Titolo: Risata
Cow-t 9, quinta settimana, M1.
Prompt: “scontro”
Numero parole: 8299
Rating: Verde
Fandom: Miraculous - Le storie di Ladybug e Chat Noir
Introduzione: Marinette ritorna a scuola dopo qualche giorno di assenza per un piccolo infortunio, la scuola sta allestendo il parco e facendo i provini per lo spettacolo di fine anno, quando un nuovo nemico minaccia la quiete dei parigini.
Genere: Avventura, supereroistico
Coppia: accenno alla Chat Noir (Adrien)/Ladybug (Marinette)
Avvertimenti: Spoiler (2° stagione e accenni alla 3°)
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“Sei sicura che vada davvero bene, Marinette?”
“Ti ho detto di stare tranquilla, Alya, ho preso solo una storta”, rispose per l’ennesima volta la ragazza, fingendo uno sbuffo esasperato.
“Sarà, ma zoppichi ancora.”
Ed era vero, zoppicava, ma non faceva poi così male, se non quando distrattamente vi caricava sopra il peso. Buon segno, perché voleva dire che stava andando meglio, che se ne stava lentamente dimenticando.
Era stata assente qualche giorno da scuola dopo quel piccolo incidente alla caviglia. Aveva detto a tutti che si era trattato di una scivolata per le scale che portavano alla sua stanza, genitori compresi; nella realtà dei fatti però aveva male stimato i tempi della sua trasformazione in Ladybug, era rimasta bloccata su un tetto e per scendere si era fatta male.
“Ti ho detto che va tutto bene…” cercò di spiegare ancora ad Alya, superando l’ingresso del François Dupont e fu un secondo: un piede messo male e il selciato del cortile le sembrò incredibilmente troppo vicino, quando…
“Tutto bene, Marinette?”
“Adrien?” Il cuore della ragazza mancò un battito prima di contarne altri mille nel tempo di un nanosecondo. Il suo amato Adrien l’aveva appena salvata da un brutto capitombolo, eppure…
“Vuoi che ti aiuti con i libri? Sei ancora convalescente, non vorrei ti affaticassi.”
“No, non ce n’è tisogno… bi… bisogno.” Corresse immediatamente il suo errore, ormai però tutto il suo entusiasmo era andato scemando. Adrien era sempre gentile con lei, ma la verità era che si comportava così con tutti. E Marinette non lo sapeva solo da un solo giorno.
“Sicura?” insistette lui preoccupato.
Lei si limitò a sorridergli caldamente e a dissentire con il capo.
Amava Adrien?
Certo, come poteva non amarlo, era… tutto. Bello, disponibile, gentile, ma… non era suo.
Era stanca di correre dietro un sogno e poi… c’era stato quel bacio.
Il dolore alla caviglia, dopo la caduta, era insopportabile. E quel Gattastro, non sapeva né come e né perché, era praticamente apparso dal nulla e l’aveva aiutata, riportandola a casa. Avevano parlato. Come era già successo altre volte, ma questa volta, prima che lui se ne andasse, lei lo aveva baciato.
Quel bacio con Chat Noir era ancora impresso nella sua mente, quel bacio, quello subito dopo, quello dopo ancora, come altrettanto indelebile era l’aver letto negli occhi del ragazzo il suo stesso dolore, la sua stessa stanchezza.
Non aveva mai baciato nessuno a quella maniera e con il desiderio nel cuore di far smettere il dolore, di cacciarlo via per sempre.
Quel dolore era ancora lì, come il suo amore per Adrien, ma in quel momento, in quel breve lasso di tempo in cui lei e Chat Noir si erano baciati, tutto si era fermato e il petto aveva smesso di farle male… aveva smesso. Per la prima volta dopo tanto tempo, aveva smesso.
C’era stato solo Chat Noir, quel suo modo di tenerla tra le braccia in quegli istanti e quella tenerezza data dalla certezza di essere simili, di avere le stesse ferite nel cuore: innamorati entrambi di chi non aveva occhi per loro.
L’assurdità era che lei fosse la Lady che aveva spezzato il cuore a quel micione e lui non lo sapeva.
Si erano baciati e lei si sentiva in colpa, in colpa per ogni cosa: per averlo ferito come Ladybug, per averlo baciato come Marinette… come Marinette, questo era però, non quel bacio; di quello non riusciva a sentirsi dispiaciuta. Era stato bello, malgrado le menzogne, malgrado tutta l’assordita che lo circondava ed… era ancora lì a farle sentire le labbra ansiose, dopo averle piantato nella mente il desiderio di rivelare la verità a Chat Noir.
Perché?
Perché lo meritava e sentiva anche lei di meritare di più… di meritare un po’ di felicità.

Le lezioni si erano svolte noiosamente come al solito, ma con l’euforia incalzante del doposcuola; quello infatti era l’ultimo giorno dei provini per partecipare al festival di fine anno e anche in quello, come ogni anno precedente, l’entusiasmo era tangibile nell’aria.
Prima del suo piccolo incidente, Marinette si era proposta con Alya e Nino per aiutare gli studenti dell’ultimo anno ad allestire il palco per lo spettacolo, ma alla fine quello che sarebbe dovuto essere un suo impegno era ricaduto sulle spalle dei suoi amici. Se ne era dispiaciuta, anche se loro non le avevano assolutamente fatto pesare la cosa, e si era quindi ripromessa di dare il massimo durante quell’ultimo giorno, caviglia dolorante o meno.
Così avvenne che, nella sua frenesia del voler essere utile il più possibile, voltando un angolo in preda alla sua solita distrazione si scontrò con Poule. Il ragazzo, sovrappensiero, ripeteva le battute per il suo provino, osservando una fotografia che lo ritraeva bambino in spalla ad un uomo molto più grande di lui.
Entrambi i ragazzi si ritrovarono in terra a massaggiarsi i rispettivi fondoschiena.
“Accidenti, non sai quanto mi dispiace!” si scusò Marinette, tirandosi su in un secondo e allungando la mano in aiuto dell’altro ragazzo.
Lo scatolone che portava le era caduto di mano, sparpagliando sul pavimento vecchi oggetti elettronici: enormi cuffie con microfono, un paio di altoparlanti, dei cavi di dubbia provenienza, un sintetizzatore vecchio stile e una marea di fusibili e lampadine.
“Tranquilla, nulla di grave!” La rassicurò Poule accettando l’aiuto che gli veniva offerto.
“Scusami sono la solita distratta…”
“Non è tutta colpa tua, avevo la testa altrove”, disse di nuovo in piedi, cercando con lo sguardo la fotografia che stringeva tra le mani prima dell’impatto.
“Comunque, io sono Marinette”, si presentò, squadrandolo poi dalla testa ai piedi: l’abbigliamento particolarmente sgargiante faceva intendere che fosse pronto per entrare in scena. “Partecipi ai provini?”
“Poule, Aula C, primo anno. Piacere di conoscerti, Marinette”, le sorrise, “E sì, ho intenzione di portare un pezzo comico”, aggiunse annuendole, mentre lei si chinava per raccogliere gli oggetti caduti in terra alla rinfusa.
Quei congegni volarono letteralmente nella scatola, lanciati da Marinette, che bloccò il suo fare di colpo quando, proprio sotto una delle cuffie, scovò la fotografia del ragazzo.
“Questa…” disse, tornando ad alzarsi e porgendo a Poule quanto aveva appena raccolto, “…deve essere tua.”
Il giovane comico si appestò a recuperarla dalle mani dalle ragazza. “Sì”, disse annuendo, “mi stavo giusto domandando dove fosse finita.”
“Quello nella foto è Jean Luc Lefebvre, non è vero?” notò Marinette, riconoscendo il comico francese, deceduto da qualche anno, ormai.
Ancora il ragazzo annuì. “Era mio padre”, disse con tenerezza dopo qualche secondo.
“Ohhh, mi dispiace! Io non credevo… cioè, no… non… volevo… insomma…”, bofonchiò lei, sorpresa da quella rivelazione. “Gli somigli molto, hai i suoi stessi occhi azzurri”, disse poi con dolcezza, cercando di recuperare quella che temeva fosse stata l’ennesima gaffe della giornata.
Il ragazzo sorrise. “Vero e spero di avere anche il suo stesso magnetismo sul palcoscenico”, rispose Lui, senza alcuna traccia di rimpianto sul viso, strizzandole un occhio rassicurante. “Vorrei tanto che, ovunque lui sia, possa sentirsi orgoglioso di me.”
“Allora, in bocca al lupo! Sono sicura che farai un figurone.”
“Crepi”, rispose il ragazzo, prima di correre via.
Il preside Damocles, insieme alla professoressa Bustier e a Madame Mendeleiev, erano seduti davanti al palco in attesa di valutare gli ultimi provini per il festival.
Purtroppo le prove di alcuni studenti erano andate per le lunghe così quell’ultima fase si era sovrapposta al lavoro dei ragazzi incaricati di organizzare il parco con tutte le attrezzature del caso, quando finalmente fu il turno di Poule di andare in scena.
Appena lo chiamarono, Poule da dietro le quinte prese un grande sospirò e fece il suo ingresso.
Un ingresso col botto, decisamente: un passo troppo avventato, forse, il suo, perché non notò il grosso cavo per le luci che alcuni ragazzi avevano steso sul palco, inciampandoci sopra e atterrando rovinosamente a faccia in giù sul limitare del palcoscenico.
Tra gli spalti alcuni ragazzi risero, ma Poule si fece coraggio, si alzò e cominciò la sua esibizione.
“Sapete qual è il colm…”, avrebbe voluto cominciare con una serie di battute, ma la sua attenzione venne bloccata dai alcuni ragazzi, che gli passarono difronte con un pannello, coprendogli del tutto la visuale. Rapidamente Poule cercò di sgattaiolare di lato per mostrarsi di nuovo al pubblico, riprendendo: “Il colmo per una Host…”, altri ragazzi, con altrettanti oggetti e scatoloni, interruppero ancora il suo numero.
Il preside a braccia conserte picchiettava le dita nervosamente, in attesa. “Il colmo di cosa?” chiese.
“Di una Hostess. Il colmo per una Hostess”, specificò rapido il ragazzo, cercando di riprendersi come poteva, quando…
“Capire tutto al volo!” giunse la voce scostante di Chloè, “Tz! Lo sanno tutti”, lo denigrò, avvicinandosi al palco con accanto alla sua amica Sabrina. “Se questo è il massimo del tuo repertorio, ti consiglio di andartene a casa, sei patetico.”
Poule avvampò per l’imbarazzo, ma tentò di riprendere, avvicinandosi maggiormente agli spalti, dicendo: “E il colmo per un…”, ma ancora qualcosa andiede storto: ad Alya e Nino venne chiesto di recuperare i cavi delle luci e, arrotolando il grosso insieme di fili, il groviglio sul palco nel quale involontariamente Poule aveva infilato il piede, si strinse, mandando nuovamente il ragazzo a gambe all’aria.
Ancora qualcuno rise, ma di Poule, non per le sue battute.
Il ragazzo si sentì morire per la vergogna, mentre tentava di rialzarsi, mentre Nino e Alya, senza saperlo…
“Non capisco, sembra incastrato”, notò Nino.
“Prova a tirare più forte”, suggerì Alya.
Marinette, posata l’ennesima scatola al lato dei tendaggi, notò Poule sul palco rialzarsi e il cavo sotto di lui muoversi pericolosamente.
“No, no, no. Fermi!” avvisò i due amici, tentando di evitare lo strattonare dei fili delle luci, ma era già tardi: Poule si trovò nuovamente con il volto in terra.
La fotografia che lo ritraeva con il padre, al riparo nel taschino della giacca, scivolò via, volando verso il pubblico.
“Ridicolo!” disse Chloè con stizza, prima di notare la foto fluttuarle nell’aria davanti al viso ed afferratala al volo, “Jean Luc Lefebvre”, dichiarò, riconoscendo l’attore che vi era ritratto.
“Ridammela, è mia!” sbottò il ragazzo sul palcoscenico, con il volto paonazzo per la rabbia e la vergogna.
“Se ci tieni tanto, riprenditela!” disse lei, gettandola sul palco senza alcuna premura, come fosse immondizia, “Anche se non la meriti. Jean Luc Lefebvre si starà rivoltando nella tomba a sapere di esser l’idolo di un’incapace come te.”
Gli occhi di Poule si riempirono di lacrime a quelle parole, mentre la fotografia gli si adagiava vicino.
“Chloè!” La voce di Adrien arrivò severa a riprendere l’amica d’infanzia, mentre il ragazzo saliva sul palco. “Non sai cosa stai dicendo”, disse ancora, porgendosi per aiutare il giovane sfortunato comico ad alzarsi. “Sei Poule Lefebvre, vero?”
“Oh cielo, Chloè”, mormorò Sabrina con fare dispiaciuto, portandosi le mani al viso.
Malgrado Chloè per un secondo sembrò sorpresa “Tz! E allora? Cosa cambia?” disse, “Avere un padre famoso, non lo rende meno incapace.”
“Chloè, ma cosa stai…?” Adrien blocco la frase a metà perché Poule, che era sembrato sul punto di accettare l’aiuto del ragazzo, alle parole della bionda aveva afferrato la fotografia e si era ritratto, scappando di corsa via dal palco.
Gli sguardi di disapprovazione che colpirono Chloè, immediatamente dopo, non parvero smuoverla.
“Cosa avete da guardare in quella maniera, lo pensavate anche voi, no? Andiamo Sabrina”, dichiarò in fine, voltandosi.
“Ma Chloè...” tentò di far notare l’altra ragazza, che fulminata dallo sguardo dell’amica preferì tacere e seguirla.
Poule sfrecciò in lacrime accanto a Marinette che tentò di rincuorarlo, “Poule, mi…” ma il ragazzo non bloccò la sua fuga, “…dispiace”, terminò la ragazza quando l’altro era ormai troppo distante per sentirla.
Poule, devastato e deluso, si ritrovò solo nello spogliatoio della scuola.
Le lacrime che gli bagnavano il volto scendevano copiose fino a infrangersi contro la fotografia che stringeva al petto.
“Mi dispiace, papà”, la voce sottile era spezzata dai singhiozzi e dal dolore.

Il pianto di Poule però non era passato inascoltato.
La luce entrò attraverso l’iride meccanica del lucernaio che celava la presenza di quel covo al mondo.
Un nugolo di farfalle bianche si alzò in volo attorno alla figura di Papillon.
“Il divertimento annegato dal pianto, l’obbiettivo perfetto per a mia Akuma.”
Le mani di Papillon si chiusero intorno ad una delle sue farfalle come aveva fatto tante e tante volte, tingendone le ali di nera pece.
“Vola, mia piccola Akuma, vola da quel giovane comico e oscura il suo cuore!”
Ubbidiente al volere del suo padrone, la farfalla si librò sui tetti di Parigi fino a raggiungere la fotografia stretta tra le mani di Poule Lefebvre.
“Risata” echeggiò in un secondo nella testa del ragazzo. “Io sono Papillon. Ti è già stato portato via tuo padre ed ora vogliono portarti via la possibilità di dimostrare quanto gli somigli. Ma voglio farti un regalo: da questo momento tutta Parigi sarà il tuo palcoscenico, chiunque sentirà le tue battute non potrà fare a mero di ridere. In cambio ti chiedo solo di portarmi i Miraculous di Ladybug e Chat Noir.”
“Sono pronto per il mio pubblico, Papillon!” rispose Poule, asciugandosi gli occhi dalle lacrime, mentre una coltre oscura prese ad avvolgerlo completamente e quando si dissolse, al posto del ragazzo, apparve un Clown dai colori vivaci e dall’enorme, inquietante sorriso. “Preparati a Ridere, Parigi!”

Adrien era in macchina con la sua guardia del corpo quando rimasero incastrati nel traffico.
“Cosa è successo?” domandò il ragazzo, cercando di sporgersi dal finestrino per capire cosa avesse creato l’ingorgo.
Il suo gorilla gli fece cenno di starsene buono e scese a controllare. Il tempo di aprire la portiera che, dopo essere stato percorso da uno strano fremito, crollò sul sedile ridendo a squarcia gola.
“Ma...?” si chiese Adrien, aprendo la portiera e guardando fuori, in tempo di vedere un pagliaccio saltare di tetto in tetto e svanire accompagnato da una risata stridula. Si rese conto, nell’attimo immediatamente successivo, che ogni persona in strada stava letteralmente piegandosi in due dal troppo ridere.
Non ci pensò su due volte e, imboccando un vicolo più isolato di altri… “Plagg trasformami!” comandò e in un secondo il Kwami si dileguò nell’aria, mutando Adrien in Chat Noir.

Nel Collège Françoise Dupont i preparativi per il festival sembravano ancora lontani dal finire.
Gran parte degli studenti erano andati via, tranne quelli ancona intenti all’allestimento e i più ansiosi per l’esito dei provini che attendevano di veder appesi i risultati nella bacheca della scuola.
Marinette, accanto ad Alya e Nino, stava riponendo le ultime cose.
“Wow, che spettacolo!” disse Nino, sbirciando dentro una delle scatole, “È una vita che non vedo apparecchiature del genere?”
“Non dirmi che sei un maniaco dell’elettronica Vintage, Nino?” lo canzonò amorevolmente Alya, mentre Marinette si sgranchiva un po’ le braccia stirandosi verso il soffitto.
Nino però non ebbe il tempo di commentare il dire dell’amica che Juleka e Rose arrivarono di corsa, annaspando per lo sforzo.
“Correte, sta arrivando!” avvisò Rose.
“Chi? Chi sta arrivando?” chiese Alya accostandosi alle amiche che le indicarono il palco alle loro spalle.
“È arrivato questo clown e, non lo so esattamente”, disse Juleka, “Io e Rose stavamo ascoltando un pezzo di musica, ma quando ci siamo tolte le cuffie…”
D’istinto Marinette si affaccio nella sala. Tutti presenti stavano letteralmente sganasciandosi dalle risate.
“Non vedo nessun Clown, forse è il caso di andare a vedere”, dichiarò sicura.
“No, Marinette, è pericoloso”, la fermò Alya.
“Ma qualcuno deve pur farlo”, rispose lei, “cercherò di fare il più veloce possibile, vedrai che neanche ti accorgerai delle mia assenza.”
“Ma Marinette…” La ragazza non fece in tempo a commentare oltre che l’amica le era già sfuggita di mano.
Appena superata la sala, Marinette entrò in una delle aule vuote.
“A quanto pare, c’è un lavoro per Ladybug!” dichiarò mentre la sua Kwami usciva dalla borsetta. “Tikky trasformami!” ordinò.
Il tempo di assumere le sembianze della paladina di Parigi che chiamò il suo fedele compagno d’avventura: “Chat Noir? Ci sei gattino?”
“Chat Noir all’appello, My Lady.”
“Sai cosa sta avvenendo?”
“Non proprio, ma so chi lo sta causando”, rispose lui.
Chat Noir era sul tetto di un palazzo ad osservare il pagliaccio variopinto dall’alto.
“Segui il rilevatore della mia arma e troverai me e questo simpatico Clown?”
“Un Clown?” domandò Ladybug dall’altra parte.
“Già, e sai assomiglia tanto a quel comico, hai presente…”
“Jean Luc Lefebvre?”
“Esatto! A quanto pare ha la capacità di far scoppiare a ridere chi ascolta la sua voce. Quindi, insettina, porta un paio di tappi per le orecchie”, informò, saltando su un altro tetto e trovandosi costretto a scendere tra i vicoli pur di non perdere di vista la sua preda. Si ritrovò tra un gruppo di persone che ridevano tanto d’avere le lacrime agli occhi. “Facciamo anche due paia.”
“Ho una mezza idea su chi possa essere, il tempo di andare a recuperare una cosa e arrivo!”
“Fai pure, ma non metterci troppo!” Disse con un pizzico di ironia, chiudendo la comunicazione, mentre diverse delle persone vittime del Clown gli si aggrappavano nella speranza che potesse farle smettere di ridere.
“Mi dispiace”, si scusò, divincolandosi, “vedrete che io e Ladybug sistemeremo ogni cosa. Cercate di resistere”, ma le povere vittime di quel potere non sembravano riuscire a sentire ragioni scosse dallo stato assurdo nel quale si trovavano.
Ladybug chiuse la comunicazione e, guardando sul suo Yo-Yo dove si trovasse Chat Noir, disse: “Credo che qualcuno debba fare le sue scuse.”
“Ehi, lo sai che si può anche morire dal ridere?” dichiarò Chat Noir, richiamando l’attenzione del pagliaccio. Le orecchie da gatto ben piegate sulle sue.
Le labbra del nemico si mossero dicendo qualcosa, ma il gatto nero non udì nulla, vide solo le persone ridenti che alzarono verso di lui uno sguardo luminoso; smisero di ridere a crepapelle e allargarono un enorme, innaturale sorriso, prima di avventarsi contro di lui.

Ladybug non aveva dubbi sul Miraculous da scegliere, quando Maestro Fu glielo chiese.
In pochi minuti tornò alla scuola e non le fu difficile trovare chi cercava: la voce di Chloè Bourgeois che schiamazzava sapeva essere sempre una nota più alta delle altre, distinguibile, troppo distinguibile anche in un mare di risate.
Chloè si trovava nel cortile della scuola, stava cercando di divincolarsi da alcuni suoi compagni di classe, compresa la sua amica Sabrina, che in preda a quel riso isterico chiedevano aiuto aggrappandosi come potevano a chi, a differenza loro, sembrava libero da quel tormento. Sabrina cadde in terra ridendo tra le lacrime e stringendosi il petto dolorante.
“No, Sabrina”, disse, realmente rammaricata per l’amica, quando Ladybug arrivò a prenderla, volando letteralmente appesa al filo della sua arma, stringendola per la vita e portandola sul tetto dell’istituto insieme a lei.
“Ladybug”, chiamò non appena al sicuro, “finalmente, sembrano tutti impazziti e io…”
“Chloè, sai perché sono qui, vero?” l’interruppe la sua supereroina preferita.
“Queen Bee ha un dovere da compiere e… delle scuse da fare”, dichiarò, abbassando il capo pentita, mentre la compagna, annuendo, gli passò il cofanetto.
Il tempo di aprirlo e mettersi il fermaglio dell’ape tra i capelli che… “Al tuo servizio mia regina”, disse, apparendo, Pollen.
“Pollen trasformami!”

“Maledizione, non voglio farvi del male” disse Chat Noir costretto a indietreggiare invece di affrontare il nemico, per evitare che troppe mani lo acciuffassero e che quello scontro si concludesse ancora prima di cominciare.
Una mossa falsa: un piede in fallo, mentre indietreggiava e i suoi inseguitori lo afferrarono saldamente. Divincolarsi sarebbe valso solo a ferire quegli innocenti, “Ho bisogno di un piano di riserva, pensa Chat, Noir, pensa…”, si disse mentre quegli schiavi della risata lo conducevano dal loro padrone.
“Ottimo, Risata”, sussurrò Papillon nella mente del suo sgherro, “Prendi il suo Miraculous e consegnamelo.”
“Come tu desideri, Papillon.”
Le dita del Clown si mossero rapide per sfilare l’anello dalle mani del ragazzo bloccato. “Vediamo Chat Noir, sai qual è il colmo per due gatti?”
Chat Noir però continuava a dimenarsi senza rispondergli.
“No? allora te lo dico io. Non capirsi per un pelo.” Al termine di quella battuta sgranò lo sguardo, “Ma cosa…?” Chat Noir non rideva come avrebbe dovuto. Quella stranezza lo fece tentennare.
“Cosa fai?” Gli urlò Papillon nella testa. “Non perdere tempo, prendi il suo Miraculous.”
Ma era troppo tardi…
“Ti sono mancata micetto?”
In un secondo Ladybug si calò dal cielo, strappando Chat Noir dalle mani dei servi di Risata.
“Cosa? No, no, no!” echeggiarono all’unisono, una nella mente dell’altro, le voci di Risata e di Papillon.
“Prendeteli, non fateveli scappare!” gridò Risata, indicando ai suoi sgherri la direzione nella quale la coccinella era sparita con il gatto.
“Non dovevate farlo, renderò schiava tutta Parigi finché non vi troverò!” intimò all’aria.

“Gattino recuperato!” disse Ladybug, posando Chat Noir sul tetto accanto a Queen Bee.
“Hai detto qualcosa My Lady?” chiese il supereroe, volgendo di nuovo in alto le orecchie da gatto del suo costume.
“Ingegnoso, non c’è che dire!” commentò Queen Bee.
“Grazie del complimento, madamigella, è un piacere rivedervi da queste parti” riprese il gatto, come sempre a tono, dopo un rapido baciamano.
“Ho una situazione da sistemare. Avevo promesso di non creare più problemi, ma a quanto pare è più difficile di quel che credevo.” La ragazza sospirò dispiaciuta. “Sono davvero una pessima eroina!”
Ladybug sorrise alle parole di Chloè, sperava davvero che piano piano si trasformasse in una vera paladina del bene.
“L’importante è saper riconoscere i propri errori”, le disse Chat Noir, posandole una mano sulla spalla con fare rassicurante e con una voce talmente gentile che Ladybug si sentì… strana.
Queen Bee annuì decisa, sorridendo al ragazzo.
“Ok, ok, ora finiamola con le smancerie. Abbiamo una città da salvare” disse Ladybug, prendendo il gatto nero per il polso e tirandoselo sul bordo del tetto, scioccamente più interessata a interrompere quel momento d’intesa tra i due supereroi che al resto.
Anche Queen Bee si affacciò ad osservare: Risata assoggettava persona dopo persona al suo volere.
“Forzaaa! Esci fuori micio-micio!” scimmiottava il nuovo nemico, movendosi per le vie della città. “Ladybuuug! So che siete da queste parti, dai, non fatevi desiderare troppo, o rischierete che a qualcuno, a forza di ridere, scoppi il suo bel cuoricino”, ricattò al nulla, sicuro che i paladini del bene lo stessero ascoltando, prima di scoppiare in una fragorosa risata.
I suoi sgherri avevano radunato un gruppo gremito di persone proprio davanti al Louvre.
“Sapete signori…” disse a quel punto Risata, “… prima ero indeciso sul da farsi, ora… non lo so!” scoppiò a ridere lui stesso sulla sua pessima battuta, mentre quei poveri malcapitati cominciarono a far eco a quelle risa con le loro. “Perfetto, mio adorato pubblico e adesso che mi riverite, trovate Ladybug e Chat Noir e portateli da me!” Ordinò e quei nuovi zombi dal macabro sorriso si mossero ubbidienti alle sue parole.
Un secondo, non passò più di un secondo, prima che risata si ritrovasse addosso quei tre protettori del bene.
I suoi servitori furono rapidi a frapporsi tra lui e i suoi aggressori; un valido scudo visto che i tre “animaletti” sembravano intenzionati a non volerli ferire in alcun modo.
“Oh, ma guarda! C’è anche l’odiosa Queen Bee, a quanto pare” disse, cosciente su chi si nascondeva dietro la maschera dell’Ape Regina, come tutti a Parigi.
Riuscì a bloccare la picchiata dell’Ape, afferrandola per la gola, stringendo quanto serviva per non farla scappare.
Chat Noir e Ladybug erano occupati a difendersi dagli attacchi dei suoi schiavi.
“Vediamo se questa ti fa ridere, mia cara Chloè. Sai qual è il colmo per un ape? Non poter entrare in casa perché ha appena dato la cera!” Accennò una risata, non fosse che il viso della ragazzina davanti a lui, invece di scoppiare a ridere, gli ghignò in faccia sarcastica.
“A quanto pare non impari dai tuoi errori!” lo dileggiò Chat Noir, che non aveva certo bisogno di sentire per capire cosa fosse appena avvenuto.
Lo sguardo di Risata scorse rapido alle orecchie della ragazza. “Tappi?!” quasi ringhiò quella singola parola, ma pagò cara quell’ennesima incertezza: Ladybug riuscì ad avvicinarsi e con abilità avvolse il filo del suo Yo-Yo intorno polso della mano con cui teneva Chloè. Quella terribile stretta lo costrinse a lasciare la presa e Queen Bee fu rapida a sottrarsi a quella minaccia.
“Maledetta!” infuriò il clown contro la coccinella, per poi richiamare si suoi sgherri: “venite qui, mio adorato pubblico, difendetemi”. Erano in tre contro uno e la sua voce sembrava non poterli raggiungere, questo era vero, ma quegli innocenti erano il loro punto debole.
“Ma cosa fai?!”, disse Ladybug, cercando di gettarsi contro Risata e trovandosi a scontrarsi con Queen Bee anche lei appesa al filo della sua trottola, quasi fossero le palline di un gioco per bambini.
“Attento, Chat Noir!” disse due secondi dopo Queen Bee, slegatasi dal groviglio di fili, schivando per miracolo il colpo dell’asta del gatto nero.
“Spostatevi, voi due!” intimò ancora la coccinella, trovando i due compagni sulla traiettoria del suo balzo.
“Ma… accidenti!” inveì Chat Noir, dopo aver dato una bella testata contro una parete nel tentativo di evitare la coccinella.
A quanto pareva, però, anche i paladini di Parigi erano in seria difficoltà a causa quel loro stesso stratagemma, notò Risata, volgendosi verso un gruppo di persone ancora libere dal suo sortilegio. “Un giorno non ce l’ho fatta più e ho detto alla mia ragazza che stavo con lei perché mi accontentavo. Lei fermissima mi ha risposto: io invece non mi accontento, è per questo che sto anche con un altro.”
Le risate che si alzarono furono solo il preludio a quello che successe immediatamente dopo: nuovi servi si unirono ai precedenti per rendere più duro il lavoro dei tre eroi.
“Non possiamo andare avanti così, non riusciamo a coordinarci”, disse Ladybug, assolutamente non udita dai suoi compagni di battaglia. “Grrr!!!”, ringhiò nervosa per poi… “Certo!”, s’illuminò e, al sicuro su un balconcino al primo piano, strinse il gadget che la contraddistingueva e chiamò con questo i suoi due compagni.
La trottola di Queen Bee e l’asta di Chat Noir vibrarono.
I due ragazzi, vedendo che la chiamata veniva dalla coccinella, si voltarono per cercarla.
Il tempo che i loro sguardi incontrarono quello di Ladybug che lei fece loro cenno con la mano di raggiungerla e seguirla.
“Che fate? Ve ne andate proprio sul più bello!” dileggiò Risata, scoppiando a ridere. Per poi volgersi verso altri malcapitati. “Tempo fa seguivo una dieta, sapete, ma poi lei mi ha denunciato per Stalking e io l’ho lasciata stare!”

“Qualche idea, Ladybug?” chiese Queen Bee, osservando dall’alto quanto stava avvenendo sotto di loro, togliendosi un tappo per le orecchie, finalmente al sicuro dalla voce di Risata.
“Uhm…” mugugnò pensierosa l’eroina, anche lei con i tappi in una mano. “Per non essere vittime del potere di Risata non bisogna sentire le sue parole”, rifletté ad alta voce, “ma questo rende difficili anche le comunicazioni tra di noi. Non stiamo facendo altro che rimbalzare da una parte all’altra come palline impazzite.”
“Già”, confermò Chat Noir, raddrizzando le sue orecchie.
“Avremmo davvero bisogno di un colpo di fortuna”, commentò Chloè, sospirando.
“Queen Bee!” disse di colpo Ladybug, stringendo la ragazza per le spalle con entusiasmo. “Sei un genio!”
“Ok, sì. Sono un genio, non che non lo abbia mai pensato, ma… in che cosa, se posso?”
“Giusto!” esordì Chat Noir, colpendosi il palmo con un pugno.
“Qualcuno può spiegarmi cosa sta succedendo?” chiese l’ape, mentre…
“Lucky charm!” dichiarò l’eroina, dando alla ragazza la risposta che cercava.
Il viso di Queen Bee si illuminò di speranza, quando però, tra le mani di Ladybug si depositò una vecchia cuffia con microfono “coccinellata”, quell’entusiasmo sparì.
“Fantastico, la fortuna ci dice che dobbiamo tapparci le orecchie.”
La coccinella guardò perplessa l’oggetto a sua volta, poi… come colta da un’improvvisa illuminazione, “Forse so cosa significa”, disse. “Siete con me?”
“Come sempre, My lady”, rispose immediatamente Chat Noir.
“Ovviamente! Non ho idea a cosa ti riferisca, ma sai che mi fido di te, Ladybug”, disse l’Ape Regina.
“Perfetto, ascoltatemi allora: dobbiamo portare Risata al François Dupont. Quello che mi serve è lì che si trova. Prima però dobbiamo mettere in salvo gli studenti, non possiamo rischiare di dare altre frecce all’arco del nostro nemico. Pensate di farcela?”
“Ehi, con chi credi di parlare, insettina, hai un professionista davanti! Tu pensa a recuperare quello che ti serve, io metterò in salvo ragazzi e insegnanti.”
“E se c’è qualcuno che sa come essere odiosa quella sono io! Chiamatelo talento naturale, ma vi assicuro che Risata non potrà fare a meno di seguirmi”, disse Queen Bee cooperativa, rimediandosi un occhiata stupita da parte degli altri due supereroi. “Che c’è, non avevate detto proprio voi che il primo passo per essere un buon supereroe era ammettere le proprie colpe?”
“Wow, impara in fretta la biondina, non c’è che dire!” commentò ironico il gatto.
“Perfetto, e allora che il piano abbia inizio!” decretò Ladybug.

“Oh, povero piccolo! Tutta questa messinscena solo per dimostrare a papino di non essere un completo fallimento come figlio!” schernì Queen Bee dall’alto di un palazzo, richiamando l’attenzione del pagliaccio.
“Tu, insopportabile insetto! E tu saresti una dei paladini di Parigi? Mi fai solo ridere! Ti costringerò a rimangiarti quello che hai appena detto”, inveì furioso Risata. “Miei adorati fan prendetela!” ordinò.
Queen Bee era sola ora nello scontro, ma sapeva cosa fare: un passo avanti e due indietro, proprio come in una danza. Un attacco, per non fargli intuire che lo stava guidando in una trappola, indietreggiando poi, per condurlo esattamente dove voleva.
Ladybug e Chat Noir si divisero appena entrati nel Françoise Dupont.
La coccinella si diresse rapidamente al teatro, non vista dalle vittime ridenti e disperate tra la platea e gli spalti.
Tutto era sotto sopra a causa del caos che si era generato dopo il passaggio di Risata.
“Erano qui, ne sono sicura!” si lagnò Ladybug, cercando tra gli scatoloni quello che le serviva.
“Eccole!” per fortuna lo trovò solo qualche secondo dopo.
Il tempo di prendere una delle cuffie tra le mani e tentare di accenderla che un forte ronzio le fece drizzare i capelli sulla testa.
“Accidenti, sono tutti vittime di Risata, non mi sembra ci sia nessuno da portare in salvo”, costatò Chat Noir, storcendo il naso. “La mia Lady conta su di me e non ho intenzione di deluderla. Mi dispiace ragazzi, ma non diventerete gli sgherri di quel comico”, informò gli studenti nel cortile della scuola, calando dall’altro. Quei poveri malcapitati cominciarono a seguirlo nella speranza che potesse portare rimedio a quello stato di cose, arrancando tra le risa che ormai li scuotevano da troppo tempo e che li avevano svuotati quasi di ogni forza.
“Bravi così, venitemi dietro”, incitò, conducendoli fin negli spogliatogli, per poi sbarrare la porta chiudendoli all’interno.
“E anche questa è fatta! Ora vediamo se non ce ne siamo perso qualcuno in giro.”
Il rumoreggiare ad intermittenza dei suoi orecchini diede a Ladybug la spinta giusta per cercare quanto prima una soluzione. “Come posso fare, non mi è rimasto molto tempo!”
Osservò attorno a sé: notò i suoi amici ancora bloccati dietro le quinte e l’intuito da coccinella “accese” il focus sulle apparecchiature nella scatola e Nino.
“Nino, certo! Lui ha una passione per queste cose!”
“Ladybug!” esordirono i ragazzi non appena l’eroina entrò nella loro visuale, avvicinandosi.
“Nino, ho bisogno del tuo aiuto, sai come far funzionare questi?”
Il ragazzo osservò l’attrezzatura che Ladybug gli poneva davanti. “Certo, sono un appassionato del genere, ma… cosa ti serve esattamente?”
“Ho bisogno che isolino i rumori esterni, ma che siano in grado di comunicazione tra loro, puoi farlo?”
Il ragazzo annuì deciso. “Puoi contare su di me, Ladybug!”
“Forza, anche voi, seguitemi, da bravi. Vediamo di sistemare questa situazione.”
Chat Noir giunse al teatro della scuola proprio mentre la coccinella era intenta a parlare con Nino.
L’eroe non notò immediatamente la compagna di lotta, concentrato a convogliare professori e studenti ridenti con l’intento di portarli in una delle classi vote e chiuderceli dentro.
“Ehi, micetto! Temevo te ne fossi andato”, fu Ladybug a richiamarne l’attenzione sentendone la voce.
“Lady, anche tu da queste parti, vedo. Trovato quello che cercavi?”
A quella domanda la ragazza annuì, “C’è ancora qualche piccolo dettaglio da sistemare, ma siamo a buon punto”, disse, rivolgendo uno sguardo d’intesa a Nino che era già al lavoro. “Piuttosto, quando ai finito con il preside e tutti gli altri, pensi tu a portare al sicuro i ragazzi?” così dicendo, indicò i quattro compagni al di là del sipario.
Gli occhi del gatto seguirono la mano della paladina di Parigi.
“Poi contarci, My Lady! Giusto il tempo di ritornare…” disse, dileguandosi nel corridoio seguito dalle vittime di Risata.
Gli orecchini dell’eroina annunciarono ancora una volta che il tempo a sua disposizione stava per scadere, il ritorno di Chat Noir e il vibrare dello Yo-Yo le evitarono però di recriminarci sopra.
“Arrivata alla scuola, dove porto il cattivone, Ladybug?” annunciò la voce dell’Ape dal microfono dell’arma della coccinella.
“Puntuale come un orologio, Queen Bee, portalo al teatro.”
“Calcolalo come già fatto, sto arrivando!”
Appena terminata la comunicazione Chat Noir si voltò verso i ragazzi. “Avete sentito. Attappatevi le orecchie, Risata sta per arrivare!” disse.
Alya e le altre ragazze annuirono e in men che non si dica, cominciarono a cercare qualcosa con cui isolarsi dai suoni.
“Quanto manca, Nino?” chiese la coccinella.
“Ho quasi fatto!” rispose il ragazzo.
Alya accanto a lui, gli posò una mano su una spalla. “Se qualcuno può farcela, quello sei tu Nino, so meglio d’altri che in te batte il cuore di un vero Eroe.”
Lo sguardo che si scambiarono fu eloquente per entrambi.
Ninò annuì poi sommessamente, deciso più che mai a portare a termine quanto gli era stato richiesto da Ladybug il prima possibile.
Chat Noir si accostò a Rose e Juleka, mentre arrotolavano pezzetti di stoffa e se li infilavano nelle orecchie.
“Ragazze, ma… la vostra amica Marinette, non era a scuola oggi?” Chiese con tono apprensivo.
Juleka fece per togliersi uno di quei tappi improvvisati dalle orecchie per capire cosa le avesse chiesto, quando Ladybug, non molto distante da loro, le fece cenno di lasciar correre e… “È al sicuro”, disse al ragazzo. “L’ho incontrata che cercava di capire cosa stesse accadendo e l’ho portata io stessa a casa.”
“Ahhh, grazie al cielo!” Sospirò sollevato, scatenando, senza rendersene conto, un moto di dolcezza nel petto della supereroina davanti a lui.
“Cosa ti prende?” Si biasimò Ladybug nella sua mente, “Non è il momento per queste cose… qualunque cosa esse… siano!”
“Fatto!” Esordì entusiasta Nino in quel medesimo istante, passando le tre cuffie, complessive di quella generata dal Lucky charm, a Ladybug.
“Perfetto!” disse la coccinella.
“Appena in tempo!” Fece notare Chat Noir, indicando l’ingresso di Queen Bee dalla porta principale della sala del teatro, seguita da un vero e proprio marasma di Zombi dal sorriso dentato in perfetto stile “Stregatto”.
Rapidamente Ladybug lanciò una cuffia verso la combattente in arrivo. “Prendi Queen Bee!”
“Presa!” dichiarò la ragazza afferrando al volo quanto le era stato tirato.
Un’altra cuffia venne spinta contro il petto del supereroe in costume nero. “Vai Chat Noir, porta in salvo i ragazzi!”
Il ragazzo annuì in risposta, eseguendo gli ordini della coccinella.
“Ed ora a noi, Risata!” concluse in fine lei, infilandosi a sua volta le cuffie.

“Oh, ma guarda chi abbiamo qui! Ladybug”, disse Risata arrivando nel teatro al seguito dei sui tirapiedi. “Sai qual è il colmo per una coccinella? Mettere i puntini sulle i”, e scoppiò in una folle risata.
“Mi dispiace, ma non ho orecchio per le tue battute da quattro soldi!” commentò la coccinella, verso il ragazzo akumizzato, prima di prendere la mira col suo Yo-Yo e colpire.
Uno dei servi del clown, si parò davanti al padrone prendendo quel colpo al suo posto.
Risata riprese a ridere più divertito che mai. “I miei ammiratori mi adorano. Sarebbero pronti a morire per me!”
“Accidenti! Questa proprio non ci voleva”, protestò Ladybug, prima di chiedere nel microfono attaccato alle sue cuffie: “Ti manca ancora molto, Chat Noir? Una mano in più non farebbe male.”
“Il tempo di battere le tue adorabili ciglia e sono lì, My Lady!” rispose questi, mentre la ragazza lanciava nuovamente la sua arma per andare ad abbarbicarsi sull’architrave dell’accesso principale a quella sala, evitando per un pelo la carica dei parigini influenzati da Risata.
“Ottimo, Chat Noir! E tu, Queen Bee, tieniti pronta a infilzare quel comico, ho un’idea.”
“Sono sempre pronta!” rispose l’altra, raggiungendo il fianco di Ladybug.
“Attaccate quelle due e portatele da me!” ordinò ancora il cattivone di turno, mentre i suoi servi si accalcavano contro la parete, arrampicandosi gli uni sugli altri per raggiungere le ragazze.
Rapidamente entrambe lanciarono le oro armi che, afferratesi alle travi del soffitto, gli permisero di lanciarsi dall’altra parte della stanza.
“Qualcuno ha idea sul dove si trovi l’Akuma?” chiese Chat Noir raggiunto il palcoscenico. Come aveva annunciato era arrivato nella sala in un batter d’occhio.
“La fotografia”, informò Chloè, rattristandosi, “Ci teneva davvero molto e io…”.
“Giusto, la foto”, intervenne Ladybug, poi, posandole una mano sulla spalla, “tranquilla Queen Bee, risolveremo anche questa!” la rassicurò con un sorriso.
“Non vedo nessuna fotografia!” constatò Chat Noir dopo aver controllato meglio l’aspetto del Clown.
“Nel taschino”, aggiunse l’ape. “Era lì che la costudiva.”
“Perfetto allora… tenetevi pronti!” Disse ancora Ladybug. “Al mio via, tu, Queen Bee, lo paralizzi e io recupero la foto.”
“Oh, finalmente anche il micetto si è aggiunto alla festa! Prendete anche lui, mio amato pubblico!” comandò ancora il pagliaccio.
“Ma come facciamo ad avvicinarci? Sono in troppi a proteggerlo e il potere di Risata non ha donato loro solo un orribile maquillage, ma anche una forza fuori dal comune” fece notare Chloè.
Nuovamente gli sgherri di Risata si accalcarono sotto le ragazze, eseguendo gli ordini del loro signore.
“Ed e qui che ci serve l’aiuto del Micetto!” rispose l’eroina, lanciandosi verso il palcoscenico. “Io cercherò di attirarne qui, sul palco, il più possibile. Tu, Chat Noir, riesci a usare Cataclisma sui tiranti del sipario in modo da fargli cadere addosso i tendaggi e bloccarli?”
“Puoi scommetterci, coccinella!”
“A quel punto saremo solo noi e lui, sarà gioco da ragazzi sconfiggerlo”, concluse lei.
Gli orecchini di Ladybug l’avvisarono del passaggio di un altro minuto.
“Cosa fai Risata? Non disperdere le forze”, echeggiò ancora la voce di Papillon nella mente di quel cuore oscurato dal male. “Prendi i Miraculous della coccinella e del gatto. Senza i loro poteri saranno in tua balìa e nessuno riuscirà più a impedirti di far ridere l’intera Parigi.”
“Hai perfettamente ragione, Papillon”, rispose il ragazzo Akumizzato. “Ladybug è la più vicina, prendetela! Vi voglio tutti intorno a lei, non permettetele di fuggire ancora!” Ordinò e i suoi servi si radunarono in massa intenti a salire sul palco.
“Cataclisma!” richiamò il suo potere Chat Noir, accovacciato sulle assi che sorreggevano il pesante sipario, dove era giunto grazie all’abilità d’allungarsi del suo bastone.
Il potere della distruzione si accumulava intorno agli artigli della sua mano.
“Tieniti pronto!” dichiarò Ladybug, indietreggiando, mentre i nemici si accalcavano sul palco, circondandola. “Ora!” disse, un secondo prima che le mani di quegli incubi ghignanti potessero raggiungerla, lanciando il suo Yo-Yo contro i pesi della tenda, chiudendo così il sipario e al contempo lanciandosi oltre il palco.
Un tocco deciso di Chat Noir sulla struttura e la tenda, senza più agganci, precipitava al suolo, bloccando i servi del clown sotto strati di stoffa.
“Ma cosa…?” si allarmò Risata, vedendo tutti i suoi Fan in scacco e ritrovandosi solo al centro della sala.
“Queen Bee, tocca a te!” comandò Ladybug ancora in volo, appesa alla sua arma.
L’Ape Regina non se lo fece ripetere due volte e piombando alle spalle del nemico… “Veleno!” annunciò.
Il malvagio fece appena in tempo a voltarsi che il pungiglione pulsante dell’eroina gl’infilzò il petto, paralizzandolo.
Ladybug atterrò accanto a loro. Un passo ed estrasse la foto dal taschino di Risata. La strappò in due con gesto deciso, liberando l’Akuma che vi era racchiusa.
“Niente più malefatte piccola Akuma”, recitò Ladybug, roteando la sua arma. “Ladybug sconfigge il male!” aggiunse, catturando la farfalla di Papillon.
“Presa”, dichiarò, mentre con tocco leggero schiudeva il suo Yo-Yo, liberando l’Akuma che, priva di potere, era tornata bianca come la neve. “Ciao ciao farfallina!”
Il tempo di vederla volare via che, “Miraculous Ladybug!”, proclamò, sfilandosi la cuffia e lanciandola in aria. Scomparì, in un nugolo di luci e cuori che si disperse su tutta Parigi, riportando ogni cosa alla normalità.
Tre pugni si accostarono tra loro in perfetta sincronia, mentre il coro di tre voci dichiarava entusiasta: “Ben fatto!”
Il tempo di retrarre la mano che anche l’ultimo punto sugli orecchini della coccinella cominciò a lampeggiare.
“Queen Bee, dobbiamo andare”, disse Ladybug, portandosi una mano all’orecchio.
La ragazza annuì. “Solo un momento, Ladybug”, chiese, chinandosi per raccogliere da terra la fotografia del ragazzo tornata integra.
La coccinella annuì a quella richiesta.
“Mi dispiace”, disse Chloè, accostandosi a Poule inginocchiato in terra e porgendogli quel caro ricordo. “Non sapevo che fosse tuo padre, ma anche se non lo fosse stato non mi sono comunque comportata bene verso di te. Sai, sono stata presa dall’invidia vedendoti ritratto con il grande Jean Luc Lefebvre. Ero una sua grande fan da bambina, sono una sua grande fan. I suoi spettacoli mi hanno tenuto compagnia nei momenti più tristi, quando ero piccola e mi sentivo sola perché i miei genitori non avevano tempo per me.” Un sorriso sincero apparve sul viso di Queen Bee, mentre il ragazzo prendeva la fotografia dalle sue mani. “Sei fortunato ad avere così tanti bei ricordi con tuo padre, non lasciarli mai andare via! Non farti buttare giù da nessuno, neanche se ti dovessi trovare a fare i conti con la più antipatica della scuola!” Terminò strizzandogli l’occhio.
Poule annuì deciso alle parole della ragazza, ritrovando il sorriso. “Sai, forse non sei poi tanto male come paladina di Parigi.”
“E io scommetto che tu sai davvero far ridere le persone, anche senza l’aiuto di Papillon.”
“Queen Bee, mi dispiace, ma dobbiamo proprio andare!” si trovò costretta a ribadire Ladybug.
L’altra eroina fu rapida ad annuire. “Andiamo”, rispose accostandosi a lei e lanciandosi nel corridoio.
“Chat Noir, pensi tu a liberare studenti e insegnanti, vero?” si assicurò la coccinella, allontanandosi in corsa.
“Puoi contarci!” rispose il gatto a piena voce, stirando le braccia, prima di mettersi all’opera.
“Anche questa volta hai vinto, Ladybug…” sfuriò Papillon mentre l’iride di metallo si chiudeva sulla vetrata con l’emblema della farfalla, “…ma ricordati, ride bene chi ride per ltimo!”

“Chloè ha fatto un passo in più sulla strada per diventare l’eroina del bene che tutti vorremmo che fosse, lei per prima”, disse Marinette, riponendo nella borsetta accanto a Tikki il cofanetto con il Miraculous dell’Ape.
La Kwami annuì sicura.
Il peggio era ormai passato e i ragazzi tornarono a dedicarsi all’allestimento del palco per lo spettacolo.
Il preside Damocles appese finalmente in bacheca i nomi dei partecipanti al festival e purtroppo, come era prevedibile, il nome di Poule non c’era.
“Mi dispiace, ragazzo mio…”, disse il preside, vedendo Poule abbassare il capo amareggiato e posandogli una mano sulla spalla, “…so quanto ci tenessi, ma abbiamo solo una serata e il tempo a disposizione non è sufficiente per permettere a tutti i ragazzi della scuola di esibirsi.”
Il ragazzo sollevò il viso, stentando un sorriso. “Va bene così, signor Damocles”, disse, “infondo un vero attore deve riuscire a tenere a bada la tensione anche quando tutto sembra remargli contro e, in effetti, in questo devo ancora farne di strada.”
“Complimenti, un ragionamento molto maturo, Poule”, si congratulò l’uomo.
“Preside Damocles”, arrivò inespertamente la voce di Chloè, “mi stavo domandando… e se il tempo ci fosse?”
“Cosa intendi, Chloè?” chiese il preside.
“E se lasciassi a Poule il mio posto nel Festival?”
“Ma Chloè”, disse Sabrina, “ti sei allenata tanto per entrare nello spettacolo.”
“È vero, ma io partecipo ogni anno, e non ho dubbi che l’anno prossimo sarò tra i migliori! Non ho certo dedicato alla danza buona parte della mia infanzia solo per vedere dei dilettanti fare quattro salti sul palco senza criterio alcuno.”
“Sicura Chloè?” chiese ancora il preside.
“Sicura”, dichiarò decisa.
“Allora, non credo ci siano problemi.” Poi voltandosi verso il foglio appeso, estraendo una penna dal taschino, cancellò il nome di Chloè Bourgeois, scrivendo accanto quello di Poule Lefebvre. “Complimenti ragazzo, sei nello spettacolo!” dichiarò infine verso questi.
D’istinto Poule, vedendo il suo nome sulla bacheca, si voltò verso Chloè, abbracciandola di getto.
La ragazza si fece sfuggire un sorriso stretta tra le braccia del giovane comico, prima di rimettere su il suo solito fare scostante, mai pronta a mostrare completamente il fianco: “Ok, ok, sono stata brava, ma non esageriamo, mi stai sgualcendo tutta la mise!”
“Cielo, Chloè Bourgeois che fa una buona azione? Sta forse per finire il mondo?” Commentò Alya, scatenando nel resto dei ragazzi una risata divertita e… sincera, dopo tutte quelle spese durante quella lunghissima giornata.

Era sera ormai, quando Marinette, appoggiata alla ringhiera della sua terrazza, si stava prendendo, insieme a Tikki, un po’ di tempo per rilassarsi con una tazza di cioccolata calda tra le mani.
Il peso del suo corpo posava solo su di un piede, mostrando una caviglia più gonfia del normale.
“Tutto è bene quel che finisce bene!” disse la Kwuami, addentando un biscotto ricoperto di gocce di cioccolato.
“Vero”, rispose Marinette.
“Mi dispiace per la tua caviglia.”
“Tranquilla Tikki, non fa tanto male e, per fortuna, l’adrenalina del combattimento non mi ha fatto sentire il dolore. Sarebbe stato un guaio se avessi avuto qualche impedimento, i nemici che schiera Papillon si fanno più forti scontro dopo scontro.”
“È vero, ma anche tu poi contare su alleati sempre più potenti.”
La ragazza le sorrise, come darle torto, d’altronde?
“Tikki”, chiamò dopo qualche istante di silenzio; dopo aver sorseggiato un po’ della sua cioccolata, “E se rivelassi chi sono a Chat Noir?”
“Ma Marinette è troppo pericoloso…” cercò di dissuaderla con fare rammaricato.
“Lo so, solo…” la voce della ragazza era colma di tristezza, “non è giusto e…”
“Disturbo?”
“Chat… Chat Noir?” balbettò Marinette, troncando il suo discorso con Tikki e voltandosi dal lato opposto della balconata.
La Kwami, abilissima come sempre, si fiondò all’interno della borsetta.
“Orecchie e coda, principessa!” disse lui con la solita spavalderia.
“Cosa ci fai qui?” quasi l’aggredì lei, sentendosi il cuore andare a mille per il timore provato per Tikki, ad un soffio dall’essere scoperta.
“Non sembri troppo felice di vedermi!” l’eroe era accovacciato, come sua abitudine, sulla balaustra di metallo.
Marinette si affrettò a dissentire, scuotendo il capo e muovendo rapidamente le mani davanti al viso. “No, no, no… solo… non me lo aspettavo, tutto qui! Cioè, non mi aspettavo di vederti. Piuttosto, come mai da queste parti?” domandò, riuscendo a riaversi almeno sul finire di quella frase.
“Volevo vedere come stavi?” disse lui con voce sincera e Marinette, fissandolo negli occhi e lasciandosi andare fino ad appoggiarsi di peso contro l’inferriata, si domandò assurdamente se fossero davvero verdi i suoi occhi sotto quella maschera. “La tua scuola è stata attaccata e… la tua caviglia”, disse ancora lui, abbassando lo sguardo.
“Oh!” sussultò lei, “Questa.” Abbassando a sua volta il viso e muovendo appena il piede sul quale non appoggiava. “Non è niente, sono solo stata troppo in piedi per i preparativi del festival scolastico.”
“Sicura?” Chiese lui, scendendo dalla ringhiera e muovendosi di qualche passo fino ad arrivarle davanti, chinandosi per controllare la situazione da vicino.
“Sicura. Davvero”, rispose, annuendo decisa, per poi trovarsi gettata di nuovo in quegli occhi verdi, dalla luminescenza innaturale per un essere umano: Chat Noir aveva alzato il volto e la stava fissando dal basso.
Le sorrise per poi aggiungere, sollevandosi lentamente: “Non dovresti sforzarla tanto o non guarirà bene.”
Per un secondo le mancò il fiato, nel vederlo tanto apprensivo e… “Sai, pensavo… e se… Ladybug…?", bofonchiò tentata dal desiderio di dirgli la verità.
Il ragazzo la guardò con fare interrogativo, non capendo probabilmente quanto stava cercando di spiegargli. “Ladybug? Cosa c’entra, adesso?”
L’entità di quanto stava per rivelargli non le permise di guardarlo oltre in viso. Distolse lo sguardo e scovò, nella borsetta socchiusa Tikki osservarla allarmata, dissentire con il capo quasi stesse supplicandola di desistere. Il dubbio di non star facendo la cosa giusta divenne più pressante del senso di colpa e… “No, nulla, solo… insomma, non penso che Ladybug approverebbe che un supereroe, come te, perdesse tempo con una ragazza qualunque, come me, invece di pattugliare Parigi”, cercò di recuperare tornando a guardarlo in volto.
Lo vide sorridere. “Vuol dire che eviteremo di raccontarglielo!” commentò scherzoso, ri-appollaiandosi con un balzo sulla ringhiera. “Allora, se va tutto bene, beh… io andrei!”
Nel momento stesso che il pensiero di lui pronto ad andare le sfiorò la mente, la ragazza si scostò dalla balaustra, abbandonò la sua tazza sul corrimano e l’afferrò con entrambe le mani per il bavero della divisa. Lo tirò a sé, sollevandosi, e lo baciò caldamente, sorprendendolo come aveva già fatto notti addietro.
Lo stupore nello sguardo di Chat Noir mutò presto in tenerezza, socchiudendo gli occhi ed abbandonandosi alla dolcezza di quel bacio.
“Buona notte Chat Noir”, gli sussurrò lei sul filo della labbra, scostandosi appena e abbandonando la presa sul costume da gatto.
“Buonanotte Marinette”, ripeté lui, sorridendole e riaccostandosi per rubarle un altro rapido bacio a fior di labbra, prima di lasciarsi cadere all’indietro, nel vuoto, e lanciarsi tra i tetti di Parigi.
“Hai fatto la cosa giusta, Marinette!” Affermò Tikki, sgattaiolando fuori dalla borsetta.
“Lo so, Tikki”, disse lei, riafferrando la tazza ancora fumante e portandosela alla bocca. Un lungo sorso, mentre osservava quel gattastro dileguarsi nella notte, mentre uno strano senso di tenerezza le riscalda il petto accompagnato dall’assurda riflessione che quella cioccolata non fosse dolce quanto le labbra di Chat Noir.