Hēibái

Mar. 3rd, 2019 10:35 pm
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Titolo: Hēibái

Cow-t 9, quarta settimana, M1.
Prompt: “Rivelazione”
Numero parole: 2019
Rating: Verde
Fandom: Originale

Introduzione: Un gatto Bianco e Nero bussa alla finestra dell’appartamento al quarto piano di una studentessa fuori sede.
Genere: Commedia
Coppia: nessuna
Avvertimenti: nessuno

 

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Lisa era alla scrivania come ogni sera dopo aver cenato, con la testa china sul libro di meccanica, illuminata solo dalla debole luce della lampada da tavolo che infondeva sfumature arancioni sulla vecchia carta da parati.

 

Sospirò, voltando una pagina. Una ciocca nera sfuggì allo chignon improvvisato, tenuto su da un pastello rosa che esisteva nel suo portapenne solo per quello scopo. Le dita si mossero lente a sistemare i capelli dietro l’orecchio, prima di sistemare per bene gli occhiali tondi sul naso.

Il viso si arricciò in una smorfia irritata, mentre la mano riportava il libro alla pagina precedente, scorrendo con le dita sul dettaglio di un albero motore. Lo sguardo si distese e la bocca si schiuse meravigliata, mostrando il bianco dei denti perfetti, dopo anni d’apparecchio e centinaia di euro spesi.

 

Tornò a voltare la pagina.

 

Era una ragazza graziosa, tutto sommato, non fosse per l’aria perennemente imbronciata che le aveva formato una graziosa rughetta, proprio al centro delle sopracciglia.

 

Un nuovo sospirò le sollevò le spalle da uccellino, mentre posava la testa pigramente sul dorso della mano.

Era stata una giornata stancante, quella appena trascorsa, tra l’università e il lavoro part time al negozio d’alimentari all’angolo. Quello era un lavoro di cui avrebbe fatto volentieri a meno, non fosse che la borsa di studio non coprisse tutte le spese, benché meno l’affitto di quell’appartamentino, ma… andava bene così!

I proprietari dell’alimentari erano brave persone e adorava quel bilocale, l’adorava davvero. Beh, tutto, tranne quella carta da parati ingiallita alla quale, prima o poi, avrebbe dovuto trovare rimedio.

 

Gli appartamenti di quello stabile erano affittati, per lo più, a famiglie dagli orari regolari e nei momenti che lei dedicava allo studio tutto era immerso nel silenzio, tranne per il Quiz delle sette e trenta sul canale regionale che la vecchietta del terzo piano ascoltava a tutto volume, ma, anche quello, era poco male infondo.

Il più grande vantaggio di quel posticino era che fosse tutto per lei, senza nessuno che le dicesse cosa fare o come comportarsi. Senza chi l’ammorbasse per rifarsi il letto o lavare i piatti, ma soprattutto senza il caos dello studentato.

 

Ah, lo studentato!

Aveva resistito, quanto?

Due mesi?

Forse sarebbe scappata anche prima da lì, se avesse trovato un alloggio in meno tempo.

 

Lavorare limitava molto le ore che avrebbe voluto dedicare allo studio, ma almeno ora riusciva a farlo, cosa che non accadeva con i ragazzi conosciuti nelle prime battute della sua storia universitaria.

Bravi ragazzi, ma… era lei che aveva qualcosa che non andava: era abituata ad altri ritmi, a uno stile di vita più calmo ed era proprio quella ritrovata tranquillità a farle affrontare al meglio quell’esperienza in compagnia solo dei suoi libri e… quell’orribile carta da parati!

 

Niente da fare, quella carta aveva qualcosa d’ipnotico, oltre la sua indiscussa bruttezza, e, di tanto in tanto, lo sguardo le si incantava sulle figure geometriche che ne attribuivano l’appartenenza a diverse generazioni prima della sua, ma lei era pronta a scommettere che, ad una datazione al carbonio, vi avrebbero trovato molecole risalenti all’era dei dinosauri.

 

Sorrise con gli occhi fissi su un rombo sbiadito, mentre le labbra prendevano a sussurrare il concetto appena appreso, quando un rumore la distrasse, costringendola a zittirsi.

 

Rimase in silenzio qualche secondo, ma nulla.

Forse era stato solo uno scherzo della sua immaginazione.

Fece spallucce e riprese a esporre regole di fisica applicata, quando quel suonò si udì ancora.

 

Si guardò attorno, non poteva essere stata una fantasia.

Ma che rumore era?

Sembrava che qualcosa di appuntito grattasse contro una superficie liscia.

Un suono da film dell’orrore, in effetti, e decisamente inquietante.

La ragione le suggerì che, probabilmente, qualche oggetto nella credenza della cucina, messo distrattamente in bilico stesse scivolando lentamente, provocando quell’effetto insolito.

A quella rivelazione dettata dalla sua mente, Lisa tornò a fare spallucce, prima di riprendere con lo studio. Non fece però in tempo a finire una sola frase che…

“Di nuovo?” notarono i suoi sensi allertati.

 

Abbandonò la scrivania per andare in cucina. Accese la luce e rimase in silenzio per qualche secondo, in attesa d’intercettare da quale sportello arrivasse quel suono stridulo.

Ed Eccolo!

Ma…?

Si volse verso la camera da cui era venuta.

Possibile?

Quel rumore sembrava provenire proprio da lì.

Non aveva senso, eppure continuava persistente questa volta e… accidenti quanto ricordava un grattare compulsivo.

Deglutì a vuoto, timorosa nemmeno lei sapeva di cosa, ma certo stava succedendo qualcosa di veramente strano.

 

Rientrò nella stanzetta, lasciando la luce accesa dietro di lei ed afferrando, come arma improvvisata, un vecchio vaso da fiori. Quel gesto le infuse sicurezza, ed…

“È solo un rumore”, si disse, facendosi coraggio.

 

Si guardò attorno: ogni cosa era esattamente come l’aveva lasciata. Era pronta a tirare il tanto agognato sospiro di sollievo, non fosse che lo sguardo scovò due occhi tondi e terribili, che emanando un riflesso metallico la fissavano da dietro i vetri.

 

 

Arretrò di scatto, rintanandosi dietro la porta, stringendo saldamente il collo del vaso di porcellana che aveva tra le dita. Il cuore le martellava nel petto impazzito.

Cosa diamine c’era oltre la sua finestra?

Deglutì a vuoto, mentre la sua innata curiosità suggeriva di spiare cosa fosse e il suo istinto di sopravvivenza gridava di correre fuori dall’appartamento. Ma, come spesso succede in questi casi, l’unico risultato che ottenne fu quello di rimanere ferma esattamente dove si trovava.

 

Passò meno di un secondo, prima che quel grattare assurdo ricominciasse e…

“Gnao!”, le arrivò ovattato attraverso il vetro.

Miao?” pensò e, in un attimo di ritrovata lucidità, si rese conto che quegli occhietti tondi, “Forse…”.

E, su quel pensiero, si sporse oltre l’uscio per osservare meglio.

 

Un bel gattone bianco e nero, dagli occhi celesti, era seduto sul suo davanzale come nulla fosse.

La luce proveniente dalla cucina aveva colpito i suoi occhi, creando quell’effetto a specchio che l’aveva terrorizzata, perché… accidenti, era stata davvero sul punto di farsela addosso!

 

Quella nuova rivelazione l’aveva tranquillizzata, ma… che diamine ci faceva un gatto sul suo davanzale al quarto piano del palazzo?

Non riuscì a trovare una risposta che il felino, vedendola, tornò a grattare sul vetro come a chiedere di lasciarlo entrare.

 

“Oh beh!” si lasciò sfuggire, facendo spallucce, non poteva certo lasciarlo là fuori. Non tanto per il fatto che avesse sempre avuto un debole per i gatti, quanto il non poter vivere sapendo che, a causa sua, quell’animaletto fosse morto, spiaccicato sul marciapiede sottostante.

 

Aprì la finestra e senza troppe esitazioni e quel batuffolo di pelo arruffato saltò sul pavimento della sua stanza, miagolando quello che Lisa interpretò come un sommesso ringraziamento, prima di strusciarsi contro le sue gambe.

 

Istintivamente la ragazza si sporse oltre la finestra e guardò dapprima in alto, poi in basso, ma non notò nulla che spiegasse la presenza di quel gattone sul suo davanzale.

“Deve essere caduto dall’appartamento di sopra”, sembrò l’unica soluzione logica a tutta quella storia.

Ad una nuova strusciata contro le sue gambe, chiuse i vetri e si accoccolò per accarezzare il felino.

“E tu? Arrivi davvero dall’attico?” chiese divertita dalla singolarità dell’evento.

Il micio in tutta risposta spinse la grossa testa tonda contro la sua mano.

“Oh, sei così freddo! Chissà da quanto eri lì fuori”, domandò al gattone, prima di guardare l’orologio alla parete. “È tardi, ma sono abbastanza sicura che a qualcuno sulle nostre teste prenderà un accidenti quando si renderà conto di averti perso.”

 

Lisa si trovò a sorridere al gatto che alzò il muso e rubò una nuova carezza alla ricerca di un po’ di calore.

I suoi programmi per quella sera erano di tutt’altro genere. Guardò il libro abbandonato sulla scrivania, ma “Fortuna che domani è domenica”, si disse, convincendosi di poter dedicare un po’ di tempo a quel piccolo ospite inaspettato.

“Per prima cosa… vieni!” disse al micione, prendendolo in braccio e portandoselo in grembo.

Il gatto cominciò a fare le fusa mentre Lisa lo accarezzava e lentamente prese a riscaldarsi.

“Va meglio, vero?” chiese ancora, pur non attendendo una risposta. “Hai un bel pelo, si vede che sei un micio curato, qualcuno deve amarti davvero molto”, gli sorrise e… “Adesso passiamo alla seconda fase”, e detto questo posò il micio sul suo letto. “Vado a cercare la tua famiglia, ma tu non muoverti e… mi raccomando, lontano dalle finestre” lo derise quasi potesse capirla, ma a sciogliere quell’illusione fu proprio il gatto che appena si mosse per andare alla porta le corse dietro.

“No, no, no!” lo redarguì, mentre afferrava le chiavi dallo svuota tasche all’ingresso, “Ci metto un secondo, non voglio doverti inseguire per le scale”, ma nulla! Il gatto non ne voleva proprio sapere di collaborare.

 

“Testone”, sospirò arrendevole, lasciando cadere le spalle verso il basso, quando come un’improvvisa rivelazione un’idea le balenò nella mente.

“Vieni micio! Micio micio!” chiamò con voce fanciullesca, andando in cucina con tanto di gatto al seguito.

Al rumore della lattina del tonno che si apriva l’attenzione del felino si spostò da lei al piattino sul pavimento e Lisa fu rapida a schizzare, chiavi in mano, alla porta d’ingresso.

 

Finalmente sulle scale si domandò a chi potesse appartenere quel bel gattone.

Non conosceva un granché i suoi vicini, si era sempre limitata a qualche saluto sfuggevole in ascensore, anche se era sufficientemente convinta di aver visto la vecchietta del quiz serale servissi nell’alimentari dove lavorava. La verità però era che per indole non dava mai troppa confidenza agli estranei, lei desiderava solo una cosa, prendere la laurea e rendere fiero il suo unico genitore.

 

Al pensiero del padre l’espressione del suo voltò si addolcì. Erano rimasti soli molto presto, ma lui aveva fatto di tutto per non farle mai mancare nulla, benché meno la presenza di una mamma.

E, anche se vestirsi da principessa alla sua festa dei dieci anni non era stata l’idea più geniale che suo padre avesse mai avuto, a ripensarci adesso quello e altri assurdi eventi accaduti negli anni le riempivano il cuore di tenerezza.

 

Giunta davanti alla porta dell’attico del palazzo osservò il campanello, non vi era segnato nessun nome, come se non ci vivesse nessuno, ma non c’erano altri piani oltre quello e se il miciotto era caduto doveva necessariamente averlo fatto da lì.

 

Suonò.

Per qualche secondo non successe nulla, tanto che pensò di potersi essere sbagliata e stava per andarsene, ma il rumore di qualcosa che urtava contro qualcos’altro, riportò la sua attenzione alla porta.

Una voce protestò in una lingua che non conosceva e la porta si aprì.

 

Un ragazzo dalla pelle scura e due stanchi, quanto incredibili, occhi verdi fece la sua comparsa su quell’uscio.

“Ho…la!”, disse incerto, non aspettandosi probabilmente che una completa sconosciuta in pigiama bussasse a pochi minuti dalla mezzanotte.

 

“Hola” rispose lei, alzando una mano a quel saluto. “Sono l’inquilina del piano di sotto”, aggiunse, mentre lo sguardo le scivolava oltre il ragazzo.

Nel corridoio c’erano diverse scatole accatastate, alcune aperte e una chitarra classica in bella vista.

 

“Sei un musicista?” Chiese lei d’istinto, trovandosi a leggere chiaramente la perplessità su quei lineamenti stranieri.

“Sì. Primo anno di conservatorio”, rispose senza alcun problema, confortandola senza saperlo col mostrarle di parlare la sua lingua.

“E fammi indovinare. Hai un bellissimo gattone bianco e nero a pelo lungo, con due enormi occhi azzurri?”

“Si, ma…” tentennò, inizialmente sorpreso, voltandosi a controllare che il felino non fosse in procinto di scappare. Non trovando nulla e non capendo come quella ragazza sapesse del suo gatto, “…come fai a sapere di Hēibái?”

“È sceso a trovarmi circa mezzoretta fa” e all’espressione interrogativa del ragazzo aggiunse: “ti conviene mettere delle reti alle finestre o rischi che si faccia male.”

Al giungere di quella rivelazione il volto del ragazzo si intimorì.

“Sta bene, era solo infreddolito” lo rassicurò.

Il ragazzo l’abbracciò di getto, lasciandola senza fiato.

“Gracias a dios! Tengo solo èl aquí, no sé qué hubiera hecho si...”(*)

 

Fu così che Lisa si rese conto di adorare quella lingua, un gatto di nome Hēibái e di poter sopportare qualche altro essere umano, oltre suo padre, nella sua vita, e… a quella rivelazione, il suo cuore mancò un battito.

 

 

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(*) “Grazie a Dio! Ho solo lui qui, non so cosa avrei fatto se…”

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