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Titolo: Leli decise che le sarebbe rimasto accanto per sempre

Cow-t 9, sesta settimana, M1.
Prompt: “parità
Numero parole: 2481
Rating: Verde
Fandom: Originale

Introduzione: Leli viveva in quella vecchia casa da prima che arrivasse Clara. È amore a prima vista, ma è difficile stare insieme quando si è tanto diversi…  o forse, no.
Genere: Soprannaturale, Angst
Coppia: Nessuna (non nel senso stretto del termine)
Avvertimenti: Nessuno (“l’autrice piangeva mentre la scriveva”, conta come avvertimento?)

 

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“Quindi questa è la nostra nuova casa?” chiese la piccola Clara, dieci anni e una cascata di boccoli scuri che incorniciavano due enormi occhi grigi, in piedi accanto ad una pila di valigie alta quanto lei.

“Sì, Clara”, rispose il padre, allungando la mano verso la sua, “Ti piace?”

Clara, con lo sguardo fisso verso le scale in legno del portico, prese la mano senza esitazione e la strinse forte. “Non lo so se mi piace, papà. È vecchia e sgangherata”, commentò, lasciandosi guidare sulla gradinata.

Già al primo scalino, il legno scricchiolò sofferente, così il secondo e il terzo a seguire, tanto che la bambina mugugnò a labbra strette il suo dubbio, rallentando il passo.

“Che c’è, non ami le scale canterine?” scherzò suo padre.

“Papà, ricordami, perché siamo venuti qui?” domandò lei con sarcasmo, ferma sulla verandina che circondava l’ingresso.

Il padre si lasciò sfuggire una risata, mentre infilava le chiavi nella toppa della porta di casa, strappandole un sorriso: era bello vedere il suo papà ridere e scherzare, era tanto che non lo faceva. Da quando la mamma se n’era andata via lui era diventato terribilmente triste, ma adesso rideva.

Diede uno nuovo sguardo a quella vecchia casa: no, nel frattempo non era migliora e non era un granché, su questo non ci pioveva, ma almeno faceva stare bene il suo papà.

La porta cigolò aprendosi, una cosa era sicura, quella casa non sapeva davvero starsene zitta.

“Lo sai il perché, amore mio. La casa dove vivevamo non era nostra, mentre questa che ci hanno lasciato gli zii…” spiegò, entrando.

“Gli zii vivevano davvero qui?”

“Sì. O per meglio dire, ci hanno vissuto quando erano giovani, quando si sono trasferiti l’hanno affittata a diverse famiglie e adesso che non ci sono più questa casa è arrivata a noi.”

“Io non ricordo gli Zii”, disse, seguendo il padre all’interno.

“Non li abbiamo frequentati molto, in effetti. Non erano persone facili da gestire.”

La porta d’ingresso dava su un’ampia sala buia, illuminata solo dallo spiraglio di luce che proveniva dalle loro spalle. Gli scuri erano chiusi e i tendaggi delle finestre erano tirati. I mobili ricoperti da teli bianchi ricordavano tanti fantasmi addormentati. Su quello che doveva essere un sofà, una macchia scura risaltava sul telo chiaro.

“Allora perché ci hanno lasciato la loro casa?” La bambina strinse gli occhi per capire cosa fosse quell’unica stranezza in quel mondo di mobili dall’aspetto sinistro.

“Perché non avevano nessun altro a cui lasciarla, piccola mia.” Il padre si avvicinò ad una delle finestre e scostò la tenda, le tapparelle non facevano ancora entrare la luce, ma a Clara parve che la macchia cambiasse di forma: Possibile?

“L’importante Clara è che adesso è tutta nostra, ne avevamo bisogno e vedrai che la trasformeremo in una reggia.”

Ancora attenta a quella stranezza, la bambina strinse gli occhi maggiormente per vedere meglio che poteva, mentre il genitore, parlando, schiudeva gli scuri.

Così accadde che i suoi occhi grigi si spalancarono per la meraviglia, trovandosi tuffati in un incredibile e vivido sguardo di smeraldo.

Clara non ricordava di aver mai visto occhi tanto belli.

“Potremmo mettere un dondolo sotto la veranda che ne dici e…”

Suo padre continuava a parlare, ma lei non poteva distogliere lo sguardo, non voleva.

Lentamente sul suo viso si allargò un sorriso. “Ciao”, disse con voce gentile, muovendo un passo verso il divano.

“Ciao?” ripeté suo padre, bloccando il discorso intrapreso e voltandosi. “Questa è bella!” continuò poi, con tono divertito, “A quanto pare in questa casa ci vive già qualcuno. Deve esserci un buco da qualche parte o una finestra rotta.”

“Leli, papà, si chiama Leli”, disse Clara senza voltarsi, ancora intenta a guardare davanti a sé.

“Leli?” disse il padre con tono interrogativo. “Qualcosa mi dice che una certa signorina vuole un gatto.”

Il sorriso che Clara rivolse al padre, voltandosi, se mai avesse voluto negargli qualcosa, lo convinse che… “Beh, era qui prima di noi e… se mi prometti di non fare troppe storie…” L’uomo non finì di parlare che la piccola gli gettò le braccia al collo, ridendo allegra.

“Sei il miglior papà del mondo!” disse entusiasta.

Dal canto suo, Leli, non aveva mai viaggiato prima dall’allora sotto un cielo tanto sereno e quando, oltre le distese innevate, aveva incontrato i monti e ammirato i lampi azzurri di una tempesta infinita che non sapeva ferire, aveva capito che quello era il posto in cui desiderava stare per sempre, in quello sguardo che lo aveva stregato.

 

Avvicinarsi al micione grigio era stato semplice per Clara e suo padre; Leli era un gatto di indole pacifica, con una grossa testa tonda e un orecchio smangiucchiato. Il difficile però era stato convincerlo a rimanere in casa: ogni volta, riusciva a trovare un modo per sgattaiolare fuori, non importava se ci fosse il sole a picco o un freddo glaciale, lui trovava sempre come uscire e, cosa più strana di tutte, il papà di Clara non aveva trovato, pur cercando per tutta la casa, da dove Leli entrasse o uscisse. 

D’altro canto Leli adorava stare comodo e presto il suo posto preferito divenne il letto della bambina: poteva anche stare fuori per l’intera giornata, ma la sera era lì che si acciambellava. Poco importava che il padre di Clara insistesse che il gatto non dovesse salire sul letto, la piccola, appena lui voltava le spalle, se lo tirava in grembo e cominciava a coccolarlo.

Clara adorava il suo gattone e il suo gattone adorava lei.

Ben presto il padre dovette arrendersi a quella realtà: dovunque andava la sua bambina quel gatto c’era, che si trattasse del breve tragitto per andare a scuola, seguendola lungo i muretti e i recinti del quartiere, o semplicemente quando decideva di essere il terzo commensale a tavola.

I sospiri dell’uomo si sprecavano, e anche i “Clara, un gatto è un gatto e dovrebbe fare il gatto”, ma alla fine anche al Padre della bimba, quel grosso coccolone invadente non dispiaceva per nulla.

Oltretutto la sua Clara sembrava davvero felice per quel micione e questo le aveva fatto passare senza grossi traumi il cambio di città, di casa e di scuola. L’uomo aveva temuto che sradicarla dai suoi amici e dai suoi affetti sarebbe stato un problema, soprattutto dopo che aveva visto come si era chiusa in se stessa dopo che sua moglie li aveva lasciati, ma la piccola passava ancora intere serate al telefono con la sua migliore amica Lisa a parlarle… Beh, proprio del suo gattone e anche Lisa sembrava aver preso un gatto.

 

“Sai papà, prima o poi dovremo fare incontrare Pallino e Leli”, diceva la bambina mentre affondava nel latte la sua fetta di pane imburrato.

“Potremmo organizzare una bella gita e andare a incontrare i tuoi vecchi amici?”

“Sarebbe fantastico, papà. Voglio tanto rivedere Lisa. Sai, lei non crede che Leli sia sveglio come le racconto, perché Pallino è un po’ tonto, purtroppo.”

“Amore, un gatto è un gatto e…”

“…Dovrebbe fare il gatto!” Lo scimmiottò la bambina “lo so papà, solo… Leli è speciale, io e lui…”

“…Siamo uguali.” Fu il turno del padre di prenderla in giro.

“Ma è vero papà!” Protesto lei. “A lui piace dormire fino a tardi, a me piace dormire fino a tardi. A lui piace il gelato, a me piace il gelato. Lui odia andare dal dottore, io odio andare dal dottore…”

“Veterinario”, la corresse, “e, a proposito del gelato, non credo che gli faccia ben…”

“Papà! Non è questo il punto, il fatto vero è che lui e io siamo in perfetto equilibrio, sempre allo stesso livello, in perfetta parità in tutto.”

“Claraaa…” Cercò di riprenderla.

“Quando rinasco, voglio rinascere gatto così staremo sempre insieme io e Leli.”

Il padre sorrise, non era la prima volta che si trovavano a fare quel discorso con la figlia e sapeva ormai che cercare di farla ragionare su quell’argomento era una battaglia che non avrebbe mai vinto, ma infondo gli stava bene così, perché insieme a quel gattone era tornato il sorriso di sua figlia a illuminare la sua vita.

 

 

Quattordici anni, Clara, gli occhi sempre più brillanti e vivaci, le unghie dipinte di nero e un vero piccolo genio della matematica. In quei quattro anni era passata dal voler diventare una ballerina a sognare di fare l’astronauta, aveva pianto davanti al “Titanic”, aveva lasciato il pattinaggio, aveva dismesso le magliette colorate a vantaggio di colori più scuri, non sentiva più Lisa e aveva praticamente dimenticato in soffitta i poster dei “We the Kings”, ma… c’era qualcosa che non aveva mai lasciato indietro e quello era Leli.

 

Leli invece era sempre lo stesso, solo un po’ più pigro e meno amante delle fughe, ma sempre lo stesso Leli; con sempre lo stesso inesauribile amore per Clara, o… per il tetto di Clara, come teneva a specificare il padre dell’adolescente, solo per vederla arricciare il naso su quel visetto che adorava e che non aveva ancora perso del tutto i lineamenti da bambina.

 

Quattordici anni Clara. Una testa piena di sogni. Un mare di stelle dipinto sul soffitto della sua stanza. Il suo adorato gatto grigio sul letto.

 

Quattordici anni Clara, quando si sentì male la prima volta.

 

Nulla di grave aveva detto il medico, solo un piccolo svenimento, ma poi ne vennero degli altri e il padre cominciò a preoccuparsi davvero. Ma Clara aveva i suoi sogni, la sua Convention Internazionale sulla Tecnologia Aerospaziale e… quattordici anni, appunto, tutta la gioia di vivere negli occhi e nel cuore e poca, pochissima voglia di perdere tempo dietro qualche svenimento e quell’assurdo mal di testa che sembrava non volerla abbandonare.

 

Poi… poi però… venne la stanchezza.

E anche il medico cominciò a preoccuparsi.

 

Giorno dopo giorno le visite in ospedale si fecero più frequenti e non sfuggirono alla ragazzina gli occhi infossati del padre, il sorriso forzato, la luce accesa di notte nello studio e… avvenne che, piano piano, anche gli occhi di Clara cominciarono a spegnersi.

 

Mancavano cinque giorni alla Convention, il biglietto del treno già pagato, la foto del suo gattone in tenuta d’astronauta da far firmare al suo idolo e quella luce nei suoi occhi tornata un po’ più vivida all’idea di quel viaggio, quando la ricoverarono per un nuovo attacco.

 

Nessun astronauta firmò mai la foto del suo gatto, ma fece pace con la sua amica Lisa.

La ragazzina fece chilometri per andare a trovarla perché infondo questo fanno le amiche, anche quelle tanto arrabbiate.

 

“Come sta Leli, Papà? Gli manco un po’?”

“Gli manchi tantissimo, amore, senza di te non mangia un granché, lo sai.” Sembrava così piccola la sua Clara dentro quel letto d’ospedale.

“Prendigli un gelato. Lui adora il gelato.” Sorrise quel volto pallido.

“Lo farò.” E lo avrebbe fatto, avrebbe fatto di tutto per la sua bambina.

“Papà.”

“Sì, amore mio?”

“Mi manca il mio Leli. Vorrei tanto vederlo, pensi che…”

Non c’era bisogno che il suo papà sentisse altro. Fece i salti mortali, ma ottenne di poterle portare il suo micione.

 

Così ogni giorno Leli e suo padre andavano a trovarla. Clara sembrava più felice, ma la felicità non sempre aggiusta le cose e lentamente stare anche solo sollevata su quel letto enorme per lei, diventata tanto minuta, si fece impossibile.

 

Un venerdì pomeriggio, Clara era così stanca da riuscire a malapena a tenere gli occhi aperti. La mano posava sul gattone accanto a lei, quando uno dei medici si accostò al suo papà.

“Può restare questa notte, se vuole.”

Non disse molto altro, ma Clara aveva notato gli occhi del padre farsi immediatamente lucidi, prima di uscire dalla stanza. Quando poi la testolina di Leli che si sollevava dalle lenzuola ne aveva annunciato il ritorno, lei aveva aperto di nuovo gli occhi.

Suo padre si era seduto sulla sedia accanto a lei, silenzioso e aveva iniziato a sistemare le poche cose sul comodino: i biglietti colorati dei suoi compagni di classe che le dicevano di essere forte e di tornare presto da loro.

Clara notò le mani del suo papà tremare.

 

“Mi prometti che penserai sempre a Leli, Papà?”, chiese, ottenendo che la mani del genitore smettessero di muoversi alla rinfusa.

Un attimo di silenzio poi…

“Puoi contarci, tesoro.”

“E Promettimi anche che tu e Leli starete bene senza di me, magari non subito, ma starete bene, ok?”

“Ma amore…”

“Ho paura Papà, non voglio lasciarvi così. Prometti!”

Ancora un momento di silenzio poi la voce dell’uomo arrochita dal pianto che non voleva versare: “Lo prometto.”

“Siamo stati bene, insieme vero, Leli?” disse dopo la ragazzina, tornando ad accarezzare il suo gatto.

“Non te l’ho mai chiesto, amore mio, ma come mai lo hai chiamato Leli?”

Clara sorrise. “Me l’ha detto lui.” Un secondo di silenzio. “Papà, ora però, scusami, ma… sono tanto stanca.”

Gli occhi le si chiusero lentamente non riuscendo più a resistere alla fatica e al dolore.

Piano il suono del suo cuore rallentò fino a fermarsi, mentre il padre si accasciava contro il letto, in lacrime.

 

Leli alzò la testolina non notato, quando la mano della sua Clara smise di lisciargli il pelo e le si arrampicò sul petto per osservarla in viso.

Il micione aveva visto l’incredibile tempesta di fulmini negli occhi della ragazzina affievolirsi giorno dopo giorno e la cosa gli aveva fatto male. Lui amava onestamente la sua Clara, di un amore cieco che non lo aveva mai abbandonato da quando si era specchiato in quello sguardo di ghiaccio.

 

Leli prese così un’enorme decisione quel giorno, decise che avrebbe camminato per sempre accanto a Clara tra i monti che accarezzavano il cielo illuminato da quei lampi che tanto adorava e che non sapevano ferire. E avvenne così che l’erba cominciò a crescere e i fiori sbocciarono tra le distese innevate, mentre la ragazzina riapriva gli occhi.

Nessuno adesso li avrebbe mai più divisi.

 

“Papà?!”, chiamò improvvisamente Clara, mentre il cuore del padre sembrava sul punto d’esplodere dal dolore. “Papà”, ripeté, mentre l’uomo sollevava la testa e le prendeva la mano.

“Clara, piccola mia!” chiamò a sua volta, mentre i medici entravano nella stanza.

 

Nessuno fece subito caso al gattone completamente accasciato sul letto.

 

Solo quando i medici uscirono, il padre notò che gli occhi della ragazza erano screziati di verde: un verde intenso e luminoso che non aveva mai notato prima. Ma… non era questo l’importante; la cosa davvero importante era che la vivacità e la voglia di vivere era tornata ad illuminare lo sguardo di sua figlia, nient’altro importava.

 

Ma forse, se li avesse guardati bene, vi avrebbe potuto scorgere una bambina e il suo gatto camminare insieme e giocare a rotolarsi tra l’erba e la neve.

 

Una leggenda dice che ogni gatto possegga nove vite, quindi nove occasioni per rimanere su questo mondo, ma dice anche che possa spenderle tutte e nove per concedere a qualcuno una seconda possibilità. E forse, chissà… non è detto che sia tutta una leggenda.

 

 

Fine

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