lancethewolf: anatra col guscio da tartaruga (Default)
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Titolo: Una notte troppo lunga, Cap. 2

Cow-t 9, terza settimana, M2.
Prompt: “È un fatto importante che le apparenze molto spesso ingannano (Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti).
Numero parole: 5458
Rating: Giallo
Fandom: Saint Seiya

Introduzione: Gli anni passano, i cavalieri cambiano, i nemici cambiano, ma non il loro nobili ideali.
Genere: Azione; Urban Fantasy; Sovrannaturale
Coppia: Nessuna
Avvertimenti: Contenuti forti; Violenza

 

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Natalija e Zoe videro alcune sagome in lontananza. Dovevano essere i loro amici, non poteva essere diversamente e dopo uno sguardo d’intesa aumentarono il passo, tanto da raggiungerli in una manciata di secondi.

 

Aaarghh!!! Oh mio Dio!”, Gridò un uomo sulla sessantina non appena vide le due ragazze in armatura correre con aria minacciosa nella sua direzione, scappando via col suo carretto.

“Ma siete matte?”, giunse alle ragazze una voce conosciuta, “Voglio sapere proprio dove lo andiamo più a trovare un venditore di dolciumi a quest’ora.”

“Dafne!” disse Natalija afferrandola saldamente per le spalle. “Tutto a posto, amica mia?”

Amic... cosa?”, pensò Dafne, doveva essere successo davvero qualcosa di terribile se quella Piaga Boreale la chiamava amica. “Sì, tutto bene, certo”, rispose con ricercata indifferenza, “a parte lo spavento che avete fatto prendere a quel povero ambulate. Ma dico, quanto avete bevuto per farvi venire in mente che fosse una bella idea andarsene in giro in armatura?”

“Ma…” Si intromise Estéban nel discorso, avvicinandosi a Zoe, “…questo è sangue?”, sfiorando con un dito la striscia purpurea sull’elmo della compagna.

“Ah-ha!”, annuì la ragazza con un gesto deciso del capo.

“D’accordo essere dediti alla causa”, continuò Eros, il Cavaliere della Freccia, liberandosi la bocca da una grossa cialda per poi stuzzicarsi con un dito la dentatura perfetta per liberarsi da… solo lui sapeva cosa. “Ma voi con questa storia degli allenamenti notturni finirete con l’ammazzarvi. Avete mai pensato di portarvi dietro una torcia, così, tanto per vedere dove colpite… almeno!”

Estéban della Lira guardò allibito il compagno d’addestramento, prima di ribattere sconsolato: “Scusa Eros, ma ipotizzando il caso di un attacco notturno credi davvero sia fattibile perdere tempo con una torcia?”

Eros sollevò lo sguardo dubbioso, incantandosi per un secondo sulla pallida luce di un lampione, prima di rispondere: “È per questo che un tipo previdente dovrebbe portare sempre con sé una torcia… accesa. Mica puoi staccare un lampione e portartelo in giro per sicurezza, non solo perché è scomodo da morire, ma più che altro pensa a quanti metri di prolunga ci vorrebbero.”

Un’ombra d’orrore scese sul volto del Cavaliere della Lira. “E sentiamo, tu ce l’hai con te questa torcia?”

Eros tornò a guardare l’altro cavaliere e sorridendo compiaciuto a quella domanda, strizzando i suoi occhioni rossi, rispose: “Nooo! Certo che no. Mica sono un tipo previdente io.”

“Allora che parli a fare?” sbottò Estéban, alzando lo sguardo al cielo e gesticolando esasperato.

Per tutti gli idei dell’Olimpo, volete finirla voi due?” Inveì Dafne, ponendo fine all’utilissima discussione. “Piuttosto, ragazze”, continuò rivolgendosi subito dopo alle due guerriere, “cos’è successo di tanto grave da indossare le armature?”

 

“Siamo stati attaccati sulla via di casa”, iniziò Natalija, trovandosi all’istante le braccia serrate tra le mani di un Estéban dall’espressione angosciata.

“Stai scherzando, vero?”

Il cavaliere della Corona Boreale dissentì lentamente, accennando un debole sorriso.

“Avevano delle armature bianche simili alle nostre, ma non credo fossero Cavalieri”, continuò Zoe.

“Stai bene?” insistette Estéban, addolcendo il tono.

Zoe gli scoccò un’occhiata bieca. “Io posso anche crepare, giusto?”

Natalija annuì, posando una carezza sul volto del ragazzo con fare rassicurante, prima di lasciarla scivolare via, lasciandosi passare uno dei lunghi rasta bruni di questi tra le dita: “Shad li ha chiamati Demoni. A quanto pare, ne aveva già sentito parlare. Sembra siano legati a un artefatto dai poteri mistici, ma di più non saprei dirvi al riguardo; oltre al fatto che attaccano in massa e che sono sufficientemente forti da averci messo in seria difficoltà. Per fortuna a voi non è accaduto nulla.”

Nel sentir nominare l’esper, il cavaliere della Lira assottigliò lo sguardo con fare stizzito, allentando la presa intorno alle braccia della ragazza.

 

“Molto probabilmente ci hanno scambiato per comuni mortali e non ci hanno attaccato”, commentò Eros giustiziando in un solo morso il dolce che aveva tra le mani.

“Soprattutto se ti hanno visto ingozzarti di schifezze in quella maniera”, constatò Estéban, stranamente più piccato del solito verso il compagno.

“Ma ce l’hai con me oggi?” mugugnò imbronciato Eros, quando un bagliore conosciuto frantumò il velo delle tenebre richiamando l’attenzione di tutti i presenti.

“Ma quello è il Ruggito di Fuoco di Tomas”, notò Dafne allarmata.

“Muoviamoci!”, intimò Natalija scattando in corsa, affiancata da Zoe.

Il resto dei compagni richiamò velocemente la propria armatura, tranne Estéban, che non ne indossava il simulacro.

 

“Un tipo previdente porta sempre con sé la propria armatura, caro Estéban, sottolineò sarcasticamente il Cavaliere della Freccia mentre correvano spalla a spalla.

“Per questo”, rispose a tono Estéban, mostrando un ghigno divertito, “mi stupisce che tu l’abbia con te!”

 

 

Quel che avvenne successivamente fu poco più di un vorticare confuso di colori ed ombre per il Cavaliere della Corona Boreale. Ricordava che stava correndo con i compagni, ricordava di aver sentito un forte dolore all’addome, improvviso quanto persistente, che l’aveva letteralmente paralizzata entrandole fin nelle ossa. Qualcosa doveva averla colpita, ma non aveva avuto tempo di capire cosa: in un istante il buio aveva sommerso tutto in un oceano di suoni sommessi e clamori di armi.

 

Quando Natalija riaprì gli occhi si ritrovò i tra le braccia di Adrien, accanto a Zoe ancora priva di sensi. Il Cavaliere dell’Altare le sosteneva per non farle gravare totalmente sul suolo umido e appiccicaticcio.

Ma dove diavolo si trovavano?

“Nat si sta riprendendo”, disse il ragazzo con eccitazione, vedendo le palpebre della ragazza schiudersi.

“Bene, era ora!” Giunse la voce acuta e sprezzante di Dafne, “Ben tornata tra i vivi… o quasi” concluse, mentre piano il mondo intorno a Natalija riacquistava nitidezza.

Il volto di Adrien apparve per primo ai suoi occhi: portava i segni della battaglia.

Ancora spaesata tentò di sollevarsi, per osservare meglio attorno a lei: non erano più nel parco, questo era poco ma sicuro, e una luce debole rendeva difficile osservare bene oltre... Sbarre? Erano sbarre quelle?

“Do… dove siamo?” chiese a fatica sentendosi la bocca invasa dal sapore metallico del suo stesso sangue.

“In una cella Nat”, le rispose la voce di Tomas. “In un’umida e repellente cella.”

La ragazza si voltò rapidamente alla ricerca dell’amico, troppo rapidamente dato che la testa tornò a girarle vorticosamente, tanto da farle rivoltare lo stomaco. Non era messa per niente bene, ma nulla che un cavaliere di Atena non potesse sopportare. Quando le vertigini passarono, al di là di altre sbarre, scorse il ragazzo che cercava. “Tomas”, lo chiamò con voce arrochita dal fastidio ancora persistente allo stomaco.

Il cavaliere del Leone Minore era appeso per i polsi a delle catene che pendevano dal soffitto e accanto a lui, nella stessa identica situazione Natalija mise a fuoco Eros, Estéban e… “Sherak?” esordì stupita la ragazza, “Anche tu qui, ma… come… cosa è accaduto?”

Il Cavaliere della Fornace fu rapido a rispondere, sollevando verso la ragazza un ghigno amaro: “Siamo stati colti di sorpresa. Una moltitudine di quei stramaledetti proto-cavalieri in armatura bianca, ci hanno investito con i loro poteri senza darci possibilità di agire come avremmo potuto.”

“Shad? Dov’è Shad, come sta?” domandò di getto, inquieta per il ragazzo che non poteva certo vantare abilità da cavaliere, mentre il guerriero oltre le sbarre dissentiva con il capo. “Non lo so, Nat”, ammise Sherak, mentre una nuova voce conosciuta aggiunse: “Ci hanno catturati tutti. Erano troppi anche per noi”.

Leonidas del Centauro costrinse Natalija a tornare a guardare davanti a lei, oltre quelle prime sbarre che le avevano data chiara coscienza del luogo nel quale si trovava. La testa tornò a girarle, ma... non era il momento di farsi vedere abbattuta dal resto dei suoi compagni, la priorità era un’altra: doveva comprendere la situazione al meglio per poter impostare un piano d’azione e uscire da quel buco nel terreno.

 

“No. Non tutti”, lo corresse Sherak, “come ho detto, non so che fine abbia fatto Shad. L’ho perso di vista durante la battaglia e, da quel poco che ho sentito mentre mi trascinavano qui, Benarin e Lothar sembra gli abbiano creato diversi problemi. Se non sono qui dovrebbe voler dire che sono ancora a piede libero.”

“Per quanto ne sappiamo potrebbero essere tutti morti. Non sono Cavalieri, non dimenticarlo, Fornace”, lo redarguì malamente Dafne.

“E non dimentichiamoci Alan”, aggiunse Natalija, cercando di non dar adito alle parole del Cavaliere di Cassiopea.

“Sempre che non sia morto anche lui”, rincarò la ragazza dai lunghi capelli corvini.

“Piuttosto, domandiamoci perché ci hanno rinchiusi qui, invece di ucciderci e farla finita una volta per tutte?” chiese Natalija, cercando di portare l’attenzione sul punto focale della situazione.

“Hanno altri piani per noi, questo è poco ma sicuro, probabilmente gli serviamo vivi”, le rispose Tomas, sempre più cooperativo degli altri.

“Posso dirti perché non siete incatenati come noi”, intervenne Eros.

La ragazza lo fissò in attesa dell’informazione mancante.

“A quanto sembra”, riprese lui, “erano finiti i posti a sedere”, aggiunse sarcastico.

“Ah! Nulla di pertinente”, sbuffò Dafne, “Utile come al solito, Freccia.”

 

Si trovavano in una cella divisa in tre parti da solide sbarre. Niente di così difficile da infrangere per un cavaliere.

Natalija si sollevò, non senza fatica. Il tempo di recuperare una stabilità che non sapeva di aver perso, rendendosi conto di sentirsi come svuotata, e assumere la sua posa d’attacco che… “Lascia perdere, Genio!”, la canzonò la voce di Dafne, “Pensi che non ci abbiamo già provato?”

Il Cavaliere della Corona Boreale lasciò che le braccia tornassero a ciondolarle pesantemente lungo i fianchi: in effetti avrebbe dovuto domandarsi prima come mai nessuno dei suoi amici ci avesse ancora pensato.

“Deve esserci qualcosa che assorbe la nostra energia cosmica. Non può essere altrimenti, dato che se proviamo ad attaccare i nostri colpi non hanno alcun effetto”, continuò Cassiopea. “Di primo acchito è la conclusione più logica.”

 

Lo sguardo della Corona Boreale misurò di nuovo il perimetro, addestrata forse più degli altri a pianificare le sue azioni non esclusivamente sul suo potenziale cosmico: lei, Adrien e Zoe erano al centro della cella, alla loro destra c’erano i ragazzi incatenati, mentre Dafne e Leonidas si trovavano alla loro sinistra. Al di là delle sbarre, un camminamento in pietra.

 

Restarono immersi nel silenzio per minuti che parvero interminabili. Un silenzio così profondo da poter quasi sentire il rumore delle loro menti alla ricerca di un modo per uscire da quelle celle. Finché passi regolari e pesanti non li sottrassero ai loro pensieri.

 

Un gruppo di demoni in armatura giunse, scortando quello che doveva essere un loro superiore. La pelle di quell’individuo era molto scura e di un colore innaturale, l’armatura più definita, molto simile a quella di Arken e compagni. A un suo cenno, le celle vennero aperte, mentre la scorta puntava le armi verso i prigionieri, pronta a intervenire. Gesto del tutto inutile in quel momento dato che i Cavalieri imprigionati erano feriti e stanchi, troppo per tentare una sortita senza il loro cosmo.

 

L’Ombra in armatura bianca disse atono: “Tu, tu e tu”, additando Dafne, Eros e Natalija, un cavaliere per cella senza apparente criterio. “Seguitemi. Il grande Crono vuole vedervi.”

Due demoni liberarono Eros dalle catene, ma solo momentaneamente, prima che sia a lui che alle altre due venissero stretti i polsi da altrettante pastoie.

Forse sono queste catene”, rifletté Natalija, mentre la strattonavano fuori da quella prigione, “Devono essere state forgiate in un materiale particolare, come le sbarre delle celle, in grado di limitare le nostre facoltà di cavalieri, impedendoci di richiamare il potere cosmico.

 

Vennero condotti fuori da quella prigione, percorrendo, dopo l’umido corridoio di pietra, una scala ripida che sembrava scavata nella roccia e che conduceva in superficie.

Quando una botola sulle loro teste venne spalancata, gli occhi dei tre ragazzi vennero colpiti inaspettatamente da una luce intensa e chiara, tanto da restarne accecati per alcuni istanti.

 

Si è fatto giorno, ma… quanto sono rimasta svenuta?” si domandò ancora il cavaliere della Corona Boreale. Lei e i suoi compagni erano stati condotti in quello che sembrava a tutti gli effetti un chiostro dall’aspetto ottocentesco. Il sole splendeva alto sulle loro teste, talmente intenso da costringerli a tenere basso lo sguardo, quando quelle creature armate li costrinsero a frenare il passo. Sotto i loro piedi scorreva un’ombra lineare.

Lo sguardo di Natalija non poté evitare di seguirla fino a scorgere, sulla sommità del suo apice, un enorme numero impresso nella pavimentazione del cortile.

Dodici”, lesse la sua mente, prima che lo sguardo si spostasse a indagare attorno a lei.  Si accorse così, con stupore, di trovarsi proprio al centro di una gigantesca meridiana. Uno scenario d’effetto che sembrava voler sottolinearne il legame con quel megalomane che, evidentemente, amava farsi apostrofare col nome del Dio del Tempo.

 

“Benvenute nel mio regno”, dichiarò una voce trionfante. “Il mio nome è Crono, signore e padrone dei Demoni dell’infernale Skulkur.”

Lo sguardo dei tre cavalieri si spostò rapidamente sulla persona che aveva appena parlato. Quello che apparve loro era un uomo strano: né bello, né brutto. Giovane nell’aspetto, ma con occhi che tradivano un animo senile. Indossava un abito porpora bordato d’oro e i capelli candidi e lunghi al punto di sfiorare il terreno aggiungevano una nota inquietante alla sua figura.  

Era seduto su un trono di pietra e accanto lui, a destra e a sinistra, c’erano due Algar che Natalija aveva già avuto modo d’incontrare: Sarn e Waah. Dietro lo scranno si ergeva il possente fisico del demone Arken.

Tra le mani del sedicente Crono, faceva bella mostra di sé un libro aperto e dalle pagine consunte, ingiallite forse dal tempo, forse dal dolore. L’uomo lo accarezzava come se, invece d’avere un tomo tra le mani, avesse un cucciolo d’animale. La copertina nera era bordata di metallo. Un libro né grande, né piccolo, che nella sua falsa semplicità tradiva la sua vera natura.

 

Lo Skulkur” pensò Natalija, ricordando le parole di Shad.

“Cosa vuoi da noi?”, pretese di sapere Dafne con durezza, appena l’uomo terminò la sua presentazione, ma questi si limitò a guardarla senza degnarla di una risposta.

“Bene”, continuò il Cavaliere di Cassiopea, “se non vuoi spiegarci il motivo, non capisco proprio il perché di tutta questa buffonata”, terminò, voltandosi poi per tornare in cella.

Anche Eros fece per tornare sui suoi passi, ma sia lui che Dafne vennero bloccati dalle armi sfoderate dai guardiani che li avevano condotti in quel luogo.

 

“Dimmi…” chiese a quel punto Natalija con un tono che si sarebbe potuto quasi definire amichevole, “…sei forse un Algar?”

L’uomo reagì a quel nuovo intervento esplodendo in una sonora risata.

“Gli Algar non esistono più al di fuori di questo libro, ragazzina”, disse tra le risa.

“Il tuo nome ricorda quello di un Dio, ma… lo sei davvero?”, chiese ancora lei, certa della risposta. Aveva bisogno di farlo parlare, per capire cosa stesse davvero avvenendo. 

“No, piccolina”, rispose a quel punto, tradendo della simpatia nei riguardi della ragazza, “io sono più potente di un qualunque Dio.”

Natalija non poteva vederli chiaramente, ma era certa che a quell’affermazione i suoi due compagni stessero fremendo dall’ira. Si voltò appena, istintivamente, in tempo per vedere Eros assumere, sul volto chino, un’espressione triste; l’espressione di chi ha la certezza che da un momento all’altro sarebbe accaduto qualcosa di spiacevole. Non era quello che il cavaliere della Corona Boreale si aspettava di vedere e ne rimase crucciata. “Forse”, pensò, “i sensi della Freccia hanno notato o percepito qualcosa che io e Dafne non siamo state in grado di cogliere.

 

“Ci hai fatti chiamare qui per essere il suo pasto, non è vero?” Chiese il guerriero ancora con la testa bassa, “Se è così, lascia che sia divorato per primo. Avrei potuto spazzarvi via tutti con un sol colpo se avessi avuto il mio cosmo.” Neanche quella situazione precaria sembrava intaccare la spacconeria dell’allievo del Cavaliere d’oro dei Pesci. “Ma non posso attingervi, non posso salvare i miei compagni. Lasciami la dignità di fare almeno questo: fammi morire per primo. Chiamalo senso di colpa, o codardia, ma accetta la mia richiesta.”

…Natalija e Dafne, conoscendo il loro amico, lo chiamavano più semplicemente guadagnare tempo.

 

“Hai ragione. Complimenti per il colpo d’occhio”, commentò Crono. “Vi avevo fatte condurre qui per farvi fare da spettacolino per me e i miei demoni dopo le grane che ci avete fatto passare, usandovi come pranzetto per il mio miglior esperimento, ma ho appena cambiato idea.”

 

Natalija si guardò attorno alla ricerca di quel qualcosa che non aveva visto, ma che non era sfuggito al Cavaliere della Freccia.

“Mi piace la vostra impudenza, la vostra irruenza e la vostra intuitività; la vostra capacità di vedere al di là del reale”, continuava il falso Dio, mentre il Cavaliere della Corona Boreale sentiva qualcosa sfiorarle la pelle: una lenta carezza che dal collo le scivolava lungo la spalla.

Non fece in tempo a scostarsi da quella sensazione che… “Allontanati Shein!” ordinò improvvisamente Crono a gran voce, nella sua direzione.

Un veloce spostamento d’aria mostrò i contorni indefiniti di una figura traslucida che si distanziava con rapidità dalla ragazza; una figura alta quasi tre metri.

“Bravo, bravo il mio cucciolo, ubbidisci. Così Shein, bravo! Avevo intenzione di darti carne di cavaliere quest’oggi, ma pazienta ancora un po’ per il tuo spuntino”, si rivolse lusinghiero all’invisibile creatura, il suo padrone. “A quanto pare…” disse ancora, sorridendo a Natalija, “…aveva intenzione di cominciare con te.”

La ragazza sentì il sangue gelarsi nelle vene.

“Un momento!” intervenne Dafne. “Non vorrai davvero farmi credere di aver attaccato dei cavalieri d’Atena solo per farne il pasto della tua Bestiaccia?”

“Niente affatto! È stata un’idea venuta in un secondo momento. Vedi Cassiopea, il fatto è che io sono un tantino ambizioso e, sai, non è così facile aspirare al dominio del mondo quando qualche assurda divinità può ostacolarmi con un fottuto gruppo di ragazzini dai poteri speciali. Vedi, Bellina, voi avete la sfortuna di essere proprio l’avanguardia di quell’esercito. Non bastasse, avete dimostrato di essere più potenti di quanto mi aspettassi. Non sarebbe stato carino da parte mia permettervi di rompermi le uova nel paniere proprio a due passi dal mio obbiettivo. Lo capisci vero? Così ho deciso di attaccarvi per primo, per misurare i vostri poteri e scoprire come rendervi… ehm… impotenti. E come puoi vedere ci sono riuscito. Siete stati un buon campo di prova e converrai con me che la sorpresa spesso è la miglior arma da mettere in campo contro il nemico, non trovi?”

Dafne strinse le labbra in una smorfia di completo disprezzo.

 

I tre ragazzi si trovavano lì, immobili, ad ascoltare le parole di quel folle, quando un demone dalle fattezze più fanciullesche degli altri si accostò.

“Mio signore”, chiamò, inchinandosi profondamente.

Crono assottigliò lo sguardo ceruleo sul ragazzino, bloccando il suo dire solo per… “Parla”, acconsentì.

Il demone si accostò tanto da rendere inaudibili le sue parole, tranne che al suo padrone e agli uomini che gli erano accanto.

“Capisco “, esordì di colpo l’uomo, quando le labbra del giovane demone si quietarono, alzandosi dal trono di pietra con un’espressione compiaciuta in volto. “Arken, Waah e anche tu Sarn, seguite questo mio servo e uccideteli come stabilito. Ho una questione personale ancora aperta con lo SCE.”

I tre demoni annuirono, accennando un inchino servizievole prima di sparire, dileguandosi letteralmente nel nulla.

Quando rimase solo accanto al suo trono, Crono si avvicinò ai tre cavalieri, dicendo: “A quanto sembra presto ci sarete davvero tutti, anche se non tutti sani e salvi. Sapete com’è?” disse ghignando, “Non posso certo rischiare ogni cosa proprio adesso, specialmente se c’è qualcuno in grado di utilizzare i suoi poteri anche qui, nel mio regno, cosa che rende oltremodo sconsigliabile che vi giunga vivo” rise con diabolico compiacimento.

Prese a girar loro intorno, accarezzandone le figure con sguardo interessato.

 

Natalija non avrebbe saputo dire quanto fosse durato quell’orribile momento, quel senso d’impotenza che provava di fronte a un qualcuno che ostentava fino a che punto avrebbe potuto infierire su di lei, le ricordò i racconti di Shad poco dopo che era riuscita a guadagnarsi la sua fiducia; dopo che i suoi genitori le avevano detto (praticamente imposto) che per qualche recondita ragione i tre esper fossero una responsabilità sua più che di tutti gli altri. Quando Shad le aveva descritto il luogo dove lui e i gemelli erano cresciuti; quando gli aveva raccontato di quei laboratori, di come li osservavano senza alcun riguardo per il loro stato, se stessero bene o male, se chiedessero aiuto. Quelle persone si limitavano a girar loro intorno ad osservarli come fantasmi da dietro un vetro; quello spesso cristallo che il suo amico avrebbe tanto desiderato infrangere. Non importava che fossero cresciuti conoscendo solo quella realtà, lui le aveva detto di sentire comunque che qualcosa che non andasse, che ci fosse qualcosa di sbagliato, malgrado le droghe, malgrado le rare concessioni al loro essere bambini. Nessuno contatto umano, nessuno che osasse avvicinarsi senza la certezza che fossero sufficientemente storditi o malandati da non rappresentare un pericolo. Trattati come fenomeni da baraccone, oggetti in mostra in una triste vetrina.

Quella sensazione…

Quella che Natalija stava provando in quell’esatto istante: quella doveva essere la sensazione che Shad non era mai riuscito a spiegarle appieno.

 

La stava odiando, tutta quella situazione, e anche i due cavalieri al suo fianco non sembravano gradirla affatto, ma tacevano, come taceva lei, forse alla ricerca di una via di fuga che ancora tardava a rivelarsi.

 

“Siete molto belle”, disse Crono e se la situazione fosse stata differente al cavaliere della Corona Boreale sarebbe venuto da ridere al pensiero che avesse scambiato anche Eros della Freccia, uno dei più giovani tra di loro, per una ragazza. “Qui non ci sono molte donne; donne umane intendo, e voi mi piacete molto.”

Eros si lasciò sfuggire un sorrisetto divertito, forse già assaporando la triste sorpresa che si sarebbe trovato tra le mani l’uomo qualora l’avesse condotto nel suo talamo.

“Dei maschi non so cosa farne. Penso che con loro opterò per la mia idea originale. Uno ad uno li darò in pasto al mio cucciolo, così anche Shein avrà di che divertirsi”, dichiarò, tornando a sedersi sul suo trono meditabondo e, dopo qualche attimo di riflessione… “Credo che vi farò tutte mie concubine. Mi hanno riferito che c’è anche un’altra ragazza nei sotterranei, è bella come voi?”

I tre cavalieri lo guardarono con disprezzo e orrore.

 

“Mi dispiace, ma non ho la minima intenzione di darti la possibilità di farlo.” Una voce risuonò dall’alto della grande colonna che segnava le ore dell’enorme meridiana.

Quale Demone osa tanto!” ringhiò Crono alzandosi di scatto e impugnando saldamente il suo libro.

“Spiacente, non sono un demone”, dichiarò quella voce che ridava speranza all’animo di Natalija, “e neanche i mie due amici.”

 

La figura slanciata che aveva parlato si gettò giù dal pilastro, frenandosi a pochi centimetri dal suolo alzando la polvere che lo ricopriva, facendo pieno sfoggio del suo potere.

Quando la polvere si dissipò il volto chino mostrava un sorriso sprezzante, un sorriso che Natalija imparò all’istante ad adorare. Accanto a lui presero consistenza le figure dei due gemelli, vantando un sorriso per nulla dissimile. 

 

“Shad”, pronunciò Eros con speranza e meraviglia, sottolineando inconsapevolmente quanto i sensi di Natalija già conoscevano.

 

Dietro agli esper altre sagome in armatura avanzavano decise verso il centro del chiostro, acquistando lentamente l’identità dei cavalieri che erano stati imprigionati nei sotterranei.

“Ditemi”, disse Zoe facendosi avanti di un passo e precedendo così i tre ragazzi privi d’armatura. “Mi sono persa qualcosa d’interessante, mentre quasi collassavo in cella per l’orrore, o il cattivone di turno era ancora tutto intento nel solito noioso monologo delirante?”

Un sorriso affiorò alle labbra di Natalija, ma non fece in tempo a rispondere alla sua amica che Adrien disse: “Sapete com’è? Appena ripresasi s’è trovata tra le mie braccia.”

“Sarà stato il tuo indubbio fascino a sconvolgerla”, canzonò Dafne.

“Quale fascino: ribrezzo, vorrai dire”, obbiettò il cavaliere di Cefeo con fare sdegnoso, “Chissà cosa ha fatto con quelle sue manacce mentre ero svenuta.”

 

Quell’allegra rimpatriata venne interrotta dalle parole dell’esaltato che ruggì iroso: “Attaccateli! Attaccateli demoni! Uccideteli tutti dal primo all’ultimo! Non voglio che resti una sola goccia di sangue a testimoniarne l’esistenza!

 

“Ma quel tipo non l’abbiamo già incontrato da qualche parte, Lot?” chiese Benarin al gemello.

“Non penso proprio fratello, un affare così me lo sarei ricordato di sicuro.”

“Sarà! Eppure…”  

 

I tre cavalieri nel bel mezzo del piazzale furono i primi ad essere circondati dagli Algar richiamati all’appello.

Subito la prodezza e la prontezza di riflessi di Dafne evitò che la situazione peggiorasse, riuscendo con un calcio capriolato a tramortire un nemico e tenerne diversi a distanza.

 

Come diavolo avete fatto ad arrivare qui, maledetti!” inveì contro i tre esper il sedicente Dio.

 

Il resto della Squadra non aspettò certo di essere invitata per scendere in campo: Leonidas e Estéban si spalleggiavano nella lotta e lo stesso facevano Zoe con Adrien, mentre Tomas e Sherak avanzavano lottando singolarmente, impegnati più che in una vera lotta in un’opera di confusione. Anche Shad lottava da solo usando le sue abilità telecinetiche che, scatenando il suo potere dove arrivava con lo sguardo, poteva colpire direttamente gli avversari riuscendo a evitare il corpo a corpo. I due gemelli si spalleggiavano come fossero un sol uomo riuscendo per loro natura a combinare le loro abilità psioniche, coprendosi l’un l’altro e annullando i rispettivi punti ciechi.

 

Eros, Dafne e Natalija si erano chiusi in cerchio, per non permettere a nessuno di prenderli alla sprovvista. Non potevano usare il loro cosmo, era vero, ma i duri anni d’addestramento non erano stati mirati al solo raggiungimento dell’armatura.

“Era parecchio che non mi sgranchivo un po’ le mani nel senso stretto del termine”, disse Eros. “Questi Algar devono essere cavalieri come noi: anche i loro poteri sembrano non funzionare qui”, continuava a blaterare il Cavaliere della Freccia tra un colpo e l’altro, incurante dell’espressione stizzita sul viso di Dafne. “Zitto e combatti!”, lo redarguì duramente la ragazza.

 

Cosa diamine state combinando! Attaccateli, maledizione, non permettetegli di avvicinarsi!” Continuava a inveire Crono, vedendo i cavalieri sempre più vicini a lui nella loro avanzata, rendendosi conto, forse per la prima volta, che privando i suoi nemici del loro potere aveva posto anche i suoi alleati nella stessa situazione e in balìa delle capacità dei tre esper.

Siete più di loro, muov…” insistette, accorgendosi solo all’ultimo instante, voltandosi, che…

“MA?! Ora che ci penso, so dove ti ho già visto”, affermò a piena voce Benarin.

…In quell’inveire sconnesso, il ragazzo gli era giunto accanto e adesso lo fissava faccia a faccia.

 

“Sei più giovane, non so come tu abbia fatto, ma sei tu, ne sono certo. Lavoravi nei laboratori dell’Area 51. Parlavi con la Rossa l’ultima volta che ci siamo visti, quando ci ha portato via. Mi eri sembrato una brava persona.”

Crono, terrorizzato da quella presenza improvvisa, indietreggiò barcollando, urtando contro l’altro gemello che apparso alle sue spalle commentò sarcastico, impedendogli la fuga: “Come ha scritto Douglas Noël Adams: È un fatto importante che le apparenze molto spesso ingannano.

“Già, proprio così, fratello.” Il tono di Benarin si tinse di delusione. “Durante lo smantellamento dello SCE mi sono ritrovato tra le mani un articolo che parlava di te, sai? Tra le varie fotografie ce ne era una che ti raffigurava all’inizio della carriera. Sei Luke McNeil, non sbaglio, vero? Un archeologo e uno scienziato di fama mondiale. Studiavi come facessi a sparire, me lo ricordo, mi portavi sempre delle caramelle.”

“Sei Benarin?” disse a quel punto Crono, cercando di mostrarsi meno timoroso verso quel ragazzo che aveva conosciuto bambino, sentendosi sul collo il fiato costante dell’altro telepate.

“Ti ricordi di me?”

L’uomo annuì debolmente.

Benarin abbassò lo sguardo confuso da quella nuova informazione. “In quell’articolo si diceva che avevi trovato le prove fondate dell’esistenza di non mi ricordo bene quale antica credenza, ma che non avevi potuto continuare la tue ricerche a causa dell’età avanzata e delle incurabili malattie che ti costringevano a letto.” Il ragazzo sembrava dispiaciuto.

“La mia età… Ahhh, lo scorrere del tempo”, sospirò, “ma come puoi vedere ho risolto”, disse l’uomo e per un secondo il suo tono si fece rassicurante. “Malgrado gli anni passati, non finite di stupirmi, e dire che vi è stato insegnato a leggere solo affinché capisse come eseguire al meglio gli ordini, poveri sciocchi giocattoli.”

A quell’affermazione gli occhi castani di Lothar si ridussero a due fessure, mentre l’aria intono a lui cominciò a vibrare. “Non ti permetto di parlarci così”, ringhiò soffusamente.

I lineamenti dello Scienziato si contorsero in una smorfia di terrore e così si torsero le sue membra fin quasi al punto di spezzarsi, mentre la rabbia dell’esper prendeva il sopravvento su di lui che ancora stringeva quel maledetto libro al petto.

Lothar, è solo un vecchio!” Intervenne Benarin, bloccando il fratello e…

L’uomo tra loro sparì nel nulla.

 

Entrambi i ragazzi sgranarono gli occhi fissandosi reciprocamente.

“Non… non sono stato io”, si giustificò balbettando Benarin, trovandosi riflesso nel volto sconvolto del fratello.

 

“Se ti interessa davvero saperlo, Biondino…”, arrivò distante la voce di Crono, “…ho trovato quello che cercavo.” Era riapparso a un centinaio di metri di distanza.

I due ragazzi si voltarono in tempo per vederlo alzare il libro nella loro direzione come a mostrarglielo, mentre con la mano libera accarezzava una creatura traslucida che sembrava prendere consistenza solo nel punto in cui lo scienziato la sfiorava.

“E quelle malattie che mi costringevano all’impotenza avevano un solo nome: vecchiaia. Ma non è più così, ora. Ho trovato quello che cercavo, come ti dicevo, e mi ha aiutato a guarire dall’erosione del età. Ma non è tutto. Vedi, in questo luogo il tempo non scorre normalmente. È per questo che i tuoi amichetti cavalieri non possono usare i loro poteri. Sono io ad aver creato questo posto. Io, con l’aiuto del potere del libro degli incantesimi. Vi trovate in una sacca temporale: il tempo che sembra scorrere apparentemente normale, è in realtà fermo, bloccato in un istante infinito. Le costellazioni non si muovono e, di conseguenza, non agiscono. Non sono altro che sciocchi ammassi di punti luminosi appesi nel cielo. Non si può far ardere un cosmo che non si muove.”

 

“È per questo”, pensò Natalija, dopo che quell’uomo nella sua glorificazione personale, per far sì che i gemelli lo udissero, aveva alzato il tono tanto da eludere il clangore dello scontro, “che sentiamo i nostri poteri come sopiti, addormentati. È questo luogo senza tempo, è per questo che Crono ha lasciato che indossassimo ancora le armature, non sono di alcun pericolo per lui.”

 

Una risata folle scaturì dalle labbra del falso Dio, prima che accarezzasse il nefasto libro. Le pagine baluginarono di luce propria, mentre comandò, digrignando i denti: “Chi diavolo ha permesso al Team Alpha di giungere vivo fin qui?”

Tre figure bianche rivelate dallo Skulkur presero forma nella confusione della lotta.

 

“Voi?” esclamò scioccato nello scoprire che a tradirlo erano stati proprio i tre Demoni che aveva mandato a eliminare gli esper. “Come avete potuto? Io sono il vostro padrone, il possessore dello Skulkur. Mi dovete obbedienza!”

“Questo lo credi tu”, ribatté Arken per nulla intimorito.

“Come ti permetti?”

 “Vedi”, riprese l’Algar, “qualcuno che ci hai mandato a uccidere mi ha ricordato che noi non siamo legati a te da vincolo alcuno, ma solo ed esclusivamente al libro che stringi tra le mani. Vedi, se noi andiamo contro il tuo volere, tu non puoi far nulla contro di noi, perché il tuo stesso potere siamo stati noi a fornirtelo. Non ci puoi uccidere, puoi solo rispedirci nello Skulkur. Ti serviamo solo per ottenere un po’ di quella libertà che ci e stata negata millenni fa. Qualcuno ci ha proposto di fiancheggiarlo per portati via quel libro in modo che, questi o un suo alleato, possa diventare il nostro nuovo padrone e… abbiamo accettato. La libertà è un bene inestimabile, ma preferisco rinunciarvi se questo vale a dire servire un pazzo.”

“Se proprio dobbiamo servire qualcuno”, intervenne Sarn, “preferiamo scegliere noi a chi offrire la nostra obbedienza.”

Ah, è così!” sbottò Crono. “Se è questo quello che volete, tornerete nel libro immediatamente”, dichiarò scorrendo le pagine dello Skulkur e iniziando a pronunciare quella che suonava come una formula magica e, ancora una volta, quei fogli ingialliti si illuminarono debolmente.

 

Waah, tra i tre era il più vicino a Natalija, si voltò verso la ragazza, sorridendole: “Qui il tuo cosmo non ha potere, ma ricorda di chi sei figlia, Cavaliere. Prendi quel libro e distruggi questa illusione. Solo così potrai riappropriarti del potere delle stelle e a noi, se vorrai, potrai donare un po’ di serenità”.

Si voltò senza aspettare risposta, come ad ascoltare le ultime parole di quella nenia, mentre il suo corpo si faceva sempre più evanescente.

 

I tre Algar sparirono nel nulla, come Natalija aveva già visto accadere altre volte, ma questa volta sembravano davvero scomparsi per sempre.

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