuare a far finta di nulla, non si era sognato i gemiti e la voce soffocata nel cuscino che lo supplicava di non fermarsi, di continuare.

 

Prese il biglietto. Scorse parola dopo parola, sentendosi riscaldare.

Scartò il regalo. Lo stupore gli illuminò lo sguardo.

Sentì frusciare le lenzuola prima che le braccia di Lance si avvolgessero attorno alle sue.

“Ti piace?” gli sussurrò.

“Come… avete fatto?”

“Nulla è impossibile quando hai un Coran”, ironizzò Lance

Keith lo baciò di getto, spingendolo nuovamente tra le coperte.

“Ti piace davvero?” domandò Lance, appena le sue labbra glielo permisero.

“È fantastico!” esordì sincero. “Ma… anche l’altro non è affatto male.”

Le labbra di Lance si piegarono in un sorriso complice. “Allora… tanti auguri, Keith!”

“Shhh!” l’interruppe lui, divertito, “I regali non parlano!”

lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: Troppo timidi

Cow-t 9, sesta settimana, M1.
Prompt: “Parità”
Numero parole: 2634
Rating: Verde
Fandom: Miraculous - Le storie di Ladybug e Chat Noir

Introduzione: E se non esistessero Ladybug e Chat Noir? Se Gabriel non fosse mai entrato in possesso del Miraculous della Farfalla? Come sarebbe andata tra Marinette e Adrien senza Tikki e Plagg a consigliarli? Si sarebbero comunque avvicinati, si sarebbero trattati da pari, malgrado i diversi ambienti dai quali provenivano?
Genere: Romantico, introspettivo
Coppia: Adrien/Marinette
Avvertimenti: What if?

 

--- --- ---

 

“Ce la posso fare!” si incoraggiò Marinette. In mano teneva ben stretto il regalo di compleanno che aveva confezionato per Adrien. Quest’anno ci sarebbe riuscita, se la sentiva: avrebbe finalmente dato il suo regalo al ragazzo. Quel dono non avrebbe fatto la fine di tutti gli altri, impacchettati e riposti nella cesta sotto il lume, dopo non essere riuscita a consegnarli, come avveniva anno dopo anno da quando il ragazzo si era iscritto alla sua stessa scuola.

 

Prese un profondo respiro. Tutta quella situazione era assurda, ma più di ogni cosa era assurda lei. Lei e quella sua stupida timidezza.

No, questo non era del tutto vero: non era esattamente timidezza la sua, non poteva esserlo, perché quello strano senso di inadeguatezza e di insicurezza le piombava addosso come un macigno solo quando si trattava di Adrien. Con tutti gli altri compagni lei era… era semplicemente lei, un po’ goffa a volte, ma senza quell’assurda paura di mettersi in gioco.

La questione vera era che lui… lui era Adrien Agreste: figlio di Gabriel ed Emilie Agreste, padre stilista di fama internazionale e madre attrice. Bellissimo, incredibilmente talentuoso e… da quando frequentava la sua stessa classe, Marinette aveva scoperto quanto fosse gentile. Incredibilmente gentile e quella che era cominciata come una semplice infatuazione si era tramutata in una vera e propria cotta per il bel modello.

Ma… quale cotta!

Inutile mentirsi, sapeva benissimo di aver completamente perso la testa per Adrien, per i suoi capelli biondi, per i suoi incredibili occhi verdi e per i suoi sorrisi… cielo, quanto amava quei sorrisi.

Ogni vota le spezzavano il fiato al punto da dover ricordare al suo cuore di continuare a battere. Perché era questo… lui era eccezionale, mentre lei… lei era solo la figlia di un umile fornaio.

 

Sospirò. Adrien era ormai a pochi passi da lei a chiacchierare con l’amico Nino.

Sospirò e… si voltò ed entrò in classe.

Anche questo regalo sarebbe finito con gli altri e mai aperto.

 

“Allora glielo dato? Che ha detto?” Le chiese euforica Alya appena Marinette si sedette al banco.

Lei si limitò a dedicarle un sorriso arreso e a guardare quel pacchetto riposto nella cartella, soffermandosi qualche secondo nel farlo, prima di sfilare il libro di testo per la prima lezione.

“Oh, Marinette…” arrivò la voce dell’amica, accompagnata da un caldo abbraccio per confortarla.

“Non importa”, disse lei stentando un sorriso, “Sarà per la prossima volta.”

Alya la guardò amareggiata, forse dubbiosa, ma non commentò quella sua ennesima vigliaccata. Perché era stata questo: una vigliacca. Troppo insicura. Troppo… certa di essere davvero troppo poco per il ragazzo dei suoi sogni.

 

Quasi senza rendersene conto volse lo sguardo verso il banco di Adrien: Il resto della classe, chi più chi meno, gli erano accanto con i loro doni.

Lei sarebbe figurata anche quest’anno solamente nel biglietto del regalo di classe, una tra i tanti nomi, non come Chloè o Nino che ogni volta avevano un pensiero speciale per lui.

Ed eccola Chloè, odiosa quanto ricca e… bella. La figlia del sindaco di Parigi.

Con un gesto di stizza la osservò allontanare il regalo della classe e quello di Nino, per poi fare cenno a Sabrina di passarle il suo, infilandolo con la solita irruenza sotto il naso di Adrien.

Adrien, il bel Adrien, come al solito aveva reagito indietreggiando, incerto tra l’essere meravigliato o imbarazzato dall’atteggiamento dell’amica d’infanzia (perché Chloè era anche questo: una cara amica di Adrien, l’unica negli anni successivi alla morte della madre), ma alla fine scartò il regalo.

Marinette non vide cosa fosse racchiuso nello sgargiante pacchetto, ma sentì chiaramente Adrien domandare come Chloè avesse fatto a sapere quanto lo desiderasse.

 

Un nuovo sospiro gonfiò lentamente il petto di Marinette. Alya si voltò di nuovo verso di lei e le sorrise affettuosa, posandole una mano sulla spalla come per rincuorarla. Ahhh, quanto la conosceva la sua migliore amica!

Quanto avrebbe voluto avere anche solo un decimo della fiducia in se stessa di Alya, ma… Alya era Alya, mentre lei era… solo Marinette.

 

Distrattamente tornò ad osservare Adrien. Forse era quella l’unica cosa che fosse realmente in grado di fare, ammirarlo da lontano, sempre troppo nervosa anche solo per avvicinarlo, figuriamoci riuscire a parlargli.

Proprio in quel momento però Adrien si voltò verso di lei. Soffermò lo sguardo nel suo e le sorrise.

 

Le guance della ragazza presero immediatamente fuoco. Un incendio che prometteva di divampare maggiormente nel momento in cui lo vide muoversi di un passo nella sua direzione e aprire la bocca come per dirle qualche cosa, quando Chloè, la solita terribile Chloè, lo afferrò per un braccio riportandolo indietro, accanto a lei.

 

Una parte di Marinette tirò un sospiro di sollievo, malgrado la linguaccia stizzita che gli lanciò quella bionda viziata di Chloè Bourgeois non appena fu certa che Adrien non l’avrebbe notata.

Perché era sempre tanto odiosa e cattiva con lei?

Per quanto si sforzasse di capirlo la risposta non sembrava esistere davvero: erano così diverse Marinette e Chloè. La bionda arpia aveva tutto, lei invece… non aveva poi molto, oltre i suoi sogni e quell’amore non corrisposto che le divorava l’anima.

 

Quella sera, come tante altre, di ritorno a casa dopo il pomeriggio di studio con le sue compagne, Marinette aveva gettato il regalo nella vecchia cesta dei giocatili di quando era bambina. L’aveva lanciato senza premura, fiondandosi poi con il viso nel cuscino del letto e… scoppiando a piangere.

 

Non avrebbe mai rivelato i suoi sentimenti a Adrien, come poteva… sciocca lei ad illudersi ancora eppure… eppure ci aveva provato. Aveva davvero tentato con tutta se stessa di non pensare più al ragazzo, di allontanarlo dai suoi pensieri e così, sperava, anche dal suo cuore, ma… lui era sempre lì.

Poco sembrava fosse contato che Marinette avesse staccato i poster di Adrien dalla parete, se guardava esclusivamente i suoi piedi quando camminava in strada per evitare di imbattersi nelle pubblicità che ritraevano il ragazzo e che sembravano essere in ogni dove per le vie parigine. Poco importava… perché… quel sentimento era sempre lì, non voleva proprio abbandonarla, ma… perché?

Era così ingiusto. Come poteva struggersi talmente per un amore che non era destinato a… nulla!

 

L’amore, a volte, non era affatto bello come raccontavano i poeti, troppo spesso era crudele, doloroso e assurdo e questo Marinette lo provava ogni giorno sulla sua stessa pelle.

 

 

La festa del diploma finalmente!

Adrien non avrebbe mai pensato solo cinque anni prima di frequentare il Collège Françoise Dupont, figurarsi poi riuscire addirittura a diplomarsi insieme a dei suoi coetanei a dei suoi… amici.

Gettò uno sguardo ai ragazzi della sua classe in attesa, come lui, di essere chiamati per ricevere il loro tanto sudato attestato.

La verità era che, cinque anni prima, non avrebbe mai nemmeno creduto di poter avere degli amici.

 

Sorrise, volgendosi verso il padre: Gabriel Agreste sedeva al suo fianco in attesa anche lui che la il momento Clou della cerimonia avesse inizio, accanto a Nathalie Sancoeur.

Chi lo avrebbe mai detto, suo padre e Nathalie!

C’era voluto del tempo, ma alla fine era avvenuto tutto in maniera così naturale e, quasi senza accorgersene, si erano ritrovati ad essere una famiglia. E, sì, anche suo padre dopo anni passati nella disperazione e nella paura di perderlo, di perdere suo figlio così come aveva perso sua moglie, si era innamorato di nuovo.

 

Adrien era convinto che molte delle libertà che lentamente e a fatica era riuscito ad ottenere dal padre fossero in parte merito di Nathalie, ma lei non sembrava voler vantare meriti al riguardo, quindi… lo considerava una specie di segreto non detto, qualcosa di tutto loro che si traduceva in sporadici sorrisi di complicità quando il padre non guardava. E… andava bene così!

Andava bene, perché, dopo tanto tempo, aveva finalmente tutto quello che desiderava: un rapporto vero con suo padre, degli amici, una vita come quella di tutti gli altri ragazzi della sua età. Eppure…

Si sentiva ingrato anche solo a pensarlo, ma… sentiva come se gli mancasse ancora qualcosa.

Anzi, a dire il vero, non lo sentiva e basta, sapeva perfettamente di cosa si trattava.

 

Lo sguardo sorvolò i suoi amici uno ad uno, fino a posarsi istintivamente su Nino.

Il suo miglior amico, non appena i loro sguardi si incontrarono lo salutò con un sorriso e un’alzata di pollice che Adrien ricambiò al volo.

Nino sedeva accanto ad Alya. Nino e Alya… e dire che gli erano parsi così differenti l’uno dall’altra all’inizio della scuola, quasi agli antipodi, poi, lentamente erano diventati inseparabili.

 

Prese un profondo respiro.

Negli anni i suoi compagni di classe avevano intrecciato diversi amori: alcuni avevano sofferto, altri si erano lasciati, ma ognuno di loro aveva trovato il modo di dichiarare i suoi sentimenti a chi aveva nel cuore. Tutti. Tutti, tranne lui.

 

Le occasioni non gli erano certo mancate, era un modello e un attore famoso già da prima che la sua avventura scolastica cominciasse, ma stupidamente sperava di poter stare con qualcuna che gli facesse battere il cuore, che glielo facesse battere davvero; questo era stato il motivo principale per cui aveva rifiutato più volte Chloè, anche se con il dispiacere nel cuore.

Voleva davvero bene a Chloè, anche se a volte lei sapeva essere incredibilmente odiosa; la conosceva da prima che il mondo l’indurisse tanto da renderla quella che tutti conoscevano; da prima che decidesse di prendere la vita a schiaffi per evitare che fosse lei a venirne schiaffeggiata. Sapeva che, come lui, Chloè era stata una figlia lasciata a se stessa, riempita di regali costosi, d’impegni, di doveri e di poco, se non nessun affetto, nulla almeno che non si potesse comprare con il denaro.

 

Per un po’ Adrien aveva pensato di provare dei sentimenti per Kagami, ma aveva capito presto che, per quanto la ragazza con lui fosse disponibile e gentile, non aveva bisogno di altre regole nella sua vita. Non ne voleva.

Cielo! A volte avrebbe desiderato essere libero come un gatto, di poter gironzolare sui tetti di Parigi, senza nessuno che gli dicesse cosa dire o cosa fare, ma… il destino l’aveva fatto nascere Adrien e Adrien era figlio unico di un padre illustre ed iperprotettivo.

 

Un sospiro gli scosse il petto inaspettato. Suo padre era cambiato, anche lui aveva trovato qualcuno che riempisse di nuovo la sua vita, ma… non Lui, non Adrien.

Scioccamente, come era successo altre volte prima di quella, si trovò a guardare poco più in là: “Marinette Dupain-Cheng”, gli sussurrò la sua mente, l’unica ragazza della classe che sembrava trovare piacevole parlare con tutti, tranne che con lui.

Doveva trovarlo davvero antipatico, malgrado i suoi innumerevoli sforzi per non risultarle tanto sgradevole.

Adrien non riusciva a contare più le volte che la ragazza, vedendolo, aveva cambiato strada o si era nascosta dietro la sua stessa cartella. E dire che, dalla prima volta che l’aveva vista, aveva pensato lei avesse un sorriso dolcissimo, ma quel sorriso sembrava non essere mai per lui.

A lui spettavano solo sorrisi tirati e parole dette a mezza bocca.

 

Sospirò ancora, ma… stavano chiamando il suo nome, era ora di andare, inutile perdersi in sciocchi ragionamenti: dopo quel diploma, Marinette non sarebbe più stata costretta a incontrarlo tutti i giorni e forse lui avrebbe smesso di sperare che dedicasse per una volta, almeno per una volta sola, uno di quei suoi radiosi sorrisi anche a lui.

 

Poi… solo qualche ora dopo: “Marinette, posso parlarti un momento?”

“A… Adri… Adrien?” balbettò la ragazza, voltandosi e trovandoselo di fronte.

Il ragazzo sospirò intimamente. Ma che diamine gli era passato per la testa?

Era stata solo una botta di matto e già se ne stava pentendo, forse avrebbe fatto meglio a trovare una scusa e ad andarsene alla svelta: Marinette non lo sopportava e quel bofonchiare insensato era solo la riprova dei tentativi della ragazza di essere carina con lui anche se controvoglia e, con molta probabilità, unicamente per non avere problemi, dato che lui era l’idolo di buona parte dei parigini. Ma… l’aveva vista riporre i cartelli della pasticceria del padre mentre tornava a casa e aveva chiesto al suo autista di fermarsi.

Perché?

Perché voleva sapere… voleva capire cosa le avesse mai fatto di tanto grave da essere detestato a quella maniera e qualcosa gli diceva, che non avrebbe avuto altre possibilità (ne avrebbe bevuto altrettanti drink che gli sciogliessero la lingua) oltre quella.

 

“Già!” affermò lui, poi, passandosi una mano tra i capelli: “Allora? Ti va di parlare un attimo?” cercò di rimarcare, intimidendosi con un ragazzino delle medie.

“Chierto… chiaro. Cioè, certo. Certo, dimmi lutto… tutto.” La vide sospirare dopo aver a fatica trovato la voglia di parlargli.

“Ok”, riprese lui, passandosi una mano tra i capelli, ancora più imbarazzato di poco prima a quella reazione, “allora, vado subito al punto, così mi tolgo dai piedi.”

“Già. Cioè no, non sei tra i vetri. Piedi. Tra i piedi!” tentò di riprendersi Marinette, ma i suoi veri pensieri erano stati sufficiente chiari ad Adrien da quella sua prima affermazione.

“Ahhh, scusa. Ho sbagliato ad avvicinarmi, non volevo importunarti”, inutile continuare a stare lì, lei avrebbe fatto come sempre: gli avrebbe sorriso in maniera tirata, dicendo che andava tutto bene, mentre invece… non c’era nulla che andasse davvero bene, perché (accidenti!) erano cinque anni che desiderava solo che gli sorridesse, che sorridesse per una volta solo a lui!

Si voltò per tornare all’automobile.

 

“No, no, no! fermo, non andare”, disse prontamente Marinette, muovendo le mani alla rinfusa davanti al viso.

Qualcosa a metà tra lo stomaco e il cuore le suggeriva che se non gli avesse parlato in quell’esatto momento, non avrebbe più avuto la possibilità di farlo.

Era un pensiero sciocco forse, ma… la scuola era finita, avrebbero preso ognuno la sua strada e… chissà? Lavorare come apprendista proprio sotto Gabriel Agreste non le dava la certezza di poter continuare a vedere Adrien, anche se averne l’occasione era stato uno dei motivi che l’aveva spinta a scegliere quella soluzione, anziché accettare l’offerta di andare a New York con la critica di moda Audrey Bourgeois ad inseguire il successo.

“Dici sul serio? Sul serio vuoi parlare?” disse Adrien, bloccando il suo passo.

Marinette annuì freneticamente.

Adrien abbassò il capo, facendosi pensieroso, prima di risollevarlo di colpo per gettare in quelli della ragazza i suoi incredibili occhi verdi.

“Mi dici perché mi odi tanto, Marinette?” le domandò a bruciapelo.

“Ch… Che? Odiarti? Ma io non ti odio, Adrien. Anzi tutto il contr…” lo stupore di quella domanda venne bloccato dalle sue stesse mani che le tapparono la bocca, nel rendersi conto di cosa stava per lasciarsi sfuggire dalle labbra.

“Se non mi odi, allora perché mi tratti come fossi un appestato?”

“Io non…” ma Adrien continuava a parlare senza darle spazio d’intervenire.

“E dire che mi sei sempre piaciuta, Marinette, eppure per te sono esistiti solo ed esclusivamente gli altri.”

Adrien? Lei piaceva ad… Adrien?

“Non ho mai potuto fare altro se non ammirarti da lontano. Ammirare i tuoi sorrisi, l’entusiasmo che mettevi in tutto quelle che facevi, il modo con cui guardavi fuori dalla finestra ogni mattina a ricreazione e… non ti vedrò più guardare fuori da quella finestra e solo il pensiero mi fa stare male, mi fa scoppiare il cuo…”

Doveva farlo smettere di parlare, doveva assolutamente fargli capire che non lo disprezzava come credeva, che la verità era tutt’altra e… si mosse in automatico: gli getto le braccia al collo e lo baciò come aveva sempre e solo desiderato di poter fare prima di quel momento e lui… beh, lui, dopo un primo istante di sorpresa, ricambiò quel bacio, stringendola con tenerezza tra le braccia.

 

Incredibile! Era stata anni ad ammirare Adrien da lontano, troppo imbarazzata per riuscire ad avvicinarlo, che non si era mai accorta che anche per il ragazzo era stato lo stesso.

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Titolo: Leli decise che le sarebbe rimasto accanto per sempre

Cow-t 9, sesta settimana, M1.
Prompt: “parità”
Numero parole: 2481
Rating: Verde
Fandom: Originale

Introduzione: Leli viveva in quella vecchia casa da prima che arrivasse Clara. È amore a prima vista, ma è difficile stare insieme quando si è tanto diversi…  o forse, no.
Genere: Soprannaturale, Angst
Coppia: Nessuna (non nel senso stretto del termine)
Avvertimenti: Nessuno (“l’autrice piangeva mentre la scriveva”, conta come avvertimento?)

 

--- --- ---

 

“Quindi questa è la nostra nuova casa?” chiese la piccola Clara, dieci anni e una cascata di boccoli scuri che incorniciavano due enormi occhi grigi, in piedi accanto ad una pila di valigie alta quanto lei.

“Sì, Clara”, rispose il padre, allungando la mano verso la sua, “Ti piace?”

Clara, con lo sguardo fisso verso le scale in legno del portico, prese la mano senza esitazione e la strinse forte. “Non lo so se mi piace, papà. È vecchia e sgangherata”, commentò, lasciandosi guidare sulla gradinata.

Già al primo scalino, il legno scricchiolò sofferente, così il secondo e il terzo a seguire, tanto che la bambina mugugnò a labbra strette il suo dubbio, rallentando il passo.

“Che c’è, non ami le scale canterine?” scherzò suo padre.

“Papà, ricordami, perché siamo venuti qui?” domandò lei con sarcasmo, ferma sulla verandina che circondava l’ingresso.

Il padre si lasciò sfuggire una risata, mentre infilava le chiavi nella toppa della porta di casa, strappandole un sorriso: era bello vedere il suo papà ridere e scherzare, era tanto che non lo faceva. Da quando la mamma se n’era andata via lui era diventato terribilmente triste, ma adesso rideva.

Diede uno nuovo sguardo a quella vecchia casa: no, nel frattempo non era migliora e non era un granché, su questo non ci pioveva, ma almeno faceva stare bene il suo papà.

La porta cigolò aprendosi, una cosa era sicura, quella casa non sapeva davvero starsene zitta.

“Lo sai il perché, amore mio. La casa dove vivevamo non era nostra, mentre questa che ci hanno lasciato gli zii…” spiegò, entrando.

“Gli zii vivevano davvero qui?”

“Sì. O per meglio dire, ci hanno vissuto quando erano giovani, quando si sono trasferiti l’hanno affittata a diverse famiglie e adesso che non ci sono più questa casa è arrivata a noi.”

“Io non ricordo gli Zii”, disse, seguendo il padre all’interno.

“Non li abbiamo frequentati molto, in effetti. Non erano persone facili da gestire.”

La porta d’ingresso dava su un’ampia sala buia, illuminata solo dallo spiraglio di luce che proveniva dalle loro spalle. Gli scuri erano chiusi e i tendaggi delle finestre erano tirati. I mobili ricoperti da teli bianchi ricordavano tanti fantasmi addormentati. Su quello che doveva essere un sofà, una macchia scura risaltava sul telo chiaro.

“Allora perché ci hanno lasciato la loro casa?” La bambina strinse gli occhi per capire cosa fosse quell’unica stranezza in quel mondo di mobili dall’aspetto sinistro.

“Perché non avevano nessun altro a cui lasciarla, piccola mia.” Il padre si avvicinò ad una delle finestre e scostò la tenda, le tapparelle non facevano ancora entrare la luce, ma a Clara parve che la macchia cambiasse di forma: Possibile?

“L’importante Clara è che adesso è tutta nostra, ne avevamo bisogno e vedrai che la trasformeremo in una reggia.”

Ancora attenta a quella stranezza, la bambina strinse gli occhi maggiormente per vedere meglio che poteva, mentre il genitore, parlando, schiudeva gli scuri.

Così accadde che i suoi occhi grigi si spalancarono per la meraviglia, trovandosi tuffati in un incredibile e vivido sguardo di smeraldo.

Clara non ricordava di aver mai visto occhi tanto belli.

“Potremmo mettere un dondolo sotto la veranda che ne dici e…”

Suo padre continuava a parlare, ma lei non poteva distogliere lo sguardo, non voleva.

Lentamente sul suo viso si allargò un sorriso. “Ciao”, disse con voce gentile, muovendo un passo verso il divano.

“Ciao?” ripeté suo padre, bloccando il discorso intrapreso e voltandosi. “Questa è bella!” continuò poi, con tono divertito, “A quanto pare in questa casa ci vive già qualcuno. Deve esserci un buco da qualche parte o una finestra rotta.”

“Leli, papà, si chiama Leli”, disse Clara senza voltarsi, ancora intenta a guardare davanti a sé.

“Leli?” disse il padre con tono interrogativo. “Qualcosa mi dice che una certa signorina vuole un gatto.”

Il sorriso che Clara rivolse al padre, voltandosi, se mai avesse voluto negargli qualcosa, lo convinse che… “Beh, era qui prima di noi e… se mi prometti di non fare troppe storie…” L’uomo non finì di parlare che la piccola gli gettò le braccia al collo, ridendo allegra.

“Sei il miglior papà del mondo!” disse entusiasta.

Dal canto suo, Leli, non aveva mai viaggiato prima dall’allora sotto un cielo tanto sereno e quando, oltre le distese innevate, aveva incontrato i monti e ammirato i lampi azzurri di una tempesta infinita che non sapeva ferire, aveva capito che quello era il posto in cui desiderava stare per sempre, in quello sguardo che lo aveva stregato.

 

Avvicinarsi al micione grigio era stato semplice per Clara e suo padre; Leli era un gatto di indole pacifica, con una grossa testa tonda e un orecchio smangiucchiato. Il difficile però era stato convincerlo a rimanere in casa: ogni volta, riusciva a trovare un modo per sgattaiolare fuori, non importava se ci fosse il sole a picco o un freddo glaciale, lui trovava sempre come uscire e, cosa più strana di tutte, il papà di Clara non aveva trovato, pur cercando per tutta la casa, da dove Leli entrasse o uscisse. 

D’altro canto Leli adorava stare comodo e presto il suo posto preferito divenne il letto della bambina: poteva anche stare fuori per l’intera giornata, ma la sera era lì che si acciambellava. Poco importava che il padre di Clara insistesse che il gatto non dovesse salire sul letto, la piccola, appena lui voltava le spalle, se lo tirava in grembo e cominciava a coccolarlo.

Clara adorava il suo gattone e il suo gattone adorava lei.

Ben presto il padre dovette arrendersi a quella realtà: dovunque andava la sua bambina quel gatto c’era, che si trattasse del breve tragitto per andare a scuola, seguendola lungo i muretti e i recinti del quartiere, o semplicemente quando decideva di essere il terzo commensale a tavola.

I sospiri dell’uomo si sprecavano, e anche i “Clara, un gatto è un gatto e dovrebbe fare il gatto”, ma alla fine anche al Padre della bimba, quel grosso coccolone invadente non dispiaceva per nulla.

Oltretutto la sua Clara sembrava davvero felice per quel micione e questo le aveva fatto passare senza grossi traumi il cambio di città, di casa e di scuola. L’uomo aveva temuto che sradicarla dai suoi amici e dai suoi affetti sarebbe stato un problema, soprattutto dopo che aveva visto come si era chiusa in se stessa dopo che sua moglie li aveva lasciati, ma la piccola passava ancora intere serate al telefono con la sua migliore amica Lisa a parlarle… Beh, proprio del suo gattone e anche Lisa sembrava aver preso un gatto.

 

“Sai papà, prima o poi dovremo fare incontrare Pallino e Leli”, diceva la bambina mentre affondava nel latte la sua fetta di pane imburrato.

“Potremmo organizzare una bella gita e andare a incontrare i tuoi vecchi amici?”

“Sarebbe fantastico, papà. Voglio tanto rivedere Lisa. Sai, lei non crede che Leli sia sveglio come le racconto, perché Pallino è un po’ tonto, purtroppo.”

“Amore, un gatto è un gatto e…”

“…Dovrebbe fare il gatto!” Lo scimmiottò la bambina “lo so papà, solo… Leli è speciale, io e lui…”

“…Siamo uguali.” Fu il turno del padre di prenderla in giro.

“Ma è vero papà!” Protesto lei. “A lui piace dormire fino a tardi, a me piace dormire fino a tardi. A lui piace il gelato, a me piace il gelato. Lui odia andare dal dottore, io odio andare dal dottore…”

“Veterinario”, la corresse, “e, a proposito del gelato, non credo che gli faccia ben…”

“Papà! Non è questo il punto, il fatto vero è che lui e io siamo in perfetto equilibrio, sempre allo stesso livello, in perfetta parità in tutto.”

“Claraaa…” Cercò di riprenderla.

“Quando rinasco, voglio rinascere gatto così staremo sempre insieme io e Leli.”

Il padre sorrise, non era la prima volta che si trovavano a fare quel discorso con la figlia e sapeva ormai che cercare di farla ragionare su quell’argomento era una battaglia che non avrebbe mai vinto, ma infondo gli stava bene così, perché insieme a quel gattone era tornato il sorriso di sua figlia a illuminare la sua vita.

 

 

Quattordici anni, Clara, gli occhi sempre più brillanti e vivaci, le unghie dipinte di nero e un vero piccolo genio della matematica. In quei quattro anni era passata dal voler diventare una ballerina a sognare di fare l’astronauta, aveva pianto davanti al “Titanic”, aveva lasciato il pattinaggio, aveva dismesso le magliette colorate a vantaggio di colori più scuri, non sentiva più Lisa e aveva praticamente dimenticato in soffitta i poster dei “We the Kings”, ma… c’era qualcosa che non aveva mai lasciato indietro e quello era Leli.

 

Leli invece era sempre lo stesso, solo un po’ più pigro e meno amante delle fughe, ma sempre lo stesso Leli; con sempre lo stesso inesauribile amore per Clara, o… per il tetto di Clara, come teneva a specificare il padre dell’adolescente, solo per vederla arricciare il naso su quel visetto che adorava e che non aveva ancora perso del tutto i lineamenti da bambina.

 

Quattordici anni Clara. Una testa piena di sogni. Un mare di stelle dipinto sul soffitto della sua stanza. Il suo adorato gatto grigio sul letto.

 

Quattordici anni Clara, quando si sentì male la prima volta.

 

Nulla di grave aveva detto il medico, solo un piccolo svenimento, ma poi ne vennero degli altri e il padre cominciò a preoccuparsi davvero. Ma Clara aveva i suoi sogni, la sua Convention Internazionale sulla Tecnologia Aerospaziale e… quattordici anni, appunto, tutta la gioia di vivere negli occhi e nel cuore e poca, pochissima voglia di perdere tempo dietro qualche svenimento e quell’assurdo mal di testa che sembrava non volerla abbandonare.

 

Poi… poi però… venne la stanchezza.

E anche il medico cominciò a preoccuparsi.

 

Giorno dopo giorno le visite in ospedale si fecero più frequenti e non sfuggirono alla ragazzina gli occhi infossati del padre, il sorriso forzato, la luce accesa di notte nello studio e… avvenne che, piano piano, anche gli occhi di Clara cominciarono a spegnersi.

 

Mancavano cinque giorni alla Convention, il biglietto del treno già pagato, la foto del suo gattone in tenuta d’astronauta da far firmare al suo idolo e quella luce nei suoi occhi tornata un po’ più vivida all’idea di quel viaggio, quando la ricoverarono per un nuovo attacco.

 

Nessun astronauta firmò mai la foto del suo gatto, ma fece pace con la sua amica Lisa.

La ragazzina fece chilometri per andare a trovarla perché infondo questo fanno le amiche, anche quelle tanto arrabbiate.

 

“Come sta Leli, Papà? Gli manco un po’?”

“Gli manchi tantissimo, amore, senza di te non mangia un granché, lo sai.” Sembrava così piccola la sua Clara dentro quel letto d’ospedale.

“Prendigli un gelato. Lui adora il gelato.” Sorrise quel volto pallido.

“Lo farò.” E lo avrebbe fatto, avrebbe fatto di tutto per la sua bambina.

“Papà.”

“Sì, amore mio?”

“Mi manca il mio Leli. Vorrei tanto vederlo, pensi che…”

Non c’era bisogno che il suo papà sentisse altro. Fece i salti mortali, ma ottenne di poterle portare il suo micione.

 

Così ogni giorno Leli e suo padre andavano a trovarla. Clara sembrava più felice, ma la felicità non sempre aggiusta le cose e lentamente stare anche solo sollevata su quel letto enorme per lei, diventata tanto minuta, si fece impossibile.

 

Un venerdì pomeriggio, Clara era così stanca da riuscire a malapena a tenere gli occhi aperti. La mano posava sul gattone accanto a lei, quando uno dei medici si accostò al suo papà.

“Può restare questa notte, se vuole.”

Non disse molto altro, ma Clara aveva notato gli occhi del padre farsi immediatamente lucidi, prima di uscire dalla stanza. Quando poi la testolina di Leli che si sollevava dalle lenzuola ne aveva annunciato il ritorno, lei aveva aperto di nuovo gli occhi.

Suo padre si era seduto sulla sedia accanto a lei, silenzioso e aveva iniziato a sistemare le poche cose sul comodino: i biglietti colorati dei suoi compagni di classe che le dicevano di essere forte e di tornare presto da loro.

Clara notò le mani del suo papà tremare.

 

“Mi prometti che penserai sempre a Leli, Papà?”, chiese, ottenendo che la mani del genitore smettessero di muoversi alla rinfusa.

Un attimo di silenzio poi…

“Puoi contarci, tesoro.”

“E Promettimi anche che tu e Leli starete bene senza di me, magari non subito, ma starete bene, ok?”

“Ma amore…”

“Ho paura Papà, non voglio lasciarvi così. Prometti!”

Ancora un momento di silenzio poi la voce dell’uomo arrochita dal pianto che non voleva versare: “Lo prometto.”

“Siamo stati bene, insieme vero, Leli?” disse dopo la ragazzina, tornando ad accarezzare il suo gatto.

“Non te l’ho mai chiesto, amore mio, ma come mai lo hai chiamato Leli?”

Clara sorrise. “Me l’ha detto lui.” Un secondo di silenzio. “Papà, ora però, scusami, ma… sono tanto stanca.”

Gli occhi le si chiusero lentamente non riuscendo più a resistere alla fatica e al dolore.

Piano il suono del suo cuore rallentò fino a fermarsi, mentre il padre si accasciava contro il letto, in lacrime.

 

Leli alzò la testolina non notato, quando la mano della sua Clara smise di lisciargli il pelo e le si arrampicò sul petto per osservarla in viso.

Il micione aveva visto l’incredibile tempesta di fulmini negli occhi della ragazzina affievolirsi giorno dopo giorno e la cosa gli aveva fatto male. Lui amava onestamente la sua Clara, di un amore cieco che non lo aveva mai abbandonato da quando si era specchiato in quello sguardo di ghiaccio.

 

Leli prese così un’enorme decisione quel giorno, decise che avrebbe camminato per sempre accanto a Clara tra i monti che accarezzavano il cielo illuminato da quei lampi che tanto adorava e che non sapevano ferire. E avvenne così che l’erba cominciò a crescere e i fiori sbocciarono tra le distese innevate, mentre la ragazzina riapriva gli occhi.

Nessuno adesso li avrebbe mai più divisi.

 

“Papà?!”, chiamò improvvisamente Clara, mentre il cuore del padre sembrava sul punto d’esplodere dal dolore. “Papà”, ripeté, mentre l’uomo sollevava la testa e le prendeva la mano.

“Clara, piccola mia!” chiamò a sua volta, mentre i medici entravano nella stanza.

 

Nessuno fece subito caso al gattone completamente accasciato sul letto.

 

Solo quando i medici uscirono, il padre notò che gli occhi della ragazza erano screziati di verde: un verde intenso e luminoso che non aveva mai notato prima. Ma… non era questo l’importante; la cosa davvero importante era che la vivacità e la voglia di vivere era tornata ad illuminare lo sguardo di sua figlia, nient’altro importava.

 

Ma forse, se li avesse guardati bene, vi avrebbe potuto scorgere una bambina e il suo gatto camminare insieme e giocare a rotolarsi tra l’erba e la neve.

 

Una leggenda dice che ogni gatto possegga nove vite, quindi nove occasioni per rimanere su questo mondo, ma dice anche che possa spenderle tutte e nove per concedere a qualcuno una seconda possibilità. E forse, chissà… non è detto che sia tutta una leggenda.

 

 

Fine

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Titolo: “Non è successo nulla”

Cow-t 9, sesta settimana, Missione di Salvataggio.
Prompt: “Drabble”
Numero parole: 500
Rating: Giallo
Fandom: Voltron: Legendary Defender

Introduzione: Lance si sveglia dopo una nottata di bagordi, ma non è solo.
Genere: Commedia
Coppia: Keith/Lance
Avvertimenti: Yaoi (accenno)

 

--- --- ---

 

 

Lance si svegliò, infastidito dal sole che filtrava dalle tende.

Si sentiva intorpidito, aveva la bocca impastata e la testa che gli scoppiava.

Portò entrambe le mani al volto, massaggiandosi nella speranza di recuperare lucidità.

Si tirò seduto sul letto.

I suoi vestiti erano sparsi sul pavimento.

Sarà stato lo stordimento post sbronza, ma… indossava davvero tutta quella roba la sera prima?

Fece spallucce.

Uno sguardo alla sveglia sul comodino: era in pauroso ritardo e il comunicatore lampeggiava chiamate perse.

Doveva trovare la forza di mettersi in piedi, ficcarsi sotto la doccia e trovare una buona scusa per Shiro.

“Ahhh!” lamentò, stirandosi verso l’alto. “Svegliarsi, la seconda cosa più dura al mattino.”

“Uhm”, sentì mugugnare. Alle sue spalle qualcosa o qualcuno si mosse, facendo frusciare le lenzuola.

Immagini confuse della serata gli si affastellarono nella mente, possibile che non fosse tornato da solo?

Almeno adesso sapeva di non aver indossato due paia di pantaloni uno sull’altro.

Guardò meglio quei pantaloni che riconobbe all’istante come non suoi, ma che… riconobbe!

Sforzò le meningi, osservando il resto degli indumenti in terra. Un brivido gli scorse lungo la schiena: un pensiero assurdo prese forma nella sua mente. Nel medesimo istante in cui lo raggiunse una voce assonnata. “Ma dove…?”

“Keith!” sfuriò, voltandosi con occhi sgranati.

 

Keith, batté le ciglia come per riaversi, nel tentativo di fare mente locale, prima di spalancare uno sguardo non meno inorridito dell’altro.

Scorse dal volto di Lance al bassoventre e di seguito al “suo” di bassoventre.

La consapevolezza di essere completamente nudi gli infiammò il volto.

“I… io… te…” balbettò incoerente.

“Non c’è nessun io e te!” contestò rapido Lance, mentre il ricordo delle sue mani che, tra un bacio e l’altro, strappavano letteralmente i vestiti di dosso a Keith si affacciava beffardo.

“No, no, no”, bofonchiò Keith come un disco rotto.

“Ok, ok, fermo! Non impazziamo del tutto. Forse… non è come sembra.”

“Giusto!” colse rapido quella speranza, Keith. “Noi non avremmo mai fatto quello che sembra. Probabilmente eravamo solo troppo brilli.”

“Sarebbe assurdo”, temette di mentire Lance, sentendosi le labbra ancora gonfie dei morsi dell’altro, ma daiii, ubriachi com’erano non potevano essersi spinti troppo in là. “Tu ricordi qualcosa?”

L’altro dissentì.

“Se non ricordiamo nulla, non è accaduto nulla, ovvio! Faremo l’unica cosa saggia: ci comporteremo come se non fosse successo e non ne parleremo mai più, chiaro?”

“Chiaro.”

“Adesso muoviamoci: io filo a farmi una doccia e tu nella tua stanza, ok?”

“Ok.” Dichiarò deciso Keith.

Fecero per alzarsi dal letto e… un fremito percorse entrambi: un fastidioso bruciore ai rispettivi fondoschiena li bloccò sul posto.

“Temo”, esordi Keith con voce atona e sguardo arreso, “che dovremmo cambiare il non è successo nulla con non succederà più.”

 

Qualche giorno più tardi Lance si risvegliò più stordito che mai: la sensazione del post sbronza ormai familiare.

Si stiracchiò come un gatto al sole.

Un’occhiata all’ora, un’altra agli abiti abbandonati alla rinfusa per la stanza e…

“Fortuna che non doveva più succedere!”, Lamentò Keith alle sue spalle.

lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: “Territoriale”
Cow-t 9, sesta settimana, Missione di Salvataggio.
Prompt: “Drabble”
Numero parole: 100
Rating: Verde
Fandom: Voltron: Legendary Defender

Introduzione: Warewolf!AU. Lance e Keith sono compagni di viaggio, un bisogno impellente costringe Keith a fermare la macchina.
Genere: Sovrannaturale (in teoria i protagonisti sono licantropi), Demenziale
Coppia: nessuna
Avvertimenti: AU

 

--- --- ---

 

“Daiii”, lagnò lance, “non ce la faccio più!”

Keith sbuffò e fermò l’auto. “Ok, ma fai in fretta.”

Lance scese, accostandosi al ciglio della strada.

“Visto che ci siamo…”, commentò Keith, seguendo l’altro.

Una seconda Zip che calava accompagnò un sospiro compiaciuto.

“Finalmente! Volevi farmi esplodere?”

“Piantala, mi sono fermato, no?”, rispose Keith, tirando su la lampo e voltandosi verso l’altro: un’occhiata distratta mutò in sorpresa.

Lance, notando Keith fissare in basso, assottigliò gli occhi, mugugnando infastidito.

Quel verso riattivò Keith che gettò uno sguardo perplesso in quello dell’amico: “Capisco marcare il territorio, ma firmarlo mi sembra un po’ eccessivo?”

 

 

Risata

Mar. 16th, 2019 06:55 pm
lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: Risata

Cow-t 9, quinta settimana, M1.
Prompt: “scontro”
Numero parole: 8299
Rating: Verde
Fandom: Miraculous - Le storie di Ladybug e Chat Noir

Introduzione: Marinette ritorna a scuola dopo qualche giorno di assenza per un piccolo infortunio, la scuola sta allestendo il parco e facendo i provini per lo spettacolo di fine anno, quando un nuovo nemico minaccia la quiete dei parigini.
Genere: Avventura, supereroistico
Coppia: accenno alla Chat Noir (Adrien)/Ladybug (Marinette)
Avvertimenti: Spoiler (2° stagione e accenni alla 3°)

 

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“Sei sicura che vada davvero bene, Marinette?”

“Ti ho detto di stare tranquilla, Alya, ho preso solo una storta”, rispose per l’ennesima volta la ragazza, fingendo uno sbuffo esasperato.

“Sarà, ma zoppichi ancora.”

 

Ed era vero, zoppicava, ma non faceva poi così male, se non quando distrattamente vi caricava sopra il peso. Buon segno, perché voleva dire che stava andando meglio, che se ne stava lentamente dimenticando.

Era stata assente qualche giorno da scuola dopo quel piccolo incidente alla caviglia. Aveva detto a tutti che si era trattato di una scivolata per le scale che portavano alla sua stanza, genitori compresi; nella realtà dei fatti però aveva male stimato i tempi della sua trasformazione in Ladybug, era rimasta bloccata su un tetto e per scendere si era fatta male.  

 

“Ti ho detto che va tutto bene…” cercò di spiegare ancora ad Alya, superando l’ingresso del François Dupont e fu un secondo: un piede messo male e il selciato del cortile le sembrò incredibilmente troppo vicino, quando…

“Tutto bene, Marinette?”

“Adrien?” Il cuore della ragazza mancò un battito prima di contarne altri mille nel tempo di un nanosecondo. Il suo amato Adrien l’aveva appena salvata da un brutto capitombolo, eppure…

“Vuoi che ti aiuti con i libri? Sei ancora convalescente, non vorrei ti affaticassi.”

“No, non ce n’è tisogno… bi… bisogno.” Corresse immediatamente il suo errore, ormai però tutto il suo entusiasmo era andato scemando. Adrien era sempre gentile con lei, ma la verità era che si comportava così con tutti. E Marinette non lo sapeva solo da un solo giorno.

“Sicura?” insistette lui preoccupato.

Lei si limitò a sorridergli caldamente e a dissentire con il capo.

 

Amava Adrien?

Certo, come poteva non amarlo, era… tutto. Bello, disponibile, gentile, ma… non era suo.

Era stanca di correre dietro un sogno e poi… c’era stato quel bacio.

 

Il dolore alla caviglia, dopo la caduta, era insopportabile. E quel Gattastro, non sapeva né come e né perché, era praticamente apparso dal nulla e l’aveva aiutata, riportandola a casa. Avevano parlato. Come era già successo altre volte, ma questa volta, prima che lui se ne andasse, lei lo aveva baciato.

 

Quel bacio con Chat Noir era ancora impresso nella sua mente, quel bacio, quello subito dopo, quello dopo ancora, come altrettanto indelebile era l’aver letto negli occhi del ragazzo il suo stesso dolore, la sua stessa stanchezza.

Non aveva mai baciato nessuno a quella maniera e con il desiderio nel cuore di far smettere il dolore, di cacciarlo via per sempre.

Quel dolore era ancora lì, come il suo amore per Adrien, ma in quel momento, in quel breve lasso di tempo in cui lei e Chat Noir si erano baciati, tutto si era fermato e il petto aveva smesso di farle male… aveva smesso. Per la prima volta dopo tanto tempo, aveva smesso.

C’era stato solo Chat Noir, quel suo modo di tenerla tra le braccia in quegli istanti e quella tenerezza data dalla certezza di essere simili, di avere le stesse ferite nel cuore: innamorati entrambi di chi non aveva occhi per loro.

L’assurdità era che lei fosse la Lady che aveva spezzato il cuore a quel micione e lui non lo sapeva.

Si erano baciati e lei si sentiva in colpa, in colpa per ogni cosa: per averlo ferito come Ladybug, per averlo baciato come Marinette… come Marinette, questo era però, non quel bacio; di quello non riusciva a sentirsi dispiaciuta. Era stato bello, malgrado le menzogne, malgrado tutta l’assordita che lo circondava ed… era ancora lì a farle sentire le labbra ansiose, dopo averle piantato nella mente il desiderio di rivelare la verità a Chat Noir.

Perché?

Perché lo meritava e sentiva anche lei di meritare di più… di meritare un po’ di felicità.

 

 

Le lezioni si erano svolte noiosamente come al solito, ma con l’euforia incalzante del doposcuola; quello infatti era l’ultimo giorno dei provini per partecipare al festival di fine anno e anche in quello, come ogni anno precedente, l’entusiasmo era tangibile nell’aria.

 

Prima del suo piccolo incidente, Marinette si era proposta con Alya e Nino per aiutare gli studenti dell’ultimo anno ad allestire il palco per lo spettacolo, ma alla fine quello che sarebbe dovuto essere un suo impegno era ricaduto sulle spalle dei suoi amici. Se ne era dispiaciuta, anche se loro non le avevano assolutamente fatto pesare la cosa, e si era quindi ripromessa di dare il massimo durante quell’ultimo giorno, caviglia dolorante o meno.

 

Così avvenne che, nella sua frenesia del voler essere utile il più possibile, voltando un angolo in preda alla sua solita distrazione si scontrò con Poule. Il ragazzo, sovrappensiero, ripeteva le battute per il suo provino, osservando una fotografia che lo ritraeva bambino in spalla ad un uomo molto più grande di lui.

Entrambi i ragazzi si ritrovarono in terra a massaggiarsi i rispettivi fondoschiena.

“Accidenti, non sai quanto mi dispiace!” si scusò Marinette, tirandosi su in un secondo e allungando la mano in aiuto dell’altro ragazzo.

 

Lo scatolone che portava le era caduto di mano, sparpagliando sul pavimento vecchi oggetti elettronici: enormi cuffie con microfono, un paio di altoparlanti, dei cavi di dubbia provenienza, un sintetizzatore vecchio stile e una marea di fusibili e lampadine. 

 

“Tranquilla, nulla di grave!” La rassicurò Poule accettando l’aiuto che gli veniva offerto.

“Scusami sono la solita distratta…”

“Non è tutta colpa tua, avevo la testa altrove”, disse di nuovo in piedi, cercando con lo sguardo la fotografia che stringeva tra le mani prima dell’impatto.

“Comunque, io sono Marinette”, si presentò, squadrandolo poi dalla testa ai piedi: l’abbigliamento particolarmente sgargiante faceva intendere che fosse pronto per entrare in scena. “Partecipi ai provini?”

“Poule, Aula C, primo anno. Piacere di conoscerti, Marinette”, le sorrise, “E sì, ho intenzione di portare un pezzo comico”, aggiunse annuendole, mentre lei si chinava per raccogliere gli oggetti caduti in terra alla rinfusa.

 

Quei congegni volarono letteralmente nella scatola, lanciati da Marinette, che bloccò il suo fare di colpo quando, proprio sotto una delle cuffie, scovò la fotografia del ragazzo.

“Questa…” disse, tornando ad alzarsi e porgendo a Poule quanto aveva appena raccolto, “…deve essere tua.”

Il giovane comico si appestò a recuperarla dalle mani dalle ragazza. “Sì”, disse annuendo, “mi stavo giusto domandando dove fosse finita.”

“Quello nella foto è Jean Luc Lefebvre, non è vero?” notò Marinette, riconoscendo il comico francese, deceduto da qualche anno, ormai.

Ancora il ragazzo annuì. “Era mio padre”, disse con tenerezza dopo qualche secondo.

“Ohhh, mi dispiace! Io non credevo… cioè, no… non… volevo… insomma…”, bofonchiò lei, sorpresa da quella rivelazione. “Gli somigli molto, hai i suoi stessi occhi azzurri”, disse poi con dolcezza, cercando di recuperare quella che temeva fosse stata l’ennesima gaffe della giornata.

Il ragazzo sorrise. “Vero e spero di avere anche il suo stesso magnetismo sul palcoscenico”, rispose Lui, senza alcuna traccia di rimpianto sul viso, strizzandole un occhio rassicurante. “Vorrei tanto che, ovunque lui sia, possa sentirsi orgoglioso di me.”

“Allora, in bocca al lupo! Sono sicura che farai un figurone.”  

“Crepi”, rispose il ragazzo, prima di correre via.

 

Il preside Damocles, insieme alla professoressa Bustier e a Madame Mendeleiev, erano seduti davanti al palco in attesa di valutare gli ultimi provini per il festival.

Purtroppo le prove di alcuni studenti erano andate per le lunghe così quell’ultima fase si era sovrapposta al lavoro dei ragazzi incaricati di organizzare il parco con tutte le attrezzature del caso, quando finalmente fu il turno di Poule di andare in scena.

Appena lo chiamarono, Poule da dietro le quinte prese un grande sospirò e fece il suo ingresso.

Un ingresso col botto, decisamente: un passo troppo avventato, forse, il suo, perché non notò il grosso cavo per le luci che alcuni ragazzi avevano steso sul palco, inciampandoci sopra e atterrando rovinosamente a faccia in giù sul limitare del palcoscenico. 

 

Tra gli spalti alcuni ragazzi risero, ma Poule si fece coraggio, si alzò e cominciò la sua esibizione.

“Sapete qual è il colm…”, avrebbe voluto cominciare con una serie di battute, ma la sua attenzione venne bloccata dai alcuni ragazzi, che gli passarono difronte con un pannello, coprendogli del tutto la visuale. Rapidamente Poule cercò di sgattaiolare di lato per mostrarsi di nuovo al pubblico, riprendendo: “Il colmo per una Host…”, altri ragazzi, con altrettanti oggetti e scatoloni, interruppero ancora il suo numero.

Il preside a braccia conserte picchiettava le dita nervosamente, in attesa. “Il colmo di cosa?” chiese.

“Di una Hostess. Il colmo per una Hostess”, specificò rapido il ragazzo, cercando di riprendersi come poteva, quando…

“Capire tutto al volo!” giunse la voce scostante di Chloè, “Tz! Lo sanno tutti”, lo denigrò, avvicinandosi al palco con accanto alla sua amica Sabrina. “Se questo è il massimo del tuo repertorio, ti consiglio di andartene a casa, sei patetico.”

Poule avvampò per l’imbarazzo, ma tentò di riprendere, avvicinandosi maggiormente agli spalti, dicendo: “E il colmo per un…”, ma ancora qualcosa andiede storto: ad Alya e Nino venne chiesto di recuperare i cavi delle luci e, arrotolando il grosso insieme di fili, il groviglio sul palco nel quale involontariamente Poule aveva infilato il piede, si strinse, mandando nuovamente il ragazzo a gambe all’aria.

 

Ancora qualcuno rise, ma di Poule, non per le sue battute.

Il ragazzo si sentì morire per la vergogna, mentre tentava di rialzarsi, mentre Nino e Alya, senza saperlo…

“Non capisco, sembra incastrato”, notò Nino.

“Prova a tirare più forte”, suggerì Alya.

Marinette, posata l’ennesima scatola al lato dei tendaggi, notò Poule sul palco rialzarsi e il cavo sotto di lui muoversi pericolosamente.

“No, no, no. Fermi!” avvisò i due amici, tentando di evitare lo strattonare dei fili delle luci, ma era già tardi: Poule si trovò nuovamente con il volto in terra.

 

La fotografia che lo ritraeva con il padre, al riparo nel taschino della giacca, scivolò via, volando verso il pubblico.

 

“Ridicolo!” disse Chloè con stizza, prima di notare la foto fluttuarle nell’aria davanti al viso ed afferratala al volo, “Jean Luc Lefebvre”, dichiarò, riconoscendo l’attore che vi era ritratto.

“Ridammela, è mia!” sbottò il ragazzo sul palcoscenico, con il volto paonazzo per la rabbia e la vergogna.

“Se ci tieni tanto, riprenditela!” disse lei, gettandola sul palco senza alcuna premura, come fosse immondizia, “Anche se non la meriti. Jean Luc Lefebvre si starà rivoltando nella tomba a sapere di esser l’idolo di un’incapace come te.”

 

Gli occhi di Poule si riempirono di lacrime a quelle parole, mentre la fotografia gli si adagiava vicino.

“Chloè!” La voce di Adrien arrivò severa a riprendere l’amica d’infanzia, mentre il ragazzo saliva sul palco. “Non sai cosa stai dicendo”, disse ancora, porgendosi per aiutare il giovane sfortunato comico ad alzarsi. “Sei Poule Lefebvre, vero?”

 

“Oh cielo, Chloè”, mormorò Sabrina con fare dispiaciuto, portandosi le mani al viso.

Malgrado Chloè per un secondo sembrò sorpresa “Tz! E allora? Cosa cambia?” disse, “Avere un padre famoso, non lo rende meno incapace.”

“Chloè, ma cosa stai…?” Adrien blocco la frase a metà perché Poule, che era sembrato sul punto di accettare l’aiuto del ragazzo, alle parole della bionda aveva afferrato la fotografia e si era ritratto, scappando di corsa via dal palco.

Gli sguardi di disapprovazione che colpirono Chloè, immediatamente dopo, non parvero smuoverla.

“Cosa avete da guardare in quella maniera, lo pensavate anche voi, no? Andiamo Sabrina”, dichiarò in fine, voltandosi.

“Ma Chloè...” tentò di far notare l’altra ragazza, che fulminata dallo sguardo dell’amica preferì tacere e seguirla.

 

Poule sfrecciò in lacrime accanto a Marinette che tentò di rincuorarlo, “Poule, mi…” ma il ragazzo non bloccò la sua fuga, “…dispiace”, terminò la ragazza quando l’altro era ormai troppo distante per sentirla.

 

Poule, devastato e deluso, si ritrovò solo nello spogliatoio della scuola.  

Le lacrime che gli bagnavano il volto scendevano copiose fino a infrangersi contro la fotografia che stringeva al petto.

“Mi dispiace, papà”, la voce sottile era spezzata dai singhiozzi e dal dolore.

 

 

Il pianto di Poule però non era passato inascoltato.

 

La luce entrò attraverso l’iride meccanica del lucernaio che celava la presenza di quel covo al mondo.

Un nugolo di farfalle bianche si alzò in volo attorno alla figura di Papillon.

“Il divertimento annegato dal pianto, l’obbiettivo perfetto per a mia Akuma.”

Le mani di Papillon si chiusero intorno ad una delle sue farfalle come aveva fatto tante e tante volte, tingendone le ali di nera pece.

“Vola, mia piccola Akuma, vola da quel giovane comico e oscura il suo cuore!”

 

Ubbidiente al volere del suo padrone, la farfalla si librò sui tetti di Parigi fino a raggiungere la fotografia stretta tra le mani di Poule Lefebvre.

 

“Risata” echeggiò in un secondo nella testa del ragazzo. “Io sono Papillon. Ti è già stato portato via tuo padre ed ora vogliono portarti via la possibilità di dimostrare quanto gli somigli. Ma voglio farti un regalo: da questo momento tutta Parigi sarà il tuo palcoscenico, chiunque sentirà le tue battute non potrà fare a mero di ridere. In cambio ti chiedo solo di portarmi i Miraculous di Ladybug e Chat Noir.”

“Sono pronto per il mio pubblico, Papillon!” rispose Poule, asciugandosi gli occhi dalle lacrime, mentre una coltre oscura prese ad avvolgerlo completamente e quando si dissolse, al posto del ragazzo, apparve un Clown dai colori vivaci e dall’enorme, inquietante sorriso. “Preparati a Ridere, Parigi!”

 

 

Adrien era in macchina con la sua guardia del corpo quando rimasero incastrati nel traffico.

“Cosa è successo?” domandò il ragazzo, cercando di sporgersi dal finestrino per capire cosa avesse creato l’ingorgo.

Il suo gorilla gli fece cenno di starsene buono e scese a controllare. Il tempo di aprire la portiera che, dopo essere stato percorso da uno strano fremito, crollò sul sedile ridendo a squarcia gola.

“Ma...?” si chiese Adrien, aprendo la portiera e guardando fuori, in tempo di vedere un pagliaccio saltare di tetto in tetto e svanire accompagnato da una risata stridula. Si rese conto, nell’attimo immediatamente successivo, che ogni persona in strada stava letteralmente piegandosi in due dal troppo ridere.

Non ci pensò su due volte e, imboccando un vicolo più isolato di altri… “Plagg trasformami!” comandò e in un secondo il Kwami si dileguò nell’aria, mutando Adrien in Chat Noir.

 

 

Nel Collège Françoise Dupont i preparativi per il festival sembravano ancora lontani dal finire.

Gran parte degli studenti erano andati via, tranne quelli ancona intenti all’allestimento e i più ansiosi per l’esito dei provini che attendevano di veder appesi i risultati nella bacheca della scuola.

 

Marinette, accanto ad Alya e Nino, stava riponendo le ultime cose.

“Wow, che spettacolo!” disse Nino, sbirciando dentro una delle scatole, “È una vita che non vedo apparecchiature del genere?”

“Non dirmi che sei un maniaco dell’elettronica Vintage, Nino?” lo canzonò amorevolmente Alya, mentre Marinette si sgranchiva un po’ le braccia stirandosi verso il soffitto.

Nino però non ebbe il tempo di commentare il dire dell’amica che Juleka e Rose arrivarono di corsa, annaspando per lo sforzo.

“Correte, sta arrivando!” avvisò Rose.

“Chi? Chi sta arrivando?” chiese Alya accostandosi alle amiche che le indicarono il palco alle loro spalle.

“È arrivato questo clown e, non lo so esattamente”, disse Juleka, “Io e Rose stavamo ascoltando un pezzo di musica, ma quando ci siamo tolte le cuffie…”

D’istinto Marinette si affaccio nella sala. Tutti presenti stavano letteralmente sganasciandosi dalle risate.

“Non vedo nessun Clown, forse è il caso di andare a vedere”, dichiarò sicura.

“No, Marinette, è pericoloso”, la fermò Alya.

“Ma qualcuno deve pur farlo”, rispose lei, “cercherò di fare il più veloce possibile, vedrai che neanche ti accorgerai delle mia assenza.”

“Ma Marinette…” La ragazza non fece in tempo a commentare oltre che l’amica le era già sfuggita di mano.

 

Appena superata la sala, Marinette entrò in una delle aule vuote.

“A quanto pare, c’è un lavoro per Ladybug!” dichiarò mentre la sua Kwami usciva dalla borsetta. “Tikky trasformami!” ordinò.

Il tempo di assumere le sembianze della paladina di Parigi che chiamò il suo fedele compagno d’avventura: “Chat Noir? Ci sei gattino?”

“Chat Noir all’appello, My Lady.”

“Sai cosa sta avvenendo?”

“Non proprio, ma so chi lo sta causando”, rispose lui.

 

Chat Noir era sul tetto di un palazzo ad osservare il pagliaccio variopinto dall’alto.

“Segui il rilevatore della mia arma e troverai me e questo simpatico Clown?”

“Un Clown?” domandò Ladybug dall’altra parte.

“Già, e sai assomiglia tanto a quel comico, hai presente…”

“Jean Luc Lefebvre?”

“Esatto! A quanto pare ha la capacità di far scoppiare a ridere chi ascolta la sua voce. Quindi, insettina, porta un paio di tappi per le orecchie”, informò, saltando su un altro tetto e trovandosi costretto a scendere tra i vicoli pur di non perdere di vista la sua preda. Si ritrovò tra un gruppo di persone che ridevano tanto d’avere le lacrime agli occhi. “Facciamo anche due paia.”

“Ho una mezza idea su chi possa essere, il tempo di andare a recuperare una cosa e arrivo!”

“Fai pure, ma non metterci troppo!” Disse con un pizzico di ironia, chiudendo la comunicazione, mentre diverse delle persone vittime del Clown gli si aggrappavano nella speranza che potesse farle smettere di ridere.

“Mi dispiace”, si scusò, divincolandosi, “vedrete che io e Ladybug sistemeremo ogni cosa. Cercate di resistere”, ma le povere vittime di quel potere non sembravano riuscire a sentire ragioni scosse dallo stato assurdo nel quale si trovavano.

 

Ladybug chiuse la comunicazione e, guardando sul suo Yo-Yo dove si trovasse Chat Noir, disse: “Credo che qualcuno debba fare le sue scuse.”  

 

“Ehi, lo sai che si può anche morire dal ridere?” dichiarò Chat Noir, richiamando l’attenzione del pagliaccio. Le orecchie da gatto ben piegate sulle sue.

Le labbra del nemico si mossero dicendo qualcosa, ma il gatto nero non udì nulla, vide solo le persone ridenti che alzarono verso di lui uno sguardo luminoso; smisero di ridere a crepapelle e allargarono un enorme, innaturale sorriso, prima di avventarsi contro di lui.

 

 

Ladybug non aveva dubbi sul Miraculous da scegliere, quando Maestro Fu glielo chiese.

In pochi minuti tornò alla scuola e non le fu difficile trovare chi cercava: la voce di Chloè Bourgeois che schiamazzava sapeva essere sempre una nota più alta delle altre, distinguibile, troppo distinguibile anche in un mare di risate.

 

Chloè si trovava nel cortile della scuola, stava cercando di divincolarsi da alcuni suoi compagni di classe, compresa la sua amica Sabrina, che in preda a quel riso isterico chiedevano aiuto aggrappandosi come potevano a chi, a differenza loro, sembrava libero da quel tormento. Sabrina cadde in terra ridendo tra le lacrime e stringendosi il petto dolorante.

“No, Sabrina”, disse, realmente rammaricata per l’amica, quando Ladybug arrivò a prenderla, volando letteralmente appesa al filo della sua arma, stringendola per la vita e portandola sul tetto dell’istituto insieme a lei.

 

“Ladybug”, chiamò non appena al sicuro, “finalmente, sembrano tutti impazziti e io…”

“Chloè, sai perché sono qui, vero?” l’interruppe la sua supereroina preferita.

“Queen Bee ha un dovere da compiere e… delle scuse da fare”, dichiarò, abbassando il capo pentita, mentre la compagna, annuendo, gli passò il cofanetto.

Il tempo di aprirlo e mettersi il fermaglio dell’ape tra i capelli che… “Al tuo servizio mia regina”, disse, apparendo, Pollen.

“Pollen trasformami!”

 

 

“Maledizione, non voglio farvi del male” disse Chat Noir costretto a indietreggiare invece di affrontare il nemico, per evitare che troppe mani lo acciuffassero e che quello scontro si concludesse ancora prima di cominciare.

Una mossa falsa: un piede in fallo, mentre indietreggiava e i suoi inseguitori lo afferrarono saldamente. Divincolarsi sarebbe valso solo a ferire quegli innocenti, “Ho bisogno di un piano di riserva, pensa Chat, Noir, pensa…”, si disse mentre quegli schiavi della risata lo conducevano dal loro padrone.

 

“Ottimo, Risata”, sussurrò Papillon nella mente del suo sgherro, “Prendi il suo Miraculous e consegnamelo.”

“Come tu desideri, Papillon.”

Le dita del Clown si mossero rapide per sfilare l’anello dalle mani del ragazzo bloccato. “Vediamo Chat Noir, sai qual è il colmo per due gatti?”

Chat Noir però continuava a dimenarsi senza rispondergli.

“No? allora te lo dico io. Non capirsi per un pelo.” Al termine di quella battuta sgranò lo sguardo, “Ma cosa…?” Chat Noir non rideva come avrebbe dovuto. Quella stranezza lo fece tentennare.

“Cosa fai?” Gli urlò Papillon nella testa. “Non perdere tempo, prendi il suo Miraculous.”

 

Ma era troppo tardi…

 

“Ti sono mancata micetto?”

In un secondo Ladybug si calò dal cielo, strappando Chat Noir dalle mani dei servi di Risata.

“Cosa? No, no, no!” echeggiarono all’unisono, una nella mente dell’altro, le voci di Risata e di Papillon.

“Prendeteli, non fateveli scappare!” gridò Risata, indicando ai suoi sgherri la direzione nella quale la coccinella era sparita con il gatto.

“Non dovevate farlo, renderò schiava tutta Parigi finché non vi troverò!” intimò all’aria.

 

 

“Gattino recuperato!” disse Ladybug, posando Chat Noir sul tetto accanto a Queen Bee.

“Hai detto qualcosa My Lady?” chiese il supereroe, volgendo di nuovo in alto le orecchie da gatto del suo costume.

“Ingegnoso, non c’è che dire!” commentò Queen Bee.

“Grazie del complimento, madamigella, è un piacere rivedervi da queste parti” riprese il gatto, come sempre a tono, dopo un rapido baciamano.

“Ho una situazione da sistemare. Avevo promesso di non creare più problemi, ma a quanto pare è più difficile di quel che credevo.” La ragazza sospirò dispiaciuta. “Sono davvero una pessima eroina!”

Ladybug sorrise alle parole di Chloè, sperava davvero che piano piano si trasformasse in una vera paladina del bene.

“L’importante è saper riconoscere i propri errori”, le disse Chat Noir, posandole una mano sulla spalla con fare rassicurante e con una voce talmente gentile che Ladybug si sentì… strana.

Queen Bee annuì decisa, sorridendo al ragazzo.

“Ok, ok, ora finiamola con le smancerie. Abbiamo una città da salvare” disse Ladybug, prendendo il gatto nero per il polso e tirandoselo sul bordo del tetto, scioccamente più interessata a interrompere quel momento d’intesa tra i due supereroi che al resto.

Anche Queen Bee si affacciò ad osservare: Risata assoggettava persona dopo persona al suo volere.

 

“Forzaaa! Esci fuori micio-micio!” scimmiottava il nuovo nemico, movendosi per le vie della città. “Ladybuuug! So che siete da queste parti, dai, non fatevi desiderare troppo, o rischierete che a qualcuno, a forza di ridere, scoppi il suo bel cuoricino”, ricattò al nulla, sicuro che i paladini del bene lo stessero ascoltando, prima di scoppiare in una fragorosa risata.

I suoi sgherri avevano radunato un gruppo gremito di persone proprio davanti al Louvre.

“Sapete signori…” disse a quel punto Risata, “… prima ero indeciso sul da farsi, ora… non lo so!” scoppiò a ridere lui stesso sulla sua pessima battuta, mentre quei poveri malcapitati cominciarono a far eco a quelle risa con le loro. “Perfetto, mio adorato pubblico e adesso che mi riverite, trovate Ladybug e Chat Noir e portateli da me!” Ordinò e quei nuovi zombi dal macabro sorriso si mossero ubbidienti alle sue parole.

 

Un secondo, non passò più di un secondo, prima che risata si ritrovasse addosso quei tre protettori del bene.

I suoi servitori furono rapidi a frapporsi tra lui e i suoi aggressori; un valido scudo visto che i tre “animaletti” sembravano intenzionati a non volerli ferire in alcun modo.

“Oh, ma guarda! C’è anche l’odiosa Queen Bee, a quanto pare” disse, cosciente su chi si nascondeva dietro la maschera dell’Ape Regina, come tutti a Parigi.

Riuscì a bloccare la picchiata dell’Ape, afferrandola per la gola, stringendo quanto serviva per non farla scappare.

Chat Noir e Ladybug erano occupati a difendersi dagli attacchi dei suoi schiavi.

“Vediamo se questa ti fa ridere, mia cara Chloè. Sai qual è il colmo per un ape? Non poter entrare in casa perché ha appena dato la cera!” Accennò una risata, non fosse che il viso della ragazzina davanti a lui, invece di scoppiare a ridere, gli ghignò in faccia sarcastica.

“A quanto pare non impari dai tuoi errori!” lo dileggiò Chat Noir, che non aveva certo bisogno di sentire per capire cosa fosse appena avvenuto.

Lo sguardo di Risata scorse rapido alle orecchie della ragazza. “Tappi?!” quasi ringhiò quella singola parola, ma pagò cara quell’ennesima incertezza: Ladybug riuscì ad avvicinarsi e con abilità avvolse il filo del suo Yo-Yo intorno polso della mano con cui teneva Chloè. Quella terribile stretta lo costrinse a lasciare la presa e Queen Bee fu rapida a sottrarsi a quella minaccia.

 

“Maledetta!” infuriò il clown contro la coccinella, per poi richiamare si suoi sgherri: “venite qui, mio adorato pubblico, difendetemi”. Erano in tre contro uno e la sua voce sembrava non poterli raggiungere, questo era vero, ma quegli innocenti erano il loro punto debole.

 

“Ma cosa fai?!”, disse Ladybug, cercando di gettarsi contro Risata e trovandosi a scontrarsi con Queen Bee anche lei appesa al filo della sua trottola, quasi fossero le palline di un gioco per bambini.

“Attento, Chat Noir!” disse due secondi dopo Queen Bee, slegatasi dal groviglio di fili, schivando per miracolo il colpo dell’asta del gatto nero.

“Spostatevi, voi due!” intimò ancora la coccinella, trovando i due compagni sulla traiettoria del suo balzo.

“Ma… accidenti!” inveì Chat Noir, dopo aver dato una bella testata contro una parete nel tentativo di evitare la coccinella.

 

A quanto pareva, però, anche i paladini di Parigi erano in seria difficoltà a causa quel loro stesso stratagemma, notò Risata, volgendosi verso un gruppo di persone ancora libere dal suo sortilegio. “Un giorno non ce l’ho fatta più e ho detto alla mia ragazza che stavo con lei perché mi accontentavo. Lei fermissima mi ha risposto: io invece non mi accontento, è per questo che sto anche con un altro.”

 

Le risate che si alzarono furono solo il preludio a quello che successe immediatamente dopo: nuovi servi si unirono ai precedenti per rendere più duro il lavoro dei tre eroi.

“Non possiamo andare avanti così, non riusciamo a coordinarci”, disse Ladybug, assolutamente non udita dai suoi compagni di battaglia. “Grrr!!!”, ringhiò nervosa per poi… “Certo!”, s’illuminò e, al sicuro su un balconcino al primo piano, strinse il gadget che la contraddistingueva e chiamò con questo i suoi due compagni.

La trottola di Queen Bee e l’asta di Chat Noir vibrarono.

I due ragazzi, vedendo che la chiamata veniva dalla coccinella, si voltarono per cercarla.

Il tempo che i loro sguardi incontrarono quello di Ladybug che lei fece loro cenno con la mano di raggiungerla e seguirla.

 

“Che fate? Ve ne andate proprio sul più bello!” dileggiò Risata, scoppiando a ridere. Per poi volgersi verso altri malcapitati. “Tempo fa seguivo una dieta, sapete, ma poi lei mi ha denunciato per Stalking e io l’ho lasciata stare!”

 

 

“Qualche idea, Ladybug?” chiese Queen Bee, osservando dall’alto quanto stava avvenendo sotto di loro, togliendosi un tappo per le orecchie, finalmente al sicuro dalla voce di Risata.

“Uhm…” mugugnò pensierosa l’eroina, anche lei con i tappi in una mano. “Per non essere vittime del potere di Risata non bisogna sentire le sue parole”, rifletté ad alta voce, “ma questo rende difficili anche le comunicazioni tra di noi. Non stiamo facendo altro che rimbalzare da una parte all’altra come palline impazzite.”

“Già”, confermò Chat Noir, raddrizzando le sue orecchie.

“Avremmo davvero bisogno di un colpo di fortuna”, commentò Chloè, sospirando.

“Queen Bee!” disse di colpo Ladybug, stringendo la ragazza per le spalle con entusiasmo. “Sei un genio!”

“Ok, sì. Sono un genio, non che non lo abbia mai pensato, ma… in che cosa, se posso?”

“Giusto!” esordì Chat Noir, colpendosi il palmo con un pugno.

“Qualcuno può spiegarmi cosa sta succedendo?” chiese l’ape, mentre…

“Lucky charm!” dichiarò l’eroina, dando alla ragazza la risposta che cercava.

Il viso di Queen Bee si illuminò di speranza, quando però, tra le mani di Ladybug si depositò una vecchia cuffia con microfono “coccinellata”, quell’entusiasmo sparì.

“Fantastico, la fortuna ci dice che dobbiamo tapparci le orecchie.”

La coccinella guardò perplessa l’oggetto a sua volta, poi… come colta da un’improvvisa illuminazione, “Forse so cosa significa”, disse. “Siete con me?”

“Come sempre, My lady”, rispose immediatamente Chat Noir.

“Ovviamente! Non ho idea a cosa ti riferisca, ma sai che mi fido di te, Ladybug”, disse l’Ape Regina.

“Perfetto, ascoltatemi allora: dobbiamo portare Risata al François Dupont. Quello che mi serve è lì che si trova. Prima però dobbiamo mettere in salvo gli studenti, non possiamo rischiare di dare altre frecce all’arco del nostro nemico. Pensate di farcela?”

“Ehi, con chi credi di parlare, insettina, hai un professionista davanti! Tu pensa a recuperare quello che ti serve, io metterò in salvo ragazzi e insegnanti.”

“E se c’è qualcuno che sa come essere odiosa quella sono io! Chiamatelo talento naturale, ma vi assicuro che Risata non potrà fare a meno di seguirmi”, disse Queen Bee cooperativa, rimediandosi un occhiata stupita da parte degli altri due supereroi. “Che c’è, non avevate detto proprio voi che il primo passo per essere un buon supereroe era ammettere le proprie colpe?”

“Wow, impara in fretta la biondina, non c’è che dire!” commentò ironico il gatto.

“Perfetto, e allora che il piano abbia inizio!” decretò Ladybug.

 

 

“Oh, povero piccolo! Tutta questa messinscena solo per dimostrare a papino di non essere un completo fallimento come figlio!” schernì Queen Bee dall’alto di un palazzo, richiamando l’attenzione del pagliaccio.

“Tu, insopportabile insetto! E tu saresti una dei paladini di Parigi? Mi fai solo ridere! Ti costringerò a rimangiarti quello che hai appena detto”, inveì furioso Risata. “Miei adorati fan prendetela!” ordinò.

Queen Bee era sola ora nello scontro, ma sapeva cosa fare: un passo avanti e due indietro, proprio come in una danza. Un attacco, per non fargli intuire che lo stava guidando in una trappola, indietreggiando poi, per condurlo esattamente dove voleva.

 

Ladybug e Chat Noir si divisero appena entrati nel Françoise Dupont.

 

La coccinella si diresse rapidamente al teatro, non vista dalle vittime ridenti e disperate tra la platea e gli spalti.

Tutto era sotto sopra a causa del caos che si era generato dopo il passaggio di Risata.

“Erano qui, ne sono sicura!” si lagnò Ladybug, cercando tra gli scatoloni quello che le serviva.

“Eccole!” per fortuna lo trovò solo qualche secondo dopo.

Il tempo di prendere una delle cuffie tra le mani e tentare di accenderla che un forte ronzio le fece drizzare i capelli sulla testa.

 

“Accidenti, sono tutti vittime di Risata, non mi sembra ci sia nessuno da portare in salvo”, costatò Chat Noir, storcendo il naso. “La mia Lady conta su di me e non ho intenzione di deluderla. Mi dispiace ragazzi, ma non diventerete gli sgherri di quel comico”, informò gli studenti nel cortile della scuola, calando dall’altro. Quei poveri malcapitati cominciarono a seguirlo nella speranza che potesse portare rimedio a quello stato di cose, arrancando tra le risa che ormai li scuotevano da troppo tempo e che li avevano svuotati quasi di ogni forza.

“Bravi così, venitemi dietro”, incitò, conducendoli fin negli spogliatogli, per poi sbarrare la porta chiudendoli all’interno.

“E anche questa è fatta! Ora vediamo se non ce ne siamo perso qualcuno in giro.”

 

Il rumoreggiare ad intermittenza dei suoi orecchini diede a Ladybug la spinta giusta per cercare quanto prima una soluzione. “Come posso fare, non mi è rimasto molto tempo!”

Osservò attorno a sé: notò i suoi amici ancora bloccati dietro le quinte e l’intuito da coccinella “accese” il focus sulle apparecchiature nella scatola e Nino.

“Nino, certo! Lui ha una passione per queste cose!”

 

“Ladybug!” esordirono i ragazzi non appena l’eroina entrò nella loro visuale, avvicinandosi.

 

“Nino, ho bisogno del tuo aiuto, sai come far funzionare questi?”

Il ragazzo osservò l’attrezzatura che Ladybug gli poneva davanti. “Certo, sono un appassionato del genere, ma… cosa ti serve esattamente?”

“Ho bisogno che isolino i rumori esterni, ma che siano in grado di comunicazione tra loro, puoi farlo?”

Il ragazzo annuì deciso. “Puoi contare su di me, Ladybug!”

 

“Forza, anche voi, seguitemi, da bravi. Vediamo di sistemare questa situazione.”

Chat Noir giunse al teatro della scuola proprio mentre la coccinella era intenta a parlare con Nino.

L’eroe non notò immediatamente la compagna di lotta, concentrato a convogliare professori e studenti ridenti con l’intento di portarli in una delle classi vote e chiuderceli dentro.

“Ehi, micetto! Temevo te ne fossi andato”, fu Ladybug a richiamarne l’attenzione sentendone la voce.

“Lady, anche tu da queste parti, vedo. Trovato quello che cercavi?”

A quella domanda la ragazza annuì, “C’è ancora qualche piccolo dettaglio da sistemare, ma siamo a buon punto”, disse, rivolgendo uno sguardo d’intesa a Nino che era già al lavoro. “Piuttosto, quando ai finito con il preside e tutti gli altri, pensi tu a portare al sicuro i ragazzi?” così dicendo, indicò i quattro compagni al di là del sipario.

Gli occhi del gatto seguirono la mano della paladina di Parigi.

“Poi contarci, My Lady! Giusto il tempo di ritornare…” disse, dileguandosi nel corridoio seguito dalle vittime di Risata.

 

Gli orecchini dell’eroina annunciarono ancora una volta che il tempo a sua disposizione stava per scadere, il ritorno di Chat Noir e il vibrare dello Yo-Yo le evitarono però di recriminarci sopra.

“Arrivata alla scuola, dove porto il cattivone, Ladybug?” annunciò la voce dell’Ape dal microfono dell’arma della coccinella.

“Puntuale come un orologio, Queen Bee, portalo al teatro.”

“Calcolalo come già fatto, sto arrivando!”

Appena terminata la comunicazione Chat Noir si voltò verso i ragazzi. “Avete sentito. Attappatevi le orecchie, Risata sta per arrivare!” disse.

Alya e le altre ragazze annuirono e in men che non si dica, cominciarono a cercare qualcosa con cui isolarsi dai suoni.

“Quanto manca, Nino?” chiese la coccinella.

“Ho quasi fatto!” rispose il ragazzo.

Alya accanto a lui, gli posò una mano su una spalla. “Se qualcuno può farcela, quello sei tu Nino, so meglio d’altri che in te batte il cuore di un vero Eroe.”

Lo sguardo che si scambiarono fu eloquente per entrambi.

Ninò annuì poi sommessamente, deciso più che mai a portare a termine quanto gli era stato richiesto da Ladybug il prima possibile.

 

Chat Noir si accostò a Rose e Juleka, mentre arrotolavano pezzetti di stoffa e se li infilavano nelle orecchie.

“Ragazze, ma… la vostra amica Marinette, non era a scuola oggi?” Chiese con tono apprensivo.

Juleka fece per togliersi uno di quei tappi improvvisati dalle orecchie per capire cosa le avesse chiesto, quando Ladybug, non molto distante da loro, le fece cenno di lasciar correre e… “È al sicuro”, disse al ragazzo. “L’ho incontrata che cercava di capire cosa stesse accadendo e l’ho portata io stessa a casa.”

“Ahhh, grazie al cielo!” Sospirò sollevato, scatenando, senza rendersene conto, un moto di dolcezza nel petto della supereroina davanti a lui.

“Cosa ti prende?” Si biasimò Ladybug nella sua mente, “Non è il momento per queste cose… qualunque cosa esse… siano!”

“Fatto!” Esordì entusiasta Nino in quel medesimo istante, passando le tre cuffie, complessive di quella generata dal Lucky charm, a Ladybug.

“Perfetto!” disse la coccinella.

“Appena in tempo!” Fece notare Chat Noir, indicando l’ingresso di Queen Bee dalla porta principale della sala del teatro, seguita da un vero e proprio marasma di Zombi dal sorriso dentato in perfetto stile “Stregatto”.

Rapidamente Ladybug lanciò una cuffia verso la combattente in arrivo. “Prendi Queen Bee!”

“Presa!” dichiarò la ragazza afferrando al volo quanto le era stato tirato.

Un’altra cuffia venne spinta contro il petto del supereroe in costume nero. “Vai Chat Noir, porta in salvo i ragazzi!”

Il ragazzo annuì in risposta, eseguendo gli ordini della coccinella.

“Ed ora a noi, Risata!” concluse in fine lei, infilandosi a sua volta le cuffie.

 

 

“Oh, ma guarda chi abbiamo qui! Ladybug”, disse Risata arrivando nel teatro al seguito dei sui tirapiedi. “Sai qual è il colmo per una coccinella? Mettere i puntini sulle i”, e scoppiò in una folle risata.

 

“Mi dispiace, ma non ho orecchio per le tue battute da quattro soldi!” commentò la coccinella, verso il ragazzo akumizzato, prima di prendere la mira col suo Yo-Yo e colpire.

Uno dei servi del clown, si parò davanti al padrone prendendo quel colpo al suo posto.

Risata riprese a ridere più divertito che mai. “I miei ammiratori mi adorano. Sarebbero pronti a morire per me!”

“Accidenti! Questa proprio non ci voleva”, protestò Ladybug, prima di chiedere nel microfono attaccato alle sue cuffie: “Ti manca ancora molto, Chat Noir? Una mano in più non farebbe male.”

“Il tempo di battere le tue adorabili ciglia e sono lì, My Lady!” rispose questi, mentre la ragazza lanciava nuovamente la sua arma per andare ad abbarbicarsi sull’architrave dell’accesso principale a quella sala, evitando per un pelo la carica dei parigini influenzati da Risata.

“Ottimo, Chat Noir! E tu, Queen Bee, tieniti pronta a infilzare quel comico, ho un’idea.”

“Sono sempre pronta!” rispose l’altra, raggiungendo il fianco di Ladybug.

 

“Attaccate quelle due e portatele da me!” ordinò ancora il cattivone di turno, mentre i suoi servi si accalcavano contro la parete, arrampicandosi gli uni sugli altri per raggiungere le ragazze.

Rapidamente entrambe lanciarono le oro armi che, afferratesi alle travi del soffitto, gli permisero di lanciarsi dall’altra parte della stanza.

 

“Qualcuno ha idea sul dove si trovi l’Akuma?” chiese Chat Noir raggiunto il palcoscenico. Come aveva annunciato era arrivato nella sala in un batter d’occhio.

“La fotografia”, informò Chloè, rattristandosi, “Ci teneva davvero molto e io…”.

“Giusto, la foto”, intervenne Ladybug, poi, posandole una mano sulla spalla, “tranquilla Queen Bee, risolveremo anche questa!” la rassicurò con un sorriso.

“Non vedo nessuna fotografia!” constatò Chat Noir dopo aver controllato meglio l’aspetto del Clown.

“Nel taschino”, aggiunse l’ape. “Era lì che la costudiva.”

“Perfetto allora… tenetevi pronti!” Disse ancora Ladybug. “Al mio via, tu, Queen Bee, lo paralizzi e io recupero la foto.”

 

“Oh, finalmente anche il micetto si è aggiunto alla festa! Prendete anche lui, mio amato pubblico!” comandò ancora il pagliaccio.

 

“Ma come facciamo ad avvicinarci? Sono in troppi a proteggerlo e il potere di Risata non ha donato loro solo un orribile maquillage, ma anche una forza fuori dal comune” fece notare Chloè.

Nuovamente gli sgherri di Risata si accalcarono sotto le ragazze, eseguendo gli ordini del loro signore.

“Ed e qui che ci serve l’aiuto del Micetto!” rispose l’eroina, lanciandosi verso il palcoscenico. “Io cercherò di attirarne qui, sul palco, il più possibile. Tu, Chat Noir, riesci a usare Cataclisma sui tiranti del sipario in modo da fargli cadere addosso i tendaggi e bloccarli?”

“Puoi scommetterci, coccinella!”

“A quel punto saremo solo noi e lui, sarà gioco da ragazzi sconfiggerlo”, concluse lei.

Gli orecchini di Ladybug l’avvisarono del passaggio di un altro minuto.

 

“Cosa fai Risata? Non disperdere le forze”, echeggiò ancora la voce di Papillon nella mente di quel cuore oscurato dal male. “Prendi i Miraculous della coccinella e del gatto. Senza i loro poteri saranno in tua balìa e nessuno riuscirà più a impedirti di far ridere l’intera Parigi.”

“Hai perfettamente ragione, Papillon”, rispose il ragazzo Akumizzato. “Ladybug è la più vicina, prendetela! Vi voglio tutti intorno a lei, non permettetele di fuggire ancora!” Ordinò e i suoi servi si radunarono in massa intenti a salire sul palco.

 

“Cataclisma!” richiamò il suo potere Chat Noir, accovacciato sulle assi che sorreggevano il pesante sipario, dove era giunto grazie all’abilità d’allungarsi del suo bastone.

Il potere della distruzione si accumulava intorno agli artigli della sua mano.

“Tieniti pronto!” dichiarò Ladybug, indietreggiando, mentre i nemici si accalcavano sul palco, circondandola. “Ora!” disse, un secondo prima che le mani di quegli incubi ghignanti potessero raggiungerla, lanciando il suo Yo-Yo contro i pesi della tenda, chiudendo così il sipario e al contempo lanciandosi oltre il palco.

Un tocco deciso di Chat Noir sulla struttura e la tenda, senza più agganci, precipitava al suolo, bloccando i servi del clown sotto strati di stoffa.

 

“Ma cosa…?” si allarmò Risata, vedendo tutti i suoi Fan in scacco e ritrovandosi solo al centro della sala.

“Queen Bee, tocca a te!” comandò Ladybug ancora in volo, appesa alla sua arma.

L’Ape Regina non se lo fece ripetere due volte e piombando alle spalle del nemico… “Veleno!” annunciò.

Il malvagio fece appena in tempo a voltarsi che il pungiglione pulsante dell’eroina gl’infilzò il petto, paralizzandolo.

Ladybug atterrò accanto a loro. Un passo ed estrasse la foto dal taschino di Risata. La strappò in due con gesto deciso, liberando l’Akuma che vi era racchiusa.

 

“Niente più malefatte piccola Akuma”, recitò Ladybug, roteando la sua arma. “Ladybug sconfigge il male!” aggiunse, catturando la farfalla di Papillon.

“Presa”, dichiarò, mentre con tocco leggero schiudeva il suo Yo-Yo, liberando l’Akuma che, priva di potere, era tornata bianca come la neve. “Ciao ciao farfallina!”

 

Il tempo di vederla volare via che, “Miraculous Ladybug!”, proclamò, sfilandosi la cuffia e lanciandola in aria. Scomparì, in un nugolo di luci e cuori che si disperse su tutta Parigi, riportando ogni cosa alla normalità.

 

Tre pugni si accostarono tra loro in perfetta sincronia, mentre il coro di tre voci dichiarava entusiasta: “Ben fatto!”

 

Il tempo di retrarre la mano che anche l’ultimo punto sugli orecchini della coccinella cominciò a lampeggiare.

“Queen Bee, dobbiamo andare”, disse Ladybug, portandosi una mano all’orecchio.

La ragazza annuì. “Solo un momento, Ladybug”, chiese, chinandosi per raccogliere da terra la fotografia del ragazzo tornata integra.

La coccinella annuì a quella richiesta.

“Mi dispiace”, disse Chloè, accostandosi a Poule inginocchiato in terra e porgendogli quel caro ricordo. “Non sapevo che fosse tuo padre, ma anche se non lo fosse stato non mi sono comunque comportata bene verso di te. Sai, sono stata presa dall’invidia vedendoti ritratto con il grande Jean Luc Lefebvre. Ero una sua grande fan da bambina, sono una sua grande fan. I suoi spettacoli mi hanno tenuto compagnia nei momenti più tristi, quando ero piccola e mi sentivo sola perché i miei genitori non avevano tempo per me.” Un sorriso sincero apparve sul viso di Queen Bee, mentre il ragazzo prendeva la fotografia dalle sue mani. “Sei fortunato ad avere così tanti bei ricordi con tuo padre, non lasciarli mai andare via! Non farti buttare giù da nessuno, neanche se ti dovessi trovare a fare i conti con la più antipatica della scuola!” Terminò strizzandogli l’occhio.

Poule annuì deciso alle parole della ragazza, ritrovando il sorriso. “Sai, forse non sei poi tanto male come paladina di Parigi.”

“E io scommetto che tu sai davvero far ridere le persone, anche senza l’aiuto di Papillon.”

 

“Queen Bee, mi dispiace, ma dobbiamo proprio andare!” si trovò costretta a ribadire Ladybug.

L’altra eroina fu rapida ad annuire. “Andiamo”, rispose accostandosi a lei e lanciandosi nel corridoio.

“Chat Noir, pensi tu a liberare studenti e insegnanti, vero?” si assicurò la coccinella, allontanandosi in corsa.

“Puoi contarci!” rispose il gatto a piena voce, stirando le braccia, prima di mettersi all’opera.

 

“Anche questa volta hai vinto, Ladybug…” sfuriò Papillon mentre l’iride di metallo si chiudeva sulla vetrata con l’emblema della farfalla, “…ma ricordati, ride bene chi ride per ltimo!”

 

 

“Chloè ha fatto un passo in più sulla strada per diventare l’eroina del bene che tutti vorremmo che fosse, lei per prima”, disse Marinette, riponendo nella borsetta accanto a Tikki il cofanetto con il Miraculous dell’Ape.

La Kwami annuì sicura.

 

Il peggio era ormai passato e i ragazzi tornarono a dedicarsi all’allestimento del palco per lo spettacolo.

 

Il preside Damocles appese finalmente in bacheca i nomi dei partecipanti al festival e purtroppo, come era prevedibile, il nome di Poule non c’era.

“Mi dispiace, ragazzo mio…”, disse il preside, vedendo Poule abbassare il capo amareggiato e posandogli una mano sulla spalla, “…so quanto ci tenessi, ma abbiamo solo una serata e il tempo a disposizione non è sufficiente per permettere a tutti i ragazzi della scuola di esibirsi.”

Il ragazzo sollevò il viso, stentando un sorriso. “Va bene così, signor Damocles”, disse, “infondo un vero attore deve riuscire a tenere a bada la tensione anche quando tutto sembra remargli contro e, in effetti, in questo devo ancora farne di strada.”

“Complimenti, un ragionamento molto maturo, Poule”, si congratulò l’uomo.

“Preside Damocles”, arrivò inespertamente la voce di Chloè, “mi stavo domandando… e se il tempo ci fosse?”

“Cosa intendi, Chloè?” chiese il preside.

“E se lasciassi a Poule il mio posto nel Festival?”

“Ma Chloè”, disse Sabrina, “ti sei allenata tanto per entrare nello spettacolo.”

“È vero, ma io partecipo ogni anno, e non ho dubbi che l’anno prossimo sarò tra i migliori! Non ho certo dedicato alla danza buona parte della mia infanzia solo per vedere dei dilettanti fare quattro salti sul palco senza criterio alcuno.”

“Sicura Chloè?” chiese ancora il preside.

“Sicura”, dichiarò decisa.

“Allora, non credo ci siano problemi.” Poi voltandosi verso il foglio appeso, estraendo una penna dal taschino, cancellò il nome di Chloè Bourgeois, scrivendo accanto quello di Poule Lefebvre. “Complimenti ragazzo, sei nello spettacolo!” dichiarò infine verso questi.

D’istinto Poule, vedendo il suo nome sulla bacheca, si voltò verso Chloè, abbracciandola di getto.

La ragazza si fece sfuggire un sorriso stretta tra le braccia del giovane comico, prima di rimettere su il suo solito fare scostante, mai pronta a mostrare completamente il fianco: “Ok, ok, sono stata brava, ma non esageriamo, mi stai sgualcendo tutta la mise!”

 

“Cielo, Chloè Bourgeois che fa una buona azione? Sta forse per finire il mondo?” Commentò Alya, scatenando nel resto dei ragazzi una risata divertita e… sincera, dopo tutte quelle spese durante quella lunghissima giornata.

 

 

Era sera ormai, quando Marinette, appoggiata alla ringhiera della sua terrazza, si stava prendendo, insieme a Tikki, un po’ di tempo per rilassarsi con una tazza di cioccolata calda tra le mani.

Il peso del suo corpo posava solo su di un piede, mostrando una caviglia più gonfia del normale.

“Tutto è bene quel che finisce bene!” disse la Kwuami, addentando un biscotto ricoperto di gocce di cioccolato.

“Vero”, rispose Marinette.

“Mi dispiace per la tua caviglia.”

“Tranquilla Tikki, non fa tanto male e, per fortuna, l’adrenalina del combattimento non mi ha fatto sentire il dolore. Sarebbe stato un guaio se avessi avuto qualche impedimento, i nemici che schiera Papillon si fanno più forti scontro dopo scontro.”

“È vero, ma anche tu poi contare su alleati sempre più potenti.”

La ragazza le sorrise, come darle torto, d’altronde?


“Tikki”, chiamò dopo qualche istante di silenzio; dopo aver sorseggiato un po’ della sua cioccolata, “E se rivelassi chi sono a Chat Noir?”

“Ma Marinette è troppo pericoloso…” cercò di dissuaderla con fare rammaricato.

“Lo so, solo…” la voce della ragazza era colma di tristezza, “non è giusto e…”

 

“Disturbo?”

“Chat… Chat Noir?” balbettò Marinette, troncando il suo discorso con Tikki e voltandosi dal lato opposto della balconata.

La Kwami, abilissima come sempre, si fiondò all’interno della borsetta.

“Orecchie e coda, principessa!” disse lui con la solita spavalderia.

“Cosa ci fai qui?” quasi l’aggredì lei, sentendosi il cuore andare a mille per il timore provato per Tikki, ad un soffio dall’essere scoperta.

“Non sembri troppo felice di vedermi!” l’eroe era accovacciato, come sua abitudine, sulla balaustra di metallo.

Marinette si affrettò a dissentire, scuotendo il capo e muovendo rapidamente le mani davanti al viso. “No, no, no… solo… non me lo aspettavo, tutto qui! Cioè, non mi aspettavo di vederti. Piuttosto, come mai da queste parti?” domandò, riuscendo a riaversi almeno sul finire di quella frase.

“Volevo vedere come stavi?” disse lui con voce sincera e Marinette, fissandolo negli occhi e lasciandosi andare fino ad appoggiarsi di peso contro l’inferriata, si domandò assurdamente se fossero davvero verdi i suoi occhi sotto quella maschera. “La tua scuola è stata attaccata e… la tua caviglia”, disse ancora lui, abbassando lo sguardo.

“Oh!” sussultò lei, “Questa.” Abbassando a sua volta il viso e muovendo appena il piede sul quale non appoggiava. “Non è niente, sono solo stata troppo in piedi per i preparativi del festival scolastico.”

“Sicura?” Chiese lui, scendendo dalla ringhiera e muovendosi di qualche passo fino ad arrivarle davanti, chinandosi per controllare la situazione da vicino.

“Sicura. Davvero”, rispose, annuendo decisa, per poi trovarsi gettata di nuovo in quegli occhi verdi, dalla luminescenza innaturale per un essere umano: Chat Noir aveva alzato il volto e la stava fissando dal basso.

Le sorrise per poi aggiungere, sollevandosi lentamente: “Non dovresti sforzarla tanto o non guarirà bene.”

Per un secondo le mancò il fiato, nel vederlo tanto apprensivo e… “Sai, pensavo… e se… Ladybug…?", bofonchiò tentata dal desiderio di dirgli la verità.

Il ragazzo la guardò con fare interrogativo, non capendo probabilmente quanto stava cercando di spiegargli. “Ladybug? Cosa c’entra, adesso?”

L’entità di quanto stava per rivelargli non le permise di guardarlo oltre in viso. Distolse lo sguardo e scovò, nella borsetta socchiusa Tikki osservarla allarmata, dissentire con il capo quasi stesse supplicandola di desistere. Il dubbio di non star facendo la cosa giusta divenne più pressante del senso di colpa e… “No, nulla, solo… insomma, non penso che Ladybug approverebbe che un supereroe, come te, perdesse tempo con una ragazza qualunque, come me, invece di pattugliare Parigi”, cercò di recuperare tornando a guardarlo in volto.

Lo vide sorridere. “Vuol dire che eviteremo di raccontarglielo!” commentò scherzoso, ri-appollaiandosi con un balzo sulla ringhiera. “Allora, se va tutto bene, beh… io andrei!”

Nel momento stesso che il pensiero di lui pronto ad andare le sfiorò la mente, la ragazza si scostò dalla balaustra, abbandonò la sua tazza sul corrimano e l’afferrò con entrambe le mani per il bavero della divisa. Lo tirò a sé, sollevandosi, e lo baciò caldamente, sorprendendolo come aveva già fatto notti addietro.

Lo stupore nello sguardo di Chat Noir mutò presto in tenerezza, socchiudendo gli occhi ed abbandonandosi alla dolcezza di quel bacio.

“Buona notte Chat Noir”, gli sussurrò lei sul filo della labbra, scostandosi appena e abbandonando la presa sul costume da gatto.

“Buonanotte Marinette”, ripeté lui, sorridendole e riaccostandosi per rubarle un altro rapido bacio a fior di labbra, prima di lasciarsi cadere all’indietro, nel vuoto, e lanciarsi tra i tetti di Parigi.

 

“Hai fatto la cosa giusta, Marinette!” Affermò Tikki, sgattaiolando fuori dalla borsetta.

“Lo so, Tikki”, disse lei, riafferrando la tazza ancora fumante e portandosela alla bocca. Un lungo sorso, mentre osservava quel gattastro dileguarsi nella notte, mentre uno strano senso di tenerezza le riscalda il petto accompagnato dall’assurda riflessione che quella cioccolata non fosse dolce quanto le labbra di Chat Noir.

 

lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)

Titolo: Una notte troppo lunga, cap. 3 (Ultimo capitolo)

Cow-t 9, Quinta settimana, M1.
Prompt: “Scontro”
Numero parole: 9970
Rating: Giallo
Fandom: Saint Seiya

Introduzione: Gli anni passano, i cavalieri cambiano, i nemici cambiano, ma non il loro nobili ideali.
Genere: Azione; Urban Fantasy; Sovrannaturale
Coppia: Nessuna
Avvertimenti: Contenuti forti; Violenza

 

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Zoe e Adrien raggiunsero rapidamente i tre ragazzi al centro dell’enorme meridiana, mentre l’ultimo dei demoni traditori scompariva.

“Un po’ di respiro, finalmente!” esordì il Cavaliere della Freccia, ritrovandosi spalla a spalla con l’amico.

“Ti sono mancato?” ironizzò Adrien facendogli l’occhiolino, abbassandosi sotto la carica di un attaccante, sollevandolo letteralmente, usando solo la sua forza fisica per proiettarlo di alcuni metri oltre i suoi compagni, contro dei nemici che tentavano lo stesso tipo di approccio.

“Puoi dirlo forte, vecchio mio!”, commentò Eros

“Uomini!” sbuffò Cassiopea poco distante.

 

“Di chi sono figlia”, si disse Natalija per una manciata di secondi indifferente allo scontro che le vorticava attorno.

Come poteva Waah, il demone appena scomparso, sapere di chi fosse figlia?

Crono probabilmente li aveva controllati a lungo prima di attaccarli, ma… non era quello il punto: quei tre Algar avevano rischiato tutto favorendoli ed era certa che in quelle parole si dovesse celare un aiuto di qualche tipo, ma quale?

“Di chi sono figlia…”, ripeté lentamente, soppesando ogni singola parola nella sua mente, mentre il pensiero scorreva sulle persone che le erano più care, fino a sua madre, alle sue peculiarità di cavaliere e… suo padre.

Gli occhi della ragazza si sgranarono a quella improvvisa rivelazione. Suo padre non era un cavaliere, eppure aveva sempre superato ogni aspettativa. Erano stati molte cose i suoi genitori, bambini soldato, assassini, superspie, vittime di un progetto segreto al servizio dei corpi speciali dell’ONU… erano stati molte cose, ma non avevano mai mollato e certo non avrebbe mollato lei solo perché privata momentaneamente del suo cosmo. Già, momentaneamente!

Guardò Crono e il libro che stringeva a sé.

Il pensiero di suo padre ancora vivido nella mente; istintivamente le mani si mossero sotto le protezioni dell’armatura, fino a sfiorare le tasche della sua undersuit, quelle tasche cucite appositamente per essere invisibili agli occhi di chi non sapesse dove guardare, vi affondò le dita e strinse i pugni attorno a quei minuscoli oggetti ricolmi d’opportunità e ricordi. Strinse i pugni con ritrovato vigore e dichiarò a voce sommessa, più a se stessa che ai compagni che le erano accanto: “Vado.”

“Cosa?” chiese Zoe, in quel momento la più vicina.

“Vado a prendere quel maledetto libro, copritemi”.

“Che diamine dici, tra noi e Crono ci sono centinaia di demoni e quel pazzo continua a evocarne”, le fece notare Eros, abbassandosi e schivando un nemico, che privo del suo bersaglio stramazzava a terra, ridotto all’impotenza da un gomitata assestata in piena schiena dal Cavaliere dell’Altare.

“Vado ho detto, posso farcela. Voi toglietemene il più possibile da dosso.”

“Ma Nat…” Tentò di farla ragionare Zoe, frustando l’aria con la sua catena che se pur svotata dal cosmo non era certo meno delicata contro gli avversari.

“Ce la faccio” rincarò la Corona Boreale

“Vai!” disse improvvisamente Dafne. “Se hai un asso nella manica vedi di usarlo e anche in fretta. Ti copro io.” Il Cavaliere di Cassiopea assestò un violento calcio al volto dell’ennesimo avversario, atterrandolo e strizzando un occhio alla compagna nel tornare in posizione.

Natalija annuì decisa e si lanciò nella mischia.

Lo sguardo di Dafne cadde sulla faccia stupita di Adrien e Eros. “Mi fido di Rainbow Dash e allora? Quella ragazza è piena di risorse, non dimenticatelo”, li riprese con solita spavalderia.

 

Natalija nel suo slancio ripassò mentalmente non solo le arti di lotta apprese durante l’addestramento tra i ghiacci, ma ogni singolo giorno passato ad allenarsi con suo padre, coccolata dall’assoluta certezza dell’uomo che quelle tecniche, e quelle apparecchiature, studiate per chi non possedeva il potere delle stelle, prima o poi, le sarebbero state utili e, chissà, le avrebbero potuto salvare la vita.

Sorrise dolcemente a quel ricordo: forse quel giorno era arrivato!

 

Un gremito gruppo di Demoni le bloccava il passo, scivolò letteralmente tra le gambe del primo che le si parava davanti, stringendo tra le mani la certezza che non si sarebbero rivelati un problema, non avrebbero fermato la sua corsa. Ne eluse un secondo e, come le era stato insegnato dal genitore, attivò e rilasciò il primo dei suoi giocattoli esattamente al centro del gruppo.

Un disco non più grande di un una noce lampeggiò per un istante, prima di elettrizzare una piccola parte dell’area circostante, shockando i suoi avversari.

Suo padre non possedeva un cosmo, era vero, ma era una spia addestrata e un vero e proprio genio della micro-ingegneria bellica.

Un ghigno soddisfatto le si dipinse in volto, mentre l’intuito da spia, mai sopito, le indicava il percorso più rapido e scartabellava le strategie più valide per raggiungere il suo obbiettivo.

 

Un ghigno compiaciuto sfuggì alle labbra di Cassiopea, un ghigno che non avrebbe mai ammesso, ma dettato dalla consapevolezza che se c’era qualcuno che poteva farcela quella era Natalija; nessuno tra loro riusciva a ragionare alla velocità di quella piccola strega!

Il Cavaliere atterrò uno dopo l’altro una serie di Algar troppo impulsivi, muovendosi rapidamente, ponendosi nella traiettoria dei nemici intenti a bloccare l’avanzata della Corona Boreale.

Uno di quei maledetti demoni la costrinse a indietreggiare per schivarne l’attacco, ma Cassiopea riuscì comunque a sbalzarlo all’indietro senza permettergli di avvicinarsi all’amica, ruotando su se stessa e coprendolo con un calcio volante ben assestato prima di scattare in avanti per atterrare un altro demone con una gomitata mirata a spezzargli lo sterno.

 

Dafne era stata di parola, stava davvero coprendo le spalle a Natalija. 

 

Il Cavaliere della Corona Boreale superò un altro gruppo di nemici con una finta sapiente e un gadget da urlo, realmente da urlo: onde soniche a breve distanza sgretolarono i timpani dei suoi assalitori, riducendoli all’impotenza. Un altro gruppo le si fece sotto, troppo serrato tra loro per essere davvero un problema per lei. Una falciata alle gambe del primo, usato immediatamente dopo come trampolino per superarli agilmente, procedendo letteralmente sulle loro spalle per quel tratto.

Il tempo di rimettere i piedi in terra senza frenarsi di un solo centimetro o rallentare che avvertì qualcosa di tagliente sfiorarle il viso.

“Troppo vicino, bello!” La voce di Cassiopea; inconfondibile come il suo sorriso avventato. La guerriera bloccava con la sua frusta il polso del demone artigliato che aveva sfiorato Natalija.

“A buon rendere!”

“Zitta e corri, Strega!” le intimò la mora, incassando un colpo al ventre e sputando sangue, troppo scoperta dopo quel salvataggio, ma… “Mossa sbagliata, amico.”

“Povero demone”, pensò Natalija, conoscendo la compagna d’addestramento: quel piccolo incidente aveva reso Cassiopea solo più combattiva e pericolosa.

Alla ragazza in corsa non riuscì di vedere la contromossa di Dafne, ma fu abbastanza sicura che il corpo in armatura bianca e artigli scaraventato contro l’ennesimo demone che tentava di bloccarla fosse proprio il tizio che aveva osato colpire la sua amica.

 

Natalija evitò un paio di attaccanti in carica, abbassandosi d’improvviso e lasciando che capitombolassero oltre il suo corpo, si sollevò subito dopo pronta a riprendere la sua marcia, quando si trovò afferrata e sollevata da terra.

Uno di quei maledetti demoni era riuscito a prenderla alle spalle: sentì mancarle il fiato stretta nella morsa del guerriero.

 

Cassiopea non era distante, ma ancora impegnata nello scontro.

 

La Corona Boreale era immobilizzata, mentre altri demoni stavano avvicinandosi. Uno prima d’altri la fronteggiò pronto a colpirla, mentre era trattenuta e impossibilitata a difendersi.

“Maledizione!” ringhiò il suo pensiero, mentre soppesava la prossima mossa, sperando di resistere a quel colpo che sembrava infattibile evitare.

“Non pensarci nemmeno!” arrivò adirata la voce di Zoe, mentre la catena di Cefeo sferzava l’aria tra la compagna e il guerriero, interrompendo l’attacco.

Il demone fu costretto a prendere le distanze, mentre il cavaliere, rapida come era apparsa, avvolgeva le spire metalliche della sua arma attorno al collo dell’Algar che teneva bloccata Natalija.

“Ti conviene lasciare la mia amica se vuoi che non finisca male, Bellezza!”

L’Algar non se lo fece ripetere due volte.

 

“Ti devo un favore!” disse Natalija non appena i suoi piedi toccarono nuovamente il suolo.

“Naaa, vedi di ridarmi il cosmo e siamo pari!”

Zoe la guardò annuire e proseguire la corsa, schivando un demone dopo l’altro mentre le sue due compagne, catena e frusta, inesorabili, ne proteggevano l’avanzata.

 

“Sorprendente come al solito, la ragazza!” commentò Zoe trovandosi a fiancheggiare Dafne in quell’azione.

“Noi non siamo certo da meno!”

“Ovvio!”

Le ragazze si sorrisero complici, prima di dividersi per coprire più spazio possibile.

 

Più Natalija si avvicinava al libro e al suo possessore più demoni venivano evocati.

Per quanto le sue amiche proteggessero la sua avanzata, sperare che nessuno dei colpi avversari la raggiungesse era solo un’illusione; ciò nonostante, schivata dopo schivata, colpo dopo colpo, nonostante le ferite, il suo obbiettivo era ormai solo a pochi metri.

I demoni che si frapponevano tra lei e quel folle scienziato sembravano infiniti. Le si avventarono contro inesorabili, ma era ad un passo ormai, non poteva rinunciare.

Difendersi avrebbe dato tempo a Crono di preparare un’eventuale contromossa, non poteva rischiare, doveva tentare il tutto per tutto: incurante dei colpi inflittile, convogliò tutte le forze residue per annientare quel falso dio, mettendo tutta se stessa in quell’unico irripetibile tentativo.

 

Colpì.

 

Crono cadde all’indietro, lo Skulkur gli volò via di mano.

 

I demoni non terminarono il loro attacco; colpirono la ragazza irrimediabilmente, schiacciandola contro il terreno.

Zoe di Cefeo riuscì a svincolarsi dallo scontro e intervenne per difendere l’amica, cercando come poteva di sottrarla alla calca devastante di corpi e armature, ma…

“Il libro”, gridò Natalija disperata, sofferente, mentre un calcio infieriva sul fianco. Nella testa solo la speranza che l’altra cavaliere capisse: non era lei la priorità, ma quel maledetto tomo.

Zoe, malgrado gli sforzi della compagna, non ne udì le grida, mentre l’ennesimo colpo alle costole costringeva Natalija a sbottare sangue e saliva.

“Bastardo figlio di puttana!” inveì Cefeo accecata dalla rabbia.

 

Il libro stregato era caduto poco distante da Natalija. La vista le si offuscava, ma doveva recuperarlo. Si sporse per raggiungerlo contro l’ineluttabilità del fato: allungò il braccio tra il dolore lancinante e l’affanno del fallimento, mentre i colpi nemici continuavano a riversarglisi addosso; mentre più mani le si avvinghiavano attorno per impedirle di muovere anche un sol muscolo.

Un piede le bloccò la mano protesa, schiacciandola in terra. Gridò accecata dal dolore, mentre sentiva le ossa spezzarsi.

Troppe armature bianche si frapposero tra lei e lo Skulkur, coprendone la visuale, non prima però di aver tempo di scorgere i calzari di Crono fermarsi accanto al libro.

 

Il suo bersaglio era ancora vivo.

 

“No, no, no!” rantolò ancora Natalija con l’ultimo alito di fiato che le restava nei polmoni.

 

L’illusione di quel regno senza tempo svanì in un vortice di colori, riportando lei, e non solo lei, dove il cielo era puntinato di stelle e la luna piena risplendeva alta oltre le cime degli alberi.

 

“Il parco? Ma… come è possibile?” pensò la Corona Boreale, mentre la battaglia, malgrado il cambio del terreno di gioco, sembrava ancora lontana dal cessare.

“Maledetti Cavalieri d’Atena!” intimò la voce dell’uomo che aveva appena visto svanire il suo regno, mentre le mani di Dafne trascinavano Natalija fuori da quel groviglio di demoni, trattenuti da… “Immolazione del Re!” Le catene di Cefeo erano nuovamente pervase di vita cosmica.

 

“A quanto sembra, era sufficiente farglielo cadere di mano!” constatò la voce di Cassiopea mentre portava Natalija al riparo dallo scontro. Depositò la ragazza ai piedi di un albero con estrema premura, contrariamente al suo solito.

“Sei stata brava, Principessa, ma ora pensa a riprenderti e lascia fare il resto ai professionisti!” Un ghigno da presa in giro si dipinse sulle labbra del cavaliere prima che andasse; la stessa Dafne che, pur millantando in continuazione di non aspettare altro che l’occasione giusta per lasciarla crepare, era lì a metterla al sicuro.

Dafne e la continua rivalità nei suoi confronti.

Dafne che credeva non sapesse di tutte le lacrime versate sulle pagine di vecchi romanzi per ragazze.

L’ironia della cosa avrebbe strappato un sorriso a Natalija, non fosse stato che le labbra le dolevano come se le fossero state strappate e il dolore al fianco le rendeva quasi impossibile respirare.

“Devo avere un polmone perforato”, pensò, alzando faticosamente lo sguardo al cielo.

Le stelle brillavano di nuovo sulla sua testa.

 

L’energia delle costellazioni donava ai cavalieri poteri e capacità fisiche incredibili: li rendeva più forti, più resistenti. Gli dava la facoltà di guarire più rapidamente e risanare quelle che per altri erano considerate ferite mortali.

Natalija aveva subito però troppi colpi, che non le sarebbero stati fatali, non al momento, ma non si sarebbero neanche risanati tanto velocemente; qualche minuto di riposo non sarebbe bastato a farla riprendere, non questa volta.

La ragazza tornò con lo sguardo al combattimento.

Il mondo nascosto era stato rivelato: centinaia di guerrieri dall’armatura candida si scontravano in massa contro i suoi amici, cavalieri o meno.


Non erano più in tragico svantaggio: avevano riguadagnato la benevolenza degli astri e solo pochi avversari erano allo stesso livello dei tre Algar che lei aveva affrontato per prima in quello stesso luogo. 
Con un po’ di fortuna, avrebbero persino potuto vincere.

 

 Crono aveva riguadagnato lo Skulkur. Cercò qualcosa tra le pagine consumate del libro e incominciò a leggere. Qualunque cosa stesse tentando di fare, il furore della battaglia l’ostacolava: la luce che ammantava le pagine del libro, mentre recitava l’incantesimo, si affievoliva ogni volta in cui qualcosa interrompeva il ritmo delle parole salmodiate o se una soltanto di queste veniva pronunciata in maniera errata, costringendolo a ricominciare daccapo.

Rievocare il suo regno incantato si stava rivelando impossibile: l’incantesimo era troppo complesso e troppo lungo. La frustrazione crescente si unì alla consapevolezza che fosse tardi ormai, troppo tardi per imprigionare i cavalieri ancora una volta. Non poteva creare attorno a loro il suo mondo senza tempo, non erano creature dello Skulkur, dovevano essere condotti fisicamente in quel luogo, proprio come era stato costretto a fare la prima volta.

I Cavalieri d’Atena, tornati alla loro realtà, avevamo riacquistato tutti i loro poteri e, prima di poter fare qualunque cosa, Crono doveva sconfiggerli, non c’era altra alternativa. Prima però aveva bisogno di riorganizzarsi e si diede tempo nell’unico modo possibile: evocare demoni, sempre più demoni da frapporre tra lui e i suoi nemici, così da riuscire a fuggire con il libro e prepararsi a una nuova offensiva.

 

La falsa divinità convogliò così i suoi sforzi per quell’unico scopo, riuscendo ad allontanarsi sempre di più dallo scontro.

 

“Sei solo un folle”, urlò Dafne, non lontana dall’uomo quanto questi avrebbe voluto.

Gli occhi del tiranno erano sgranati e furibondi, il volto di Cassiopea teso e inespressivo.

In entrambe le mani del cavaliere le fruste cominciarono a brillare di luce astrale.

“Treccia di Cassiopea!” La sua arma mentre fendette l’aria diretta a colpire Crono.

Un urlo atroce, più acuto degli altri, sovrastò il suono della battaglia. Ma… non era stato il despota a gridare.

 

“Dannazione!” ringhiò Dafne furiosa. “Perché diavolo questi maledetti Algar non si levano dai piedi?”

Davanti a Crono, un demone era intrappolato tra le spire della frusta di Cassiopea, tremante per il terrore e per la forza della morsa che gli stritolava le carni.

Gli occhi dell’Algar divennero vacui in un istante, lo stesso istante in cui si udì il macabro scricchiolare di ossa che si spezzavano e… smise di tremare.

Si era intromesso; aveva pagato caro il suo gesto.

 

“Non la sua, la vita che volevo”, infuriò Cassiopea.

Crono ne approfittò per evocare altri demoni.

Il cavaliere accerchiata si trovò costretta a difendersi, anziché dedicarsi alla sua preda come avrebbe voluto… e dire che ci era arrivata così vicina!

 

“Riflesso della Regina!” ordinò Dafne e gli Algar vennero respinti indietro dal riflesso dei loro stessi colpi.

“Non ve l’aspettavate da una tipetta tanto delicata, vero?” dileggiò contro gli sfortunati che l’avevano appena fatta irritare più del dovuto, permettendo a Crono d’allontanarsi dal raggio d’azione delle sue fruste.

 

  Natalija era in terra, poggiata contro il tronco di quell’albero, sofferente per i colpi subiti: l’armatura le rendeva faticoso respirare, pur anche il peso fosse tornato sostenibile, dal momento che era stata nuovamente intrisa dall’energia della costellazione che le conferiva nome e poteri.

Si sentiva come schiacciata a causa dello stato in cui versava dopo quell’attacco suicida.

“Armatura della Corona Boreale”, invocò con voce fievole, “abbandona il mio corpo”, quasi inudibile alle sue stesse orecchie, ma sufficiente ad ottenere che la sua corazza si dissolvesse. Svanì nel nulla e lei, almeno per qualche istante, si sentì sollevata.

 

Poco più in là infuriava ancora la battaglia.

 

  Zoe si trovava nuovamente a fiancheggiare Adrien nella lotta.

“Spire di Cefeo!”, minacciò la ragazza, mentre, investiti dalle sue catene, diversi nemici cadevano sopraffatti dalla potenza del suo cosmo.

“Ben fatto, Rospetta!” si congratulò Adrien.

Zoe a quel soprannome non riusciva proprio ad abituarsi, per sfortuna sua (e dell’intero universo) il Cavaliere dell’Altare aveva la pessima abitudine di dare nomignoli ad ogni cosa, anche alle sue stesse parti anatomiche, quindi… “Tanto vale sorvolare per una volta”, le suggerì il buon senso e si limitò a scuotere il capo. “Beh”, notò poi, fermandosi un momento a riprendere fiato, “è anche merito tuo, il tuo colpo li ha disorientati.”

Il tempo di scambiarsi un sorriso d’intesa e si lanciarono nuovamente nello scontro.

 

Benarin e Lothar rimanevano incollati l’uno all’altro durante la battaglia. Per i due gemelli tenere testa ai nemici, sincronizzando i loro attacchi, risultava facile come bere un bicchiere d’acqua.

A Benarin ancora bruciava l’essersi fatto prendere in giro da Crono, quando avrebbe potuto mettere fine a tutta la faccenda. Si era sentito spiazzato, preso in contropiede, sciocco e non gli era piaciuto affatto.

Combatteva travolgendo interi gruppi di demoni con le sue onde d’urto, tenendoli a distanza mentre il fratello li atterrava uno a uno senza risparmiarsi.

Per quanto fossero identici nell’aspetto, da sempre Benarin avrebbe voluto avere almeno un briciolo della fermezza e determinazione di Lothar, ma aveva capito da un pezzo ormai che lui era fatto di tutt’altra pasta: distratto, troppo a volte, e inevitabilmente sciocco.

Si morse un labbro a quella riflessione, mentre osservava il fratello atterrare un avversario con un falso colpo al ventre e un vero diretto in pieno mento.

Lothar, a differenza sua, si divertiva… si divertiva a combattere.

Il suo gemello era in grado di vedere, letteralmente, alcuni secondi nel futuro e avere così un quadro delle possibili azioni del avversario e prevenirle. Questo ovviamente gli costava energia e non poteva usare quella capacità troppo a lungo; ma anche Lothar, come Benarin, sembrava furioso e la rabbia a cavallo dell’adrenalina nelle sue vene sembrava aver annichilito prima di tutto la stanchezza.

Nel giocare al gatto con il topo però, il ragazzo si ritrovò nella traiettoria di tiro di un trio di demoni che, senza esitazione, convogliarono quella che a Benarin parve energia cosmica, preparandosi a colpire.

“Spostati, Lothar!”

Il telepate ubbidì istantaneamente al fratello, gettandosi di lato, intuendone le intenzioni.

“Onda d’urto!” gridò ancora Benarin, generando nell’etere un’immane vibrazione che investì il nemico.

Mentre il fratello si precipitava a finire il trio mandato a gambe all’aria, un Demone, approfittando di quella distrazione, s’avvicinò a Benarin tanto da afferrarlo.

Il ragazzo venne stretto in una morsa tanto salda quanto dolorosa, che gli spezzò il fiato.

Ci volle un attimo, solo un attimo: il tempo necessario al cervello di Benarin per tradurre quella sensazione in fatto ed agire.

Con agilità felina, merito dell’addestramento militare, si sciolse dal mortale abbraccio, riuscendo a capovolgere la situazione: invece d’ostacolare quella presa l’aveva assecondata, chiudendosi nelle spalle, anticipando la stretta dell’Algar, e scivolandogli così tra le braccia. Rapido gli era poi passato tra le gambe così da trovarsi lui alle spalle del nemico.

“Non dovevi farlo!” gli disse, per poi sussurrargli all’orecchio: “Onda sonica!”

Lo spinse, allontanandolo di qualche passo, e schiuse le labbra fino a spalancarle.

Non si udì nessun suono, eppure la realtà osservata attraverso il cono d’aria che dalla sua bocca estendeva verso il nemico, vibrò come percorsa da terribili fremiti.

Il Demone indietreggiò ulteriormente, incrociando le mani davanti al volto, sperando di resistere all’attacco, ma fu del tutto inutile: crollò a terra in un mare di sangue, gli occhi esplosi e il corpo molle come gelatina, ogni suo osso frantumato dall’interno.

“Ti avevo avvisato”, disse il ragazzo, chinandosi e posando, mimando dolcezza, una mano tra i capelli dell’Algar che, deprivato della vita, scompariva tramutandosi in fumo. “Mai attaccare un esper alle spalle, non puoi sapere come la prenderà.”

 

Lothar fu accanto al fratello nel secondo in cui tornò a ergersi diritto.

“L’armatura di questo tizio si è disintegrata sotto il mio attacco”, l’informò Benarin col volto al terreno ancora fumante promemoria di dove, pochi istanti prima, si trovava il cadavere.

“I nostri colpi non riducono in quelle condizioni le armature di un cavaliere,” constatò Lothar.

“Quindi non sono cavalieri”, concluse Benarin, ottenendo un cenno d’assenso da parte del fratello.

Non ebbero il tempo di rifletterci ulteriormente che un fascio di energia oscura sfrecciò contro di loro, costringendoli a dividersi per schivarne la potenza e a rigettarsi nel vivo dello scontro.

 

Leonidas del Centauro ed Estéban della Lira durante il combattimento si erano lentamente allontanati, fino a ritrovarsi a lottare da soli.

Anche se questo non li rendeva certo meno pericolosi.

 

Malgrado si trovasse senza armatura il Cavaliere della Lira poteva contare di nuovo sui suoi poteri.

La musica cosmica, richiamata dal suo Stringer Nocturne colpiva inesorabilmente le terminazioni nervose del nemico fino a paralizzalo, il resto poi per lui era un gioco da ragazzi.

Tutto si poteva dire su Estéban e sulla sua passata perdita di… rotta. Non si poteva però insinuare che gli anni di allenamento a cui l’aveva sottoposto Shaina, il Cavaliere dell’Ofiuco, avessero fatto di lui un incapace, altrimenti il Grande Tempio non avrebbe ritenuto necessario mandare un cavaliere d’oro a recuperarlo quando… quando era uscito di senno. Di acqua ne era passata sotto i ponti, ma ancora gli pesava, come gli pesava non poter dire ai suoi compagni che non aveva dimenticato a casa il suo simulacro, ma che per volere della dea non gli era permesso indossare la sua corazza al di fuori delle missioni ufficiali. Avrebbe voluto davvero parlarne, almeno con Natalija, ma… adesso le sue priorità erano altre e in cima alla lista c’era il desiderio di riguadagnarsi la piena fiducia di Atena, della sua maestra e del Santuario. Quei Demoni, in fondo, non erano altro che un sassolino fastidioso sul percorso che si era prefissato.

 

Leonidas era stato colpito al braccio dal fendente del suo avversario e questo l’aveva davvero, davvero fatto arrabbiare.

“Preparati ad incontrare la tua Divinità!” minacciò il demone blandendo la sua arma di cristallo.

Le mani di Leonidas si mossero nell’aria, tracciando le stelle della sua costellazione. “Fulmine purpureo!” annunciò, lanciandosi, e scagliando diverse sfere d’energia, contro l’Algar così da renderlo inoffensivo.

Il demone, con prontezza di riflessi, schivò i colpi del Cavaliere del Centauro per poi dire, ghignando: “Peccato! Ho già conosciuto questo colpo. Credevo sapessi fare di meglio.”

Le labbra di Leonidas, prima tese, si piegarono in un sorriso avventato: “Cometa del centauro!”, dichiarò, mentre gettandosi nuovamente verso il nemico univa la potenza dei suoi fulmini in una sola enorme sfera di luce percorsa da lampi luminosi che lo avvolse completamente, riversandosi poi irrimediabilmente contro il nemico.

Il demone crollò a terra privo di conoscenza e, forse, privo anche della vita.

“So fare di meglio”, disse Leonidas come risposta a quella che ora suonava una domanda assurda. “Peccato che il mio meglio sia stato un po’ troppo per te”, concluse sarcasticamente, portandosi una mano alla spalla ferita. Voltandosi, scattò di corsa, preparandosi ad affrontare un nuovo avversario che, approfittando della situazione, gli si stava gettando contro con tutta la sua potenza e velocità; peccato che anche tutta la rapidità del mondo non sarebbe stata sufficiente a farlo passare inosservato ai sensi allertati dell’allievo del Cavaliere di Pegasus, né tanto meno a garantirgli la prima mossa.

 

Dafne era nuovamente spalla a spalla con il Cavaliere della Freccia e più che impegnati in un vero scontro sembravano si stessero dando manforte nel macellare chi giungeva nel loro raggio d’azione, ed il raggio d’azione dei loro colpi era decisamente molto vasto.

“Mi fa uno strano effetto starti accanto, moretta”, disse il cavaliere dagli occhi rossi, “è come se risvegliarsi in me uno strano istinto sanguinario.”

“Non dovresti parlare così, noi siamo i buoni, non dimenticarlo!”, lo rimproverò il Cavaliere di Cassiopea mentre con la sua frusta stritolava l’ennesimo, malcapitato, demone.

“Se lo dici tu, come posso contraddirti”, ghignò Eros, mentre l’arco tra le sue mani veniva percorso dall’energia del suo cosmo e una freccia di spine intrecciate si materializzava nella sua mano. “Freccia scarlatta!” dichiarò con fervore, scagliando il suo dardo.

Rovi di spine serpeggiarono dalla freccia non appena penetrò il terreno, fino ad avvolgere i nemici in una morsa mortale.

“Carino”, commentò la ragazza, sciogliendo dalla stretta della sua frusta un demone esanime, “ma anche la mia Treccia non è da meno. Piuttosto, che dici, posso prenderlo in prestito?”

“Fai pure, mia cara”, acconsentì il ragazzo.

“Vedrai che non te ne farò pentire” dichiarò sicura Dafne per poi annunciare: “Riflesso della Regina!” e benché il suolo venisse colpito dalla frusta di Cassiopea, dal suo impatto rovi identici a quelli lanciati dal Cavaliere della Freccia si diressero rapidi e inesorabili verso i nemici.

“Accidenti, se è inquietante! Ogni volta questa tua cosa mi fa venire i brividi.”

“Cassiopea era la regina degli specchi, non dovrebbe stupirti troppo.”

“Mi preoccupava invece, tende a non essere mai uguale al precedente e questo ti dà un bel vantaggio, mia regina!” Finse un inchino, preparandosi poi a scagliare una Pioggia di Frecce contro il nemico. “Ma questi non finiscono mai?”, Aggiunse tendendo l’arco, “Non pensano alla ritirata?”

“A quanto pare non si rendono conto di essere in netto svantaggio”, gli risposero gli occhi color ghiaccio del Cavaliere di Cassiopea, che balzando in aria si precipitava tra un gruppo di demoni, minacciando: “Treccia di Cassiopea!” sfoderando di nuovo la sua arma preferita e sbaragliando gli avversari.

“Pioggia di Freccie!” fece eco al colpo della ragazza, mentre una moltitudine di frecce fantasma precipitarono sul nemico confondendo frecce illusorie a quelle reali e così impossibili da schivare in toto.

“Caspita che donna!” pronunciò Eros a colpo inferto, “poverino chi ti sposa, voglio vederlo a cercare di avere la meglio su di te.”

“Taci, idiota!” gli urlò contro lei “E… attento alle spalle, dannazione!”

Il Cavaliere della Freccia si voltò, ma a pochi metri da lui un guerriero in armatura bianca aveva già scagliato il suo colpo. Rapido, si chiuse su sé stesso nel tentativo di porre resistenza al colpo: schivare era ormai impossibile.

“Riflesso della Regina!” Arrivò alle sue orecchie mente un’ombra gli si parava dinanzi.

Il tempo di riaprire gli occhi e il turbine di fiamme scagliato dal demone veniva rispedito al mittente. L’Algar del fuoco colto alla sprovvista si accasciò al terreno, avvolto dal suo stesso potere.

“Grazie”, disse Eros alla compagna circondata dalla luce del suo cosmo che bruciando rendeva ancora più micidiale ogni suo colpo.

“Allora?” disse lei voltandosi appena, “Trovi ancora tanto inquietante il mio colpo, adesso che ti ha parato il culo?”

“Cavolo sì! Per carità ho gradito, ma non posso sorvolare sul fatto che incute quel certo non so che”, continuò il ragazzo, affiancandosi a Dafne in modo da coprire i rispettivi punti ciechi.

“Non riesci a dire un semplice sì o un no, vero?” criticò lei con un tono che al contrario della beffa che voleva improntare parve confortante.

“Uhm… me lo domanda sempre anche il mio maestro e…”

“Cielo Freccia! Era una domanda retorica!”

“Ehi bella, sei tu che dai frecce al mio arco. Frecce, l’hai capita questa? Frecce” ironizzò Eros.

“Atena, ti supplico…” borbottò la guerriera continuando a combattere, immediatamente interrotta dal compagno.

“Anche questo lo dice spesso il mio maestro.”

“Chissà perché non ne non ne avevo alcun dubbio.”

“Davvero?” Chiese lui, facendosi pensieroso e fermando la propria offensiva.

“Ti sembra questo il momento di rifletterci, muoviti e combatti, maledizione!” l’incitò lei sgranando gli occhi, esterrefatta dal comportamento dell’allievo di Aphrodite dei Pesci.

“Rifletterci? Eh, eh!” ridacchiò, scuotendosi e beccandosi un’occhiata torva da parte della ragazza, “detta da te è carina!”

La ragazza roteò gli occhi in una tacita supplica, mentre decideva di lanciarsi nuovamente nella mischia.

“E no!” disse Eros, seguendola. “Questa volta ti scordi di lasciarmi indietro, bellezza! Pioggia di Frecce!” dichiarò per aprirsi il cammino.

“Treccia di Cassiopea!” riecheggiò la voce di Dafne, mentre entrambi sparivano nel chiarore dell’esplosione dei colpi e nella polvere del combattimento.

 

“Ma guarda quei due che tipi!” commentò Tomas, Cavaliere del Leone minore, distraendosi dalla sua azione quando Dafne e Eros gli sfrecciarono accanto.

“Cosa fai? Perdi tempo a confabulare fra te e te, piuttosto che combattere?” lo richiamò all’ordine un demone dalla pelle scura e dai capelli del colore del mare.

“Già, ma sono tutto tuo ora, lo giuro!” rispose con baldanza.

“Credimi, non sarà un bene per te!” disse il demone dagli occhi verdi mentre, facendo ondeggiare i suoi lunghi capelli nell’aria, incrociava le sue mani all’altezza del petto. “Colpo dell’Ombra Assassina!” dichiarò.

Un velo d’oscurità cominciò rapidamente ad avvolgere ogni cosa: gli alberi, l’erba e i fiori si seccarono, la terra mostrò le sue viscere, spaccandosi, mentre l’ombra si dirigeva verso il Leone Minore.

“Cerchi di Fuoco!” dichiarò rapidamente il cavaliere, richiamando in difesa il suo potere.

Dal diadema dell’armatura scaturirono lingue di fuoco azzurre che circondarono il corpo di Tomas.

Un fitto strato d’ombra si accalcò contro quei cerchi protettivi fino a non lasciar più scorgere l’immagine del cavaliere dagli occhi grigi. Le fiamme vorticavano ad una velocità che l’occhio umano non poteva distinguere, ingoiando, al pari di un buco nero, l’energia del colpo avversario facendola propria, ma questo l’avversario di Tomas non poteva saperlo.

“È inutile resistere cavaliere, sei spacciato ormai”, asserì il demone sicuro del suo successo, osservando la sua coltre oscura serrata come un pugno attorno al ragazzo, quando…

“Ruggito di Fuoco!” minacciò la voce del Leone Minore dall’interno della sfera.

Un vorticare di fiamme di potenza ciclonica disperse l’ombra in minuscoli pulviscoli di nebbia scura che svanirono come fossero neve al sole e investì l’Algar, scaraventandolo in terra.

Tomas si mosse, dirigendosi deciso verso il suo avversario. “Sei tu a non avere speranza, Demone! Lion…”

“Un attimo, ti prego!” lo frenò l’altro.

Ma… com’era possibile? Perché dopo tanta baldanza ora lo pregava?

Tomas cessò la sua offensiva per lasciare che parlasse.

“Hai ragione, cavaliere, sono io quello senza speranza, ma non…” s’interruppe tossendo sangue e stringendo una mano all’addome, ma riprese: “…posso lasciare che la natura paghi il prezzo del mio operato.”

Tomas lo guardò frastornato, senza capire realmente cosa intendesse.

“Volevo ucciderti e…” continuò l’Algar, “…sistemare ogni cosa, ma…”. Non terminò quella frase per risparmiare qualche energia, forse, o trovando più eloquente scostare la mano dal ventre, mostrando cosa nascondeva: un profondo taglio rigettò sangue e viscere lacerate.

Il demone si apprestò nel tornare a tamponare la ferita.

Le assi di metallo dell’inferriata contro la quale la potenza dell’attacco di Tomas l’aveva scaraventato erano in parte divelte e doveva essere stata una di queste a ferirlo.

“Come vedi sono già morto. Lascia che…”

“Ok”, lo interruppe lui, “ma non fare scherzi.”

Un lieve annuire del capo in risposta e… “Ripristino!” dichiarò il demone, posando una mano al suolo, mentre Tomas istintivamente si preparava alla difesa.

Sorrise poi, mentre lo sguardo gli si faceva vacuo e crollava su un fianco, inerme; mentre l’erba rinverdiva lì dove il terreno era stato denudato e gli alberi riguadagnavano le loro foglie dove le fiamme li avevano spogliati. I fiori schiusero i loro petali, malgrado fosse notte inoltrata, e le lucciole tornarono a volare lì dove il loro colpi avevano portato solo la morte.

Tomas si chinò sul demone mentre iniziava a svanire lentamente.

“Io…” disse il ragazzo, “…pensavo foste mostri senza cuore. Io…”. Sentiva la confusione impadronirsi di lui ed insieme a questa un immenso senso di dispiacere.

“Adesso non scoppierai a piangere, vero, Cavaliere?” lo raggiunse una voce alle spalle.

Un altro demone pronto al combattimento?

I sensi allenati di Tomas lo fecero scattare in piedi, voltandosi, prima ancora di far mente locale su quanto stava avvenendo. Poco distante da lui lo sguardò incontrò la figura di un’Algar dall’aspetto femminile e dalla pelle scura.

Il nemico non assunse una posizione d’attacco, bensì disse, avvicinandosi: “Pensi forse che mio fratello avrebbe avuto la stessa premura per te?”

“Fratello?” ripeté il ragazzo, notando solo in quel momento una certa somiglianza con il demone in terra.

L’Algar annuì appena. “Auron”, disse seccamente. “Auron era il suo nome.”

Lo sguardo che l’Algar gli rivolse era freddo e inespressivo, ma non sembrava comunque intenzionato a lottare e non era abitudine del Leone Minore attaccare senza necessità di farlo.

Quella creatura si fermò a pochi passi da lui. “Permettimi di salutarlo un’ultima volta prima che scompaia.”

Tomas annuì, facendosi di lato.

La Demone si chinò sul corpo del guerriero in terra, posandogli una mano tra i capelli. I contorni di quel corpo esanime svanivano come fumo, consumandone lentamente la figura, fintanto non restò nulla sotto la mano della donna.

“Uccidete Crono”, dichiarò d’improvviso l’Algar, sollevandosi da terra e volgendo solo le iridi verso il cavaliere. “È lui ad evocarci. Uccidete Crono e non avremo più motivo per attaccarvi.”

Tomas sentì il dovere di annuire a quella richiesta e a quel suo gesto la donna davanti a lui sorrise e svanì rinunciando alla lotta, se mai avesse davvero avuto desiderio di fronteggiarlo.

Il Cavaliere rimasto solo in quell’anfratto del parco si voltò alla ricerca dell’uomo che osava paragonarsi agli dei. Lo scovò in lontananza e, additatolo, dichiarò con animo colmo d’odio: “Sei finito!”

   

Natalija si era tolta l’armatura da qualche secondo, quando si accorse che il suo gesto non era passato inosservato: alcuni demoni si distanziarono dalla lotta contro Altare e Cefeo per muoversi nella sua direzione.

La Corona Boreale se ne rese conto per tempo, ma era stremata già da prima di svegliarsi nella prigione di Crono e a quel senso di malessere s’erano aggiunte nuove e più profonde ferite a tenerla in scacco.

Il sangue perso colorava il terreno e, per quanto fosse un cavaliere, la debolezza non le permetteva di muovere un solo muscolo, benché meno di parlare.

Purtroppo una cosa era certa: per quei demoni, se non era morta, voleva solo dire che era ancora da uccidere.

 

In tre si diressero verso di lei con passo lento, ma inesorabile.

 

Adrien e Zoe, presi dalla lotta, non si accorsero di cosa stesse avvenendo poco distante da loro.

Si trovavano esattamente al centro di quel marasma di demoni e anche solo riprendere fiato, tra un colpo e l’altro, si stava rivelando un’impresa impossibile.

“Qualcosa mi suggerisce che vi serve una mano”, li raggiunse, non senza un pizzico d’ironia, la voce di Sherak.

Il Cavaliere della Fornace apparve ad alcuni metri dai due ragazzi dopo aver incenerito, letteralmente, un demone.

“Ma tu pensa, il mio senso di ragno m’ha sussurrato la stessa cosa”, disse Estéban arrivando al fianco dell’altro cavaliere, mentre le corde della lira evanescente tra le sue braccia finivano di strangolare i demoni sospesi per il collo accanto a lui.

“Ragazzi!”, salutò affannato Adrien.

“Vi piace farvi desiderare, a quanto pare”, ironizzò Zoe di Cefeo, ritrovando il sorriso.

I loro compagni erano ancora distanti e i demoni che si frapponevano tra loro decisamente troppo numerosi.

“Dobbiamo aprirci una strada e in fretta”, fece notare Estéban, “A questo ritmo, Zoe e Adrien non reggeranno ancora a lungo.”

Sherak annuì, mentre, schivato un demone, il suo palmo infuocato ne carezzava il volto.

Le grida di dolore dell’Algar si sollevarono fino al cielo, ma questo non sembrò impedire a resto di quella marmaglia di continuare ad attaccare.

“Sai, Estéban…”, disse Fornace, mollando il tizio ustionato che teneva per il volto mentre già cominciava a svanire, “…mi sono sempre chiesto cosa avverrebbe se unissimo i nostri colpi.”

Le corde della Lira stavano mantenendo la posizione al servizio del loro cavaliere. Lo scricchiolio dei colli spezzati sembrò parte integrante della melodia che aleggiava nell’aria attorno al combattente senza armatura, che parve riflettere alla richiesta del compagno: “In teoria la mia melodia cosmica dovrebbe annichilire le tue fiamme, ma… potremmo sempre provare, non trovi?”

Il cavaliere della Fornace annuì, mostrando un ghigno divertito all’idea, per poi annunciare prontamente il suo colpo: “Fiamme dell’apocalisse!”

“Stringer Nocturne!” dichiarò la voce di Estèban.

I colpi dei due cavalieri si fiancheggiarono gettandosi contro i nemici che li separavano dai loro compagni. Una spettacolare vite di fiamme e luce cosmica si riversò sui loro avversari senza possibilità di scampo, inghiottendo ogni suono nel suo procedere.

“Però!?” esordì Adrien compiaciuto, “Mica male, dovreste farlo più spesso, ragazzi!” poi, rivolgendosi alla compagna: “Che ne dici, Zoe?”

La ragazza non se lo vece ripetere due volte, intuendone immediatamente le intenzioni, dichiarando “Immolazione del Re!”.

Immediatamente seguita dalla voce del Cavaliere dell’Altare. “Onda Infernale!”

Anche i loro nemici caddero inesorabilmente sotto la potenza dei loro colpi combinati.

“Bell’idea, ci fosse venuta prima”, commentò Adrien.

“Come vedi, Fornace…”, si volse Zoe a Skerak, strizzandogli l’occhio, “…neanche i nostri colpi sono poi tanto male messi insieme.”

“Ma sarà?!” obiettò Estéban, “Come potenza nulla da ridire, ma il nostro è stato decisamente più spettacolare di una marea di anime incatenate che si aggrappano al nemico uscendo dal suolo.”

“Sembrava di trovarsi sul set di un film di zombi”, aggiunse Sherak annuendo deciso al compagno d’armi.

“Grazie della franchezza, Estéban” se la rise Adrien.

“Non c’è di che, Altare”, rispose questi.

 

“Non reagisce. Forse ci siamo sbagliati”, affermò un demone dopo aver scosso Natalija con un piede.

“Potrebbe essere un trucco per poterci prendere di sorpresa. Hai visto con che furia ha attaccato Crono e non poteva contare nemmeno sul suo cosmo”, aggiunse un altro.

“Non avrebbe aspettato fino a questo punto per attaccarci, siamo sempre in tre e lei è sola”, detto questo il demone, il primo ad aver parlato, si chinò sulla ragazza per controllare meglio. “È viva!” disse a quel punto, “Sento il suo respiro e, anche se debolmente, penso ci stia osservando.”

Il terzo demone, quello che fino a quel momento non aveva parlato, si chinò a sua volta, prendendo il viso del cavaliere tra mani: “Deve trattarsi di una di quelli su cui Crono ci aveva avvisati…”

“Vuoi dire…”, lo interruppe l’altro demone inginocchiato, “…che possiede un addestramento diverso dagli altri e che poteva essere un pericolo nel suo regno?”

L’altro annuì. “Non a caso aveva mandato i migliori di noi a sistemarla.”

“Uhm…” sembrò valutare il primo, “…ha perso troppo sangue. Non credo le rimanga molto ormai, Crono non ci è andato leggero con lei.”

“Già”, commentò l’Algar ancora in piedi, “Le ha gettato contro quasi tutto il nostro popolo, è un miracolo che sia ancora viva.”

“Tanto vale finirla”, intervenne il secondo demone giunto accanto alla ragazza. “In fin dei conti potrebbe essere l’unico smacco che infliggeremo ai Cavalieri d’Atena. Qui sono troppo forti per noi.”

“Non credo sia una buona idea”, obbiettò il primo, “È come se fosse già morta e onestamente non me la sento di colpire una ragazzina indifesa.”

“Il suo cosmo potrebbe ancora salvarla, è un cavaliere non dimenticarlo.”

“Pensatela come volete…” continuò il più determinato dei tre. “Ma io non lascio correre. Questi cavalieri hanno ammazzato molti dei miei fratelli.”

“Non credi…” intervenne il primo ad essersi chinato su Natalija, alzandosi, “…che loro potrebbero pensare lo stesso? Infondo siamo stati noi ad attaccarli e…”

“Siamo in guerra!” lo interruppe l’altro. “La vendetta spetta al più forte e, tra noi e lei, i più forti siamo noi in questo momento.”

“Rotan, hai sentito quello che ha detto Arken, io non so se…”, tentò di dissuaderlo il primo, ma il demone non attese che terminasse di parlare. Afferrò la ragazza per il volto e sollevandosi la tirò su da terra insieme a lui.

 

Natalija sentiva il corpo ciondolare pesantemente nel vuoto, era immobile, priva di qualunque energia… una bambola di pezza tra le mani di un bambino viziato.

“Hai un bel faccino cavaliere, quasi mi dispiace dovertelo rovinare.”

La testa della ragazza si reclinò all’indietro, mentre il demone infiammava il suo pugno, e per un attimo lo sguardo sfiorò alcuni dei suoi amici: Benarin, Lothar e Shad lottavano abbinando i loro poteri.

Stavano per lanciare i loro colpi.

Erano vicini. Se solo si fossero accorti di lei, pensò con un senso di rassegnazione nel cuore, ma era tardi ormai.

“Shad”, lo sguardo si fermò sul combattente, un ultimo saluto nei suoi pensieri, di cui lui non avrebbe mai saputo nulla.

“Fiamme del…” annunciava l’Algar, mentre il calore del suo potere già le ustionava la pelle, eppure la mente di Natalija era bloccata a pensare che il suo amico non avrebbe mai più avuto la possibilità di finirle il discorso che aveva cominciato quella sera e… per assurdo, l’idea di deluderlo, in quell’attimo, bruciava più della fiamma accanto al suo viso.

I due telepati portarono a termine il loro attacchi, ma Shad si bloccò improvvisamente, voltandosi nella sua direzione.

“…regno perduto!” terminò il demone, mentre il pugno incandescente scendeva sulla ragazza.

Gli occhi di Shad divennero di ghiaccio e i tre Algar vennero sbalzati lontano dal corpo di Natalija, investiti da un’esplosine invisibile.

Il cavaliere della Corona Boreale rimase sospesa nell’aria, fluttuando come fosse lei stessa parte dell’etere.

Shad mosse un unico passo, prima di lanciarsi in corsa verso la ragazza e i demoni che l’avevano aggredita. Guidate dalla sua mente, lance di pietra infilzavano, dilaniandone le carni, i tre demoni senza che questi intuissero da dove giungessero.

“Fermati, ti prego!” pensò ancora la ragazza, cosciente che solo uno di quegli Algar era realmente colpevole, e… Shad si fermò come se quel pensiero fosse giunto fino a lui, ma come era stato possibile?

Il telecineta bloccò il vento e la pietra, volendosi verso Natalija.

“È giusto così!” si udì senza preavviso la voce del demone che per primo si era avvicinato al Cavaliere.

Tossì, sbottando sangue. “Non volevo morissi. Quando ho visto il tuo sguardo posarsi su questo ragazzo ho aperto un ponte mentale tra voi”, ancora tosse e ancora sangue, mentre gli altri demoni cominciavano a svanire uno dopo l’altro quasi fossero fatti di nebbia, “L’effetto passerà tra breve. Non siamo più in grado di combattere e lo Skulkur ci richiamerà a lui.”

“Quindi è così che è andata”, ragionò Natalija e si sentì scioccamente fortuna ad aver chiamato forse l’unico dei ragazzi che avrebbe avuto la prontezza e la furia necessarie per salvarle la vita.

“Come ti chiami?” chiese Shad al demone senza alcuna inflessione nella voce.

“Che importanza ha?” commentò con un ghigno quel volto ricoperto di sangue, “Sappi solo che sono della stirpe dell’acqua…”. Gli occhi del demone divennero inespressivi e il corpo svanì, dissolvendosi nell’etere come fosse un fantasma.

Shad sospirò profondamente, come per ricercare la calma, mentre il corpo di Natalija gli si adagiava leggero tra le braccia.

“Hai usato le tue capacità da piccola spia, non è vero? Da sola contro quanti? Tre, dieci, quindici demoni? E io che avevo attribuito il ritorno alla nostra realtà un caso o una distrazione. Sono uno sciocco, lo sono sempre stato, ma tu questo già lo sai. Se solo me ne fossi accorto prima! Hai rischiato di morire e tutto perché sono uno stupido. Avrei dovuto difenderti come fai sempre tu, con me e i gemelli.”

Natalija non capiva perché Shad stesse facendo sua la colpa per quella situazione.

“Si fa così con le persone a cui si vuole bene, me lo hai insegnato tu, ricordi? Si dovrebbe sempre stare accanto a chi si ama.”

Come avrebbe desiderato Natalija che il ponte mentale del demone dell’acqua fosse ancora attivo tra loro per potergli parlare e dirgli che sarebbe andata bene, che era un cavaliere e che non doveva preoccuparsi o farsene una colpa, tormentarsi a quel modo era assurdo.

“So che avrebbe voluto pensarci Estéban. So che state insieme anche se non l’avete detto a nessuno, voglio solo che tu sia felice, ma… sono così stanco di far finta che mi vada bene...”

“Estéban?”, cosa c’entrava il suo ragazzo con quello che stava dicendo e… Shad come faceva a sapere che stavano insieme quando avevano volutamente evitato di farlo sapere proprio a chi aveva più contatti con i suoi genitori?

Qualcosa però intervenne a distrarre entrambi da quel discorso e quei pensieri.

 

“Maledetti!” gridò la voce di Crono.

Tomas, Leonidas, Dafne e Eros erano giunti a pochi passi dalla causa di tutta quell’assurdità.

 
“Sei morto!” decretò Tomas, mentre si preparava a lanciare il suo colpo.

“Questo lo prendo io!” disse Leonidas, avvolgendo lo Skulkur con il miraggio della sua fiamma, costringendo l’uomo a lasciarlo cadere, prima di raccoglierlo proprio lui da terra.

Improvvisamente, quando il libro passò di mano, ogni demone fermò la sua offensiva e la battaglia si arrestò.

“Cerchi di Fuoco!” pronunciò il Cavaliere del Leone Minore, mentre anelli di fiamma circondavano il corpo di Crono, iniziando a stritolarlo e a bruciarlo.

L’urlo del falso dio riecheggiò agghiacciante nella notte.

 

“Fermati!” Ordinò il Cavaliere di Cassiopea a Tomas. La ragazza era rimasta leggermente in disparte mentre il resto dei suoi compagni sembrava deciso a dare il ben servito a quell’uomo.

“Ma Dafne, come puoi chiedere una cosa del genere?” protestò Eros.

Tomas tuttavia, intimorito dallo sguardo severo della compagna normalmente disinteressata alla sorte dei nemici, quietò il suo fuoco che si dissolse nell’aria.

Crono si accasciò al suolo ansante e sconvolto dal dolore e dalle ustioni provocate dal colpo del Cavaliere d’Atena.

“Ma dai!” Si lagnò Zoe, giungendo in quel momento sul posto, mentre al suo passaggio alcuni demoni feriti si dileguavano nel nulla. “Dafne, hai preso una botta in testa?”, poi rivolgendosi agli altri compagni: “Davvero volete ricascarci? Ma quante volte vi devo spiegare che non si permette ai cattivi di farci vedere dubbiosi o quelli ci fregano? La serata Netflix non vi ha insegnato nulla?” sembrò concludere momentaneamente la ragazza, mentre dietro di lei giungevano Adrien, Estéban e Sherak.

“Morire sarebbe una punizione troppo clemente per lui” rispose il Cavaliere di Cassiopea, prendendo il libro dalle mani di Leonidas.

“Ora sì che ti riconosco!” esordì rincuorata il Cavaliere di Cefeo, portandosi una mano al petto. “Per un secondo ho temuto fossi diventata una persona… ehm… una… persona, appunto!”

“Ora sono io la padrona dello Skulkur…”, disse l’altra ragazza, incurante delle parole della compagna d’addestramento, mentre un fievole bagliore scaturiva dalle pagine ancora serrate.

“Cazzo!” esalò Zoe, quasi senza accorgersene mentre il sangue le si gelava nelle vene e il resto dei suoi compagni deglutiva a vuoto.

Tra i demoni finalmente quieti, si fecero largo anche il resto dei cavalieri per riunirsi ai compagni.

“…E tu…”, continuò Dafne, “…non sei altro che un debole e povero vecchio.”

 

“Nooo!!!” gridò Crono, mentre il suo volto tornava rugoso e le sue mani si facevano ossute e scarne.

 

“Quale peggior punizione per chi brava l’immortalità e l’eterna giovinezza se non la vecchiaia?” commentò Lothar con un che di soddisfazione nella voce. “Ma adesso cosa facciamo del libro?” aggiunse accostandosi a Dafne, insieme a Benarin.

“Potremmo consegnarlo alla Rossa lei saprebbe di certo cosa farne”, propose l’altro telepate.

“Troppo pericoloso lasciarlo in giro, io dico di liberarcene”, consigliò Eros.

“Giusto, incendiamolo”, suggerì Sherak, mentre Leonidas e Tomas annuivano convinti.

“Ehhh!”, sospirò Zoe, “Mai che suggeriate qualcosa che non abbia a che fare con fuoco e fiamme, voi, vero?”

I tre ragazzi fecero spallucce. “E cosa ci sarebbe di sbagliato, non capisco?” Leonidas fu il primo a dar voce ai loro pensieri.

“Neanche io penso sia una buona idea”, intervenne Shad con Natalija appesa al collo, avvicinandosi con cautela al gruppetto formatosi attorno a Dafne e al libro maledetto. “Così facendo, condanneremo tutti i demoni a morte certa.”

“E con questo?” Chiese Estéban piccato, non gradendo la vista della sua ragazza tra le braccia di un altro.

“Abbiamo fatto loro una promessa”, aggiunse ancora Shad.

“Tu l’hai fatta”, lo riprese a muso duro il Cavaliere della Lira.

“Non dimenticare, Estéban, che è stato merito di tre demoni se noi ora siamo liberi”, fece notare Tomas, ottenendo una smorfia contrariata da parte dell’altro cavaliere.

“Sai, ti preferisco di gran lunga quando parli di dar fuoco alle cose!” commentò Lira ancora più innervosito.

 

Malgrado le parole di Estéban, seguirono secondi di silenzio e di riflessione.

I cavalieri si guardarono intorno: i demoni erano fermi, immobili esattamente dove li avevano lasciati nel momento in cui il libro era passato di mano. Erano feriti, sanguinanti, con in mente di tutto in quel momento probabilmente, fuorché lottare. Era questa la loro vita?

La vita che avevano vissuto fino a quel momento e che li aspettava: costretti ad ubbidire al possessore di quel libro per poter vedere il mondo; per poter essere liberi, anche solo per un attimo, attendendo il prossimo che avrebbe dichiarato suo lo Skulkur e sperando che fosse migliore del precedente.

 

“Tornatene da dove sei venuto, Vecchio”, pronunciò fredda Dafne, rompendo il silenzio.

Crono, anzi no, il vecchio, tremolante Luke McNeil scomparì nel nulla.

“Richiama i tre demoni che ci hanno aiutati”, suggerì Tomas, “mi sembra la cosa più giusta da fare.”

“Già”, acconsentì Zoe, accostandosi all’amica e posandole una mano sulla spalla, “Lasciamo che si spieghino. Decideremo di seguito il da farsi.” Le sorrise caldamente.

La ragazza annuì. “Ma…”, rivelò con sguardo onestamente rammaricato, “… non conosco né i loro nomi, né la stirpe di cui fanno parte.”

“Non so gli altri due…”, intervenne ancora Zoe, “…ma quando li ho affrontati la prima volta, Natalija ha chiamato uno di loro Arken e credo che il suo potere fosse legato alla luce.”

“Tentare non costa niente”, sottolineò Eros, sorridendo all’amica.

“Bene, allora…”, comandò Dafne, “…che Arken della stirpe della luce ei suoi due compagni di battaglia mi appaiano dinanzi!” E così evocati, I tre demoni presero forma davanti ai loro occhi.

 

“Ce l’avete fatta!” esordì Sarn con eccitazione.

“È presto per festeggiare”, lo frenò Waah, “dalle loro espressioni, non sembrano esattamente lieti di vederci.”

“O forse, più semplicemente, abbiamo qualcosa da chiedervi”, chiarì Tomas, mentre a quelle parole il resto dei cavalieri annuì.

“Come mai gli Algar vi imprigionarono in questo libro?” domandò Dafne senza esitazione.

“Non furono gli Algar, noi siamo gli Algar, furono… noi li chiamavamo gli Antichi”, specificò Sarn.

“C’imprigionarono per la nostra stessa natura”, rispose Arken dopo aver annuito all’altro demone. “Noi non eravamo come loro, eravamo diversi. Più potenti per alcuni versi, più impudenti per altri.”

“Vivevamo in un’epoca…”, intervenne nuovamente Sarn, stringendo i pugni, “… in cui il divertimento maggiore era bruciare tutto, cose, animali, persone… anche i bambini. Bastava una cosa fuori posto, un evento incomprensibile o la semplice paura. Stregoneria, chiamavano tutto quello che non capivano.”

“E proprio nella stregoneria si dilettavano gli Antichi. Un potere mistico, simile per alcuni versi a quello degli dei. Alcuni usavano la mente come voi”, spiegò Arken indicando i gemelli, “Grazie a questi poteri erano in grado di vedere al di là delle cose, di capire come funzionavano.”

“Ma alcuni tra gli Antichi cominciarono ad usare queste loro capacità come armi”, specificò Waah, fissando Shad.

“E noi…”, continuò Sarn, “…noi eravamo un popolo libero, senza una vera e propria gerarchia, così come aveva decretato nostra madre, Gea. Vivevamo alla giornata senza sprecare troppa fatica nel guadagnarci da vivere e… in fondo perché mai avremmo dovuto? I nostri poteri, per volere della Grande Madre, ci offrivano tutto quello di cui avevamo bisogno. Se avevamo fame la stirpe della terra ci dava i suoi frutti, oppure le stirpi dell’aria e dell’acqua sacrificavano per noi qualche piccola creatura. La stirpe del fuoco ci donava calore nelle lunghe notti d’inverno e le stirpi della luce e dell’oscurità ci difendevano dalle invasioni di altri popoli. La Grande Madre ci aveva offerto tanto in cambio della nostra fedeltà e della nostra protezione, qualora il Caos avesse voluto distruggere il creato. Eravamo il suo esercito, proprio come voi Cavalieri lo siete di Atena. Eravamo liberi, troppo liberi e questo agli Antichi non piaceva. Erano invidiosi, non capivano perché loro dovessero essere considerati reietti perché mortali diversi dai loro simili, mentre noi, che di umano non avevamo nulla, venivamo lasciati liberi di prosperare. Alcuni cominciarono a unirsi in piccoli gruppi e si diedero il nome diverso, si chiamarono Mudatahad, che nella lingua dei loro avi voleva dire Perseguitati e perseguitati in effetti lo erano.”

“Quando cominciarono ad essere accusati di stregoneria e ad essere massacrati uno dopo l’altro,” continuò Arken, “un uomo tra loro, chiamato Almthm, sotto mentite spoglie, cominciò a far girare tra le genti la voce che la causa di tutte le loro disgrazie fossimo noi, gli Algar o, come ci chiamavano i mortali, le Oreadi, le stirpi bianche delle montagne e delle foreste.”

“In quel periodo la terra era soggiogata da una serie nefasti eventi, carestie, malattie e… il freddo diventava sempre più rigido, anno dopo anno. Era lungamente più semplice accusare qualcuno anziché affrontare il fatto che non si poteva vincere la natura”, specificò Waah.

“Ci additarono come demoni, servitori del male”, riprese Arken. “Così gli Antichi ne approfittarono e da perseguitati, divennero persecutori della nostra gente. Si dichiararono trai popoli mortali come gli unici in grado di porre rimedio al peccato della nostra esistenza. Così ci trovammo costretti a imbracciare le armi.”

“Non so come…”, intervenne Sarn, “…forse con l’aiuto della magia, di qualche divinità maligna, o del Caos stesso, ma riuscirono ad imprigionarci nello Skulkur, ponendo le leggi che già conoscete. Ci chiamarono Demoni, e come sigillo alla nostra prigionia stabilirono che chi di noi avesse toccato il libro sarebbe morto all’istante. Ma quella fu la loro ultima malvagità: non avevano fatto altro che mandare per le lunghe qualcosa di inevitabile. La gente di quel periodo era stolta, malvagia e spaventata. E quando, dopo la nostra scomparsa, nulla dei tanti mali che li tormentavano cessò, tornarono a fare quello che avevano sempre fatto. Ripresero a perseguitare gli Antichi, non solo i Mudatahad, a cacciarli con maggior accanimento di prima e così li uccisero uno a uno, finché non ne rimase nessuno a testimonianza del loro passaggio su questa Terra.”

 

I cavalieri udirono silenziosamente e con sconcerto le parole dei tre guerrieri della stirpe della luce.

 

“Beh”, Leonidas trovò il coraggio di parlare per primo, “credo che ora non restino grandi dubbi da chiarire.”

“Ti sbagli”, intervenne Eros, “finché quel libro è in giro, come ho già avvertito, né noi e né gli Algar possiamo dormire sonni tranquilli.”

“E allora?” chiese Leonidas.

“So io cosa fare”, disse Dafne, ghignando per nulla rassicurante, causando un nuovo simultaneo singulto in più di un cavaliere. Socchiuse gli occhi prima che anche solo uno dei suoi amici potesse dire o fare qualcosa, mentre il libro tra le sue mani si illuminava, tramutandosi di seguito in brillante polviscolo evanescente, e altre sagome in armatura candida comparivano nella radura del parco.

“Ora…”, disse riaprendo gli occhi, “…il libro non esiste più e a voi non è successo nulla. Poi sorridendo più apertamente e senza malizia ai guerrieri, “Siete liberi. Fate quello che volete della vostra vita, purché lontano da qui.”

 

“Come hai fatto?” chiese Estéban alla ragazza.

“Ho espresso… uhm… un desiderio, come padrona dello Skulkur, e lo Skulkur ha obbedito. Tutti i demoni ora sono liberi e il libro è svanito per sempre. Possiamo tornare a casa, finalmente, sono esausta”, concluse il Cavaliere di Cassiopea.

“Come se noi fossimo freschi come rose”, borbottò Tomas a mezza bocca.

“Era ora!" sospirò Adrien, “Non ho ancora finito di smaltire la sbornia; pensate che ho creduto di aver combattuto contro creature provenienti da un’epoca remota, fianco a fianco con la tipetta tutto pepe che mi odia, neanche fossi la peggiore persona del mondo, e avevamo pure un buon feeling.”

“Non è stato un sogno, idiota, e… abbiamo un buon feeling, in combattimento”, specificò Zoe.

 

“E voi, ora, cosa farete?” chiese Tomas tornando a guardare i tre demoni davanti a loro, “Ora che siete liberi.”

“Credo…”, disse Waah, “…che cercheremo un luogo dove vivere come siamo abituati a fare. Un posto sperduto in qualche angolino della Terra, che noi della Stirpe della Luce con la Stirpe dell’Oscurità renderemo invisibile agli occhi umani come abbiamo sempre fatto in passato, così che nessuno possa disturbare la nostra ritrovata libertà.”

 

Sparirono nel nulla poco dopo: uno ad uno, dopo sguardi d’intesa e parole percepibili solo ai loro sensi.

 

“Spero che la tua amica si riprenda presto, così potrete continuare da dove vi abbiamo interrotto”, furono le ultime parole comprensibili, quelle che Sarn rivolse a Shad, ricolme d’ironia, prima che anche quell’ultimo Algar scomparisse.

 

Shad restò intimidito dall’intervento del demone e lo dimostrò il fatto che per tutta la strada del ritorno a casa non disse una sola parola, né tanto meno rispose alle domande che gli fecero riguardo a cosa l’Algar si riferisse; al punto da non mostrare alcun disappunto quando Estéban si offrì di dargli il cambio per portare Natalija.

Erano ormai le prime luci dell’alba quando giunsero a casa, completamente sfiniti, tanto che a stento riuscivano a tenere gli occhi aperti, sorreggendosi l’un l’altro per le ferite subite che, scemata l’adrenalina, cominciavano a farsi sentire.

 

Natalija stava lentamente riprendendo le forze ora che l’energia del suo cosmo aveva cominciato a risanare il suo corpo. Faceva male, tutto faceva un gran male, ma riusciva di nuovo a sorridere ed a guardare il viso del suo ragazzo che la stringeva tra le braccia.

 

Fu in un battito di ciglia, uno scherzo della stanchezza forse, un inganno della luna piena, ma per un attimo la ragazza ebbe una strana sensazione: qualcosa le parve muoversi indistinguibilmente nell’aria accanto a lei, sfiorandola con una carezza gelida che aveva già sentito, ma non rammentava dove, non in quell’istante.

Forse qualcuno o qualcosa li aveva seguiti o forse la stanchezza le stava tirando un brutto scherzo.

 

Suonarono il campanello. Alan ci mise un po’ per andare ad aprire la porta.

“Ce l’avete fatta ad arrivare. Lo sapete che ora è?” protestò il Cavaliere del Serpente in… pigiama. “Mentre voi siete stati in giro a far bisboccia fino a quest’ora, io e Wolfie eravamo qui a preoccuparci.”

“Io lo uccido!” minacciò Leonidas.

“Cosa hai detto?” domandò Alan sturandosi le orecchie dai tappi per la notte.

“Ti metti i tappi per le orecchie?” chiese Adrien.

“Beh, mi sembra normale con il chiasso che c’è ogni notte in casa da quando sono arrivati quei tre”, disse indicando distrattamente Shad e i gemelli che si indicarono a loro volta senza capire.

“Ma tu”, chiese Zoe, “solitamente, quando ti tappi le orecchie ti tappi anche il cosmo?”

“Come mai questa domanda?” chiese il ragazzo in tenuta da notte.

“No, niente. Ma... neanche un brutto sogno, una strana sensazione, una vibrazione nella forza? Niente di niente?” indagò ulteriormente la ragazza.

Il cavaliere dagli occhi neri dissentì col capo, prima di farsi di lato per lasciarli entrare finalmente in casa, dopo una notte troppo, troppo lunga.

 

Fine

 

 

Qualche sera dopo…

 

“Ma dobbiamo farlo per forza?” si lagnò Alan.

“Ha salvato il mondo… ehm… credo”, spiegò Eros.

“Ma io nemmeno c’ero!”

“Un motivo in più per stare qui con noi e soffrire”, commentò Estéban.

“Ma… proprio Piccole Donne? Non potevamo vedere, che so Jurassic P…”

“Shhh! Comincia!” sibilò Dafne, stretta al suo sacchetto di popcorn, con aria esageratamente paciosa, affossata tra strati di pile e cuscini rosa.

 

Un’oretta più tardi…

 

“Ma… ricordo male io o… Beth moriva?” domandò Natalija con un filo di voce, ingoiando a vuoto, accoccolata tra Zoe e Estéban.

“No, anche io ricordavo…”, Zoe non finì la frase, raggelata dalla risatina inquietante di Dafne ai piedi del divano.

Gli occhi delle due ragazze si sgranarono.

“D… Dafne?” balbettò Zoe, “Ma quanti desideri hai espresso quando avevi tra le mani lo Skulkur?”

In tutta risposta la moretta scrollò le spalle con indifferenza e sorrise, dopo essersi lanciata tra le labbra un popcorn: “Chi può dirlo!”

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